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Da diversi anni porto avanti la “politica del libro”, ovvero quella di regalare (in caso di compleanni o festività varie) sempre e soltanto libri. Inutile dire che la applico anche a me stesso. Invitando così chiunque mi voglia fare un regalo, a incartare e infiocchettare un libro. Il quale andrà ad aggiungersi alla mia, oramai folta, biblioteca personale. Per la gioia degli acari e delle ditte produttrici di panni antipolvere.

Di questa mia “politica” sono vittime (più o meno inconsapevoli) i miei genitori, mia sorella, la mia compagna e tutti gli amici che, anno dopo anno, nel vedersi regalare sempre e soltanto libri iniziano a storcere il naso. Non tanto perché insoddisfatti del pensiero, quanto più perché assuefatti alla scomparsa dell’aura magica di mistero che avvolge qualsiasi tipo di regalo. Capita così che, dopo un buon decennio di libri regalati, a poche settimane dall’evento cruciale mi venga fatto presente che «una felpa non sarebbe un brutto pensiero!», o una pianta, o una bottiglia di vino, o un biglietto per un concerto.

Ma niente, perché io resto fedele alle parole di Emidio Clementi ne La città morta: «e ordinare le stesse cose che mangiamo da una settimana, perché siamo stanchi di novità».

Quindi, non vogliatemene, anche quest’anno regalerò libri.

Dei libri letti nell’ultimo periodo, ce n’è uno che mi sento caldamente di consigliare. Si intitola Ferriera ed è una graphic-novel. L’autrice, Pia Valentinis, è una ragazza nata a Udine ma residente a Cagliari, che si è quasi sempre dedicata ad illustrare libri per bambini e ragazzi. Ferriera è, per l’appunto, la sua prima graphic-novel “per adulti”.

E va subito detto che è davvero molto bella.

La vicenda, di carattere autobiografico, è in realtà semplice e, allo stesso tempo, intima. Si tratta della storia di Mario, padre di Pia, e delle avventure della sua famiglia. Una storia che, da singola, si fa memoria collettiva del Nordest (e forse non solo) dal dopoguerra fino agli anni ‘70: il reflusso pre e post fascista, il lavoro minorile nell’Italia della crisi, l’emigrazione, l’elettroshock come cura, il lavoro in fabbrica, le morti bianche. I grandi cambiamenti della società che, più che dall’economia, sono sottolineati dall’evoluzione dei costumi e, soprattutto, degli spazi.

La ferriera di Udine che si fa centro commerciale. La campagna che diventa città. I ricordi che erano ancora aspetti intimi, da conservare con gelosia e pudore.

Tutte queste vicende prendono forma nel tratto pulito ed evocativo di Pia Valentinis che, pur seguendo un filo logico temporale, le declina in una sorta di diario intimo. La cui consequenzialità scaturisce da illuminazioni continue. Come se si trattasse di un monologo a braccio dettato dal succedersi dei ricordi e delle immagini che essi stessi sono capaci di creare.

Iniziamo così con un’evocazione del rapporto con il padre, la quale da’ il via a un percorso memoriale che ci porterà a conoscere i nonni di Pia e le loro credenze, fino all’infortunio sul lavoro del padre di Mario: vero e proprio crocevia di una vita che sembrerà poi ripercorrere le orme di chi lo ha preceduto. Infortunio che strapperà Mario all’adolescenza facendolo diventare capo-famiglia a soli quattordici anni. E poi le piccole ritualità di ogni giorno, la religione, l’emigrazione in Australia (così lontana, ma così attuale), l’integrazione complessa e a volte alienante.

Il ritorno in patria e, da lì, il lavoro alla Ferriera di Udine. Avamposto di una classe operaia variegata ma coesa che, a nemmeno mezzo secolo di distanza dai nostri giorni, ci sembra antica e distante come un universo parallelo. E gli infortuni sul lavoro, le morti prive di responsabilità apparente, gli scioperi, le lotte e le difficili conquiste sindacali. Tutto declinato senza pietismo e agiografia, ma con la raffinatezza capace di tratteggiare il fiero stoicismo di un mondo estremamente diverso dal nostro, eppure suo parente diretto.

Un mondo forse più semplice. Di certo più pulito. Un mondo i cui valori, rivisti sulle pagine di Pia, ci sembrano ancora dentro di noi e, allo stesso tempo, lontani. Come il ricordo di un padre con le sue asprezze e i suoi difetti. Le cui mani grandi e callose, da operaio per l’appunto, ci ricordano tanto l’unico schiaffo assestatoci, quanto la dignità di un’intera vita di sacrifici. Una vita alla vecchia Ferriera di Udine, ora centro commerciale.

Personalmente, mi sono spesso chiesto perché sono così legato alle mie radici. Radici contadine, distanti anni luce da quello che sono diventato. Affondate e nutrite da una realtà completamente diversa. Eppure, radici così attuali. Così necessarie per capire la società che mi circonda. O il mondo che cambia in maniera sempre più rutilante.

Credo che qualcosa di molto simile sia stata anche la domanda che ha spinto Pia Valentinis a dare corpo a questa graphic-novel. E la risposta, in fin dei conti, la si può trovare nelle ultime pagine.

Una passeggiata col padre in mezzo alla natura. Discorsi che nascono in libertà. Un cerchio che si chiude.
Come un’osmosi.
Come se ogni cosa fosse finalmente nella sua esatta posizione.
E, poche storie, doveva andare così.
È sempre dovuta andare così.

Pia Valentinis, Ferriera, Coconino Press – Fandango (€ 15.50)

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