“Che cos’è quel numero?”
“E’ il numero che era stato assegnato a mio nonno in campo di concentramento”

Solitamente, con una risposta così, schietta, senza fronzoli, ti si gela il sangue.

“Perché lo hai tatuato?”
“Beh, perché l’ho sempre sentito, che dovevo farlo”

La storia è lunga e molto personale, di quelle che a raccontarle sembrano un film e che un po’ preferisco tenere per me e per pochi intimi. Come pure il significato dello Jôf Fuart disegnato sopra.

Voglio fare solo una precisazione storica: non tutti i deportati nei campi avevano il numero di matricola tatuato anche se tutti avevano il dovere di saperlo a memoria, in lingua tedesca. C’è un movimento in Israele, tra i parenti dei deportati di origine ebraica, che ritiene che tatuarsi il numero dei propri antenati, nella stessa posizione e con la stessa grafìa sia un modo per non cancellarne la memoria. Se volete approfondire il tema, molto controverso, c’è un documentario molto forte che parla di questo, questo il trailer:

Premetto che non condivido in toto le loro motivazioni, io ho dato alla mia scelta di fare questo tatuaggio un significato un po’ più ampio, vivendo in un contesto culturale anche molto diverso.

Credo che non abbia significato specificare se fosse ebreo, prigioniero politico, zingaro, omosessuale, ecc…ciò che ha subito era identico a quello che hanno subito tutti gli altri.
Quello che posso dire a te, che potresti avere la curiosità di pormi questa domanda, è che il ricordo non ha a che fare con la politica ma con il senso dell’essere umani. Questa è una tra le tante tragedie che ci sono state e che continuano ad esistere sotto i nostri occhi, ormai ciechi e ovattati.

Io ho scelto di portare addosso un segno di una tragedia che ha toccato me e la mia famiglia, perché ricordare ti dà la forza per affrontare e combattere, ogni giorno, tragedie grandi e piccole, senza distinzione.

“La storia insegna a vivere”, diceva Cicerone, il che significa, in sostanza, che dovremmo anche imparare dagli errori del passato.
A te, che mi chiedi il perché della mia scelta che forse giudichi di cattivo gusto, forse giudichi coraggiosa o forse, ancora, retorica, posso raccontare la storia di un uomo e della sua famiglia e raccontarti che con quel numero qualcuno voleva togliergli l’identità, cancellare il suo essere uomo, umano. Ma lui ha lottato perché non gli venisse tolto il diritto alla “personalità” e noi, che lo ricordiamo, continuiamo a lottare allo stesso modo.

Dovremmo ricordarcene tutti.
E io lo dico a te, e credo che se tu perderai almeno trenta secondi del tuo prezioso tempo per rifletterci un attimo, per me sarà già una cosa meravigliosa.

Poco tempo fa, in occasione delle celebrazioni per la Giornata della Memoria, ho letto un articolo su un giornale locale. Un nipote di un deportato a Dachau, proprio come me, raccontava quel che aveva potuto sentire raccontato da suo nonno e una frase mi è rimasta particolarmente impressa: “Cercava di farmi capire quale sofferenza si poteva provare durante la progressiva demolizione della personalità”.
Avere quel numero addosso, per me, è una forma di riscatto: no l’identità non te la può portare via nessuno, non staccarti mai dal tuo “essere” umano, non diventare un numero. Un numero, spesso marchiato a fuoco, serviva a togliere la dignità a un uomo, il suo diritto ad essere “essere” umano. Ogni volta che lo guarderò, ogni volta che porterò la mia attenzione a quel tatuaggio che porto nella mia pelle, troverò la forza che sono sicura mio nonno vorrebbe aiutarmi a trovare, quella grinta che mi serve per affrontare la vita.

E si, poi è un omaggio, ovviamente, a una persona che voleva tenere per mano la sua nipotina e avere la forza di raccontarle tutto ma che non ha mai potuto farlo, non fisicamente almeno.
Adesso lo porto io, con me, il nonno, e sarà un viaggio bellissimo.
Sarebbe contento di vedere questo tatuaggio su di me? Non lo saprò mai ma voglio pensare che capirebbe le mie motivazioni.

Ps. Voglio ringraziare di cuore Max Mauro di Cold Street (UD) per aver accettato, non a cuor leggero, di farmi questo “regalo”. Dopo tanti anni che avevo la certezza di volere questo numero addosso, lui ha capito tutte le mie motivazioni, ha ascoltato la mia storia con grande professionalità, discrezione e rispetto, senza giudicare. Forse quel mattino le mie emozioni non sono emerse così tanto ma una volta a casa tutto è confluito in un pianto di gioia meraviglioso, la sensazione di avere quel pezzo che mi mancava da quando avevo la consapevolezza di ciò che questa storia mi stava insegnando e dando.

Per cui, Max, ormai fai parte della storia e devo solo ringraziarti per questo.

Ps.2 Anche i miei amici sono spettacolari. Loro sanno.

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Glo
Ha sedici anni dal 2006. Friulana con un quarto veneto. Il Friuli è il suo Wild Wild East, la frontiera, il confine. Laureata in Architettura per il Nuovo e l'Antico/Ingegneria Civile senza ancora aver capito di preciso cosa siano, ama la montagna molto di più di quanto riesca veramente a frequentarla, e porta avanti la sua ricerca sulla costruzione in alta quota scrivendo per riviste tecniche e collaborando alla realizzazione di mostre e convegni sul tema. Non molto tempo fa scopre di essere intollerante a tutto il cibo friulano al di fuori della polenta e prende la coraggiosa decisione di diventare astemia in terra friulana, per presa di posizione contro le sue stesse intolleranze.

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