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La mansarda è sempre stata un luogo affascinante. Da bambina mi ci nascondevo spesso quando avevo voglia di stare sola e ogni volta riscoprivo la bellezza, la calma del silenzio, della solitudine. Ora quella mansarda è la mia stanza. Il vecchio pavimento sconnesso e polveroso è stato rimpiazzato da un lucido e liscio parquet beige. Le pareti una volta grigiastre e sbiadite, ora sono di un verde acqua simile a qualche dentifricio in commercio. Il colore è stato scelto da mamma, che motivò il tutto con un semplice e mellifluo: “richiama ai tuoi occhi tesoro”. Da quel giorno mi chiesi per molto tempo quale relazione vi potesse essere, nella mente di mia madre, tra il colore dei miei occhi e il colore delle pareti della mansarda. Non trovai mai una risposta esaustiva.

Dalle piccole feritoie degli scuri passano raggi di luce che giungono al mio volto, rendendomi il risveglio leggermente traumatico. Sono mesi che chiedo a mio padre di chiamare qualcuno per farli riparare o sostituire, ma i mugugni gutturali, che parafrasavo come accenni di consenso, probabilmente erano semplici schiarite di gola tra un sigaro e l’altro. Scendendo dal letto mi fermo davanti allo specchio. Mi tolgo le mutandine e la maglietta degli Ac/Dc, rimanendo nuda. Esaminando le imperfezioni di un capolavoro. Dopo almeno dieci minuti di attenta e scrupolosa osservazione, decido di concedermi una rapida doccia. In accappatoio ancora con i capelli bagnati scendo le tre rampe di scale, lasciando orme di piedi sul pregiato marmo bianco scelto da mia madre, ma pagato da mio padre. Dopo aver cercato per casa il cordless, compongo il numero di mia sorella, nessuna risposta. Insospettita vado in camera sua. varcandone la soglia vengo aggredita da un acre odore di solvente. Una bottiglia di trielina ribaltata aveva corroso la moquette rosa pallido, e aveva reso la stanza invivibile. Avvicinandomi alla scrivania, noto tre piccole righe bianche sulla copertina di un quaderno verde scuro. Con l’ausilio una banconota da cinquanta euro arrotolata, trovata poco distante, ne inalo una con rapidità e naturalezza eloquente. Ripongo la banconota sulla scrivania poi, tra me e me, convengo che non è meglio non lasciar tracce e riacciuffai i cinquanta euro. In uno slancio di premura apro le finestre e spruzzo del deodorante per ambiente. Ogni volta che sento quell’odore, perché etichettarlo come profumo sarebbe troppo, mi viene in mente l’odore della salma di mio nonno il giorno del suo funerale. Ultimamente è strano stare in casa da sola. Il più delle volte non mi pesava troppo in passato. Ora invece è un inferno. Sono mesi che avverto questa sensazione di irrequietudine. Con calma mi preparo per andare in palestra, anche se su di giri per la tozza tirata in stanza da mia sorella. Specchiandomi un’ultima volta prima d’uscire, rimasi colpita dal mio pallore. A differenza delle estati scorse non avevo preso sole. Ma comunque avevo il mio fascino, ed ero comunque la più figa e la più giovane in palestra. Non sarebbe stato così per sempre. Ma ora lo è, quindi perché nasconderlo. Mentre mi muovo su e giù sulla panca per gli addominali cerco di mostrarmi. Sono sudata e ansimante. In fondo credo possa piacere agli uomini, perché pensano che sia così mentre mi fottono. Sudata e ansimante, pronta a tutto pur di arrivare al limite. Ma si sbagliano quei merluzzetti puzzolenti, perché io sono fredda dentro. Quando mi fotti, ti vengono i brividi su per la spina dorsale tanto sono cool.

Continuo a bruciare calorie e penso che è parecchio tempo che non mi faccio una bella scopata. Dopo una doccia bollente mi massaggio gambe e glutei con una crema di Lancome, voglio precisare che costa come una partita di contrabbando d’uranio impoverito. Davanti allo specchio, dopo un attento esame di circa un paio di secondi, decido di cambiare taglio di capelli prima del provino per Pupa. Prima però dovevo assolutamente procurarmi qualcosa per far passare la fame. Stava prendendo il sopravvento dopo la sudata in palestra. È sempre così. Ma quanto bisogna soffrire per essere socialmente conformi allo stereotipo occidentale di femminilità e bellezza. Dovrei bere solo acqua, succhi di frutta e integratori vitaminici per i prossimi tre giorni se voglio essere abbastanza asciutta per il book. Ciò significa che necessito di abbastanza farina colombiana.

Salgo sulla Smart, controllo i capelli nello specchietto retrovisore, accendo lo stereo e metto su November Rain dei Guns, dirigendomi verso casa del Mulo. Mentre guido tra pezzenti in utilitarie che assomigliano tanto a scatolette di tonno rumeno, rifletto su quando sono figa coi pantaloni della tuta, scarpe da ginnastica e top. Sto indubbiamente meglio così, che con quegli straccetti da migliaia di euro di quelle checche isteriche e impomatate. Si fanno chiamare stilisti, ma son solo sodomiti con strani tagli di capelli. Io mi chiedo dove cazzo sono finiti gli uomini veri. Io voglio essere presa e montata come un tavolino dell’Ikea. Non corteggiata a lume di candela in un ristorante da segaioli fra champagne, portate di sushi, caviale di storione e aragoste lunghe come un braccio.

Arrivata davanti alla squallida dimora di Robbi, noto che c’è qualcosa che non quadra. Il sesto senso della stronza con la puzza sotto al naso si attiva improvvisamente. Non ci bado e suono ripetutamente il campanello, poi capisco cos’era stato a colpire la mia attenzione: quella cazzo di finestra non è mai stata chiusa. il Muletto Robbi la usa per guardare fuori, quando le sue paranoie da pusher gli attanagliano il cervello. La tapparella era giù e nessuno rispondeva al campanello.

Cazzo! È ora di pranzo, è impossibile che quel fossile possa essere fuori ora! Dove cazzo sei Muletto?! Devo fare quel cazzo di provino! Non puoi pezzo di merda! In preda all’ansia mi dirigo verso casa, tempestando di chiamate il telefono di quella faccia di culo. Niente, nessuna risposta. Ho troppa fame e, o mangio e vomito, oppure vado dai negri della stazione e mi accontento di quella merda. Quella roba, il più delle volte, mi ricorda dell’intonaco ammuffito. Tornando a casa decido di richiamare mia sorella. Un paio di squilli e una voce lontana risponde:

 “Mmmh… cosa vuoi?!”
–  “Voglio che mia sorella mi dica dove ha dormito… e che torni a casa al più presto perché ho bisogno…”
–  “Sono a casa dello Smilzo… abbiamo fatto serata e… s-sono rimasta qui perché ero troppo stonata per guidare… adesso torno… ma cosa vuoi?! …che ore sono?!”
–  “Sono le due e qualcosa e siamo a casa da sole. Mamma e papà sono in crociera in Egitto. Io Giovedì devo andare a Milano… quindi ho bisogno di te! …visto che Robbi non si fa trovare!”
–  “L’hanno arrestato ieri… o l’altro ieri tipo…”

Presa dal panico riaggancio. Col cuore in gola posteggio la macchina davanti alla prima sudicia tabaccheria e compro un pacchetto di Marlboro Light. Arrivata a casa mi rendo conto di essere nuovamente su di giri. Fortunatamente la fame si è affievolita. Almeno una buona notizia. Il Mulo è finito al fresco e io sono alla pecora. Così non va proprio, devo trovare una soluzione. Improvvisamente mi ricordo della due righe lasciate in camera di mia sorella e trotterello allegra verso la sua stanza. Agguanto il quaderno e ne tiro una a secco senza l’ausilio di banconote o quant’altro. L’altra pista per metà la spalmo su incisivi e canini, mentre l’ultima metà finisce su una sigaretta, a cui successivamente levo il filtro e infine fumo con vergognosa avidità.

Sto meglio, molto meglio. Grazie a dio quella puttanella di mia sorella ha sempre roba buona. Ora è il caso di rilassarsi un po’ e di non pensare a tutti i casini successi. Dopo aver preso una bottiglia di prosecco dalla cantina, mi dirigo verso il bagno. Aspettando che l’acqua nella vasca raggiunga un livello decente, stappo la bottiglia e riempio un calice di cristallo preso nella vetrinetta del salotto. Con la sigaretta fumante fra le labbra mi levo i vestiti. Alle volte, quando mi specchio e percepisco il turgore delle mie forme sinuose, mi eccito da sola. Non avevo voglia di toccarmi, così rimasi davanti allo specchio a guardarmi nuda. Era sempre stato un mio passatempo. Iniziai da ragazzina, e la cosa non mi pareva troppo strana. Ma ora sto incominciando a realizzare che potrebbe esserci qualcosa di morboso. Soprattutto se si tiene conto della frequenza e del tempo che ci spendo davanti. A fare smorfie, tirare in dentro la pancia, cercare imperfezioni sul mio viso. Siamo attratti dalle cose belle, è normale suppongo. Solo che viene scambiato per narcisismo quando lo faccio in pubblico. In realtà è fottuta paranoia. La paranoia di imbruttirmi con gli anni. La paranoia di non essere perfetta, pettinata, truccata per raccogliere il consenso e l’approvazione che merito dalla gente, dal mondo. Mi rollo una canna. La fumo per metà, lasciando il moncherino sul bordo del lavandino. Leggermente provata dallo spinello mi adagio nella voluminosa vasca color avorio. Qualche minuto a mollo e realizzo che una presenza si stava aggirando per casa con andatura pesante. La sorella è rincasata. Non potevo aspettare. Nuda e gocciolante apro la porta scorrevole del bagno e me la trovo davanti, strafatta.

–  “Ma come cazzo fai a essere ancora in questo stato pietoso?” le chiedo in tono materno.
–  “Tata guarda lasciami perdere… cosa volevi al telefono?!? …della barella?!”
“Si gioia mia! Giovedì devo andare a Milano! …e non posso toccare carboidrati e altra merda! Ho bisogno di almeno una decina di grammi…”
–  “Secondo me devi smetterla con sta cosa di essere vegetariana…”
 “Ma mi ascolti?!? Cosa cazzo c’entra?! Ti ho detto che voglio della fecola! Non che ho bisogno di consigli sulla mia alimentazione!”
–  “Non so che dirti…” e voltandosi si diresse verso la cucina.

La seguo per non farle perdere il filo del discorso, e quindi mi tocca vederla bere del succo di pompelmo direttamente dalla bottiglia. Sembra una troglodita. Mi ero già preparata il monologo per lisciarmela un po’, ma poi mi balenò per la mente che forse una soluzione alternativa c’era. Era davvero l’ultima spiaggia. Prima avrei dovuto insistere con questa tossica che si suppone sia sangue del mio sangue.

–  “Ascolta Eli… quindi?!”
–  “Quindi te la metti via Ali! Io non riesco ad aiutarti… e ora proprio dei tuoi problemi riguardo la barella non…”
–  “Si grazie… ciao!” e in maniera teatrale mi gettai sul lungo e profondo divano.

Dinnanzi al televisore da 60 pollici o poco più, che mio padre aveva acquistato per una cifra che aveva fatto indispettire e non poco mia madre, incomincio a riflettere. Rimango a fissare lo schermo spento in cerca di una risposta, di una soluzione. Dal profondo sento solo un pesante tonfo constante, che dal petto sale fino in gola. Questa fottuta ansia mi tormenta. Non voglio, non posso continuare così. Per cercare di scacciare la tachicardia e l’ansia cerco rifugio in camera mia.

Nella penombra, con uno spinello fumante fra le labbra, mi perdo in quell’ovattato clima creato dalle melodie di Bob Dylan. Cado in una trance introspettiva e mi addormento in un sonno leggero, pensando a dove e come cazzo risolvere i miei problemi esistenziali. Ma prima di tutto: come e dove reperire della merdosissima cocaina prima che giunga notte. Prima che sopraggiunga la fame. Prima che possa decidere di riprendere a mangiare e vomitare.

Quaranta minuti dopo mi risveglio con il braccio destro terribilmente informicolato. Cercando di far passare quella sgradevole sensazione, riprendo una posizione naturale appoggiandolo sulla pancia. Lo stomaco rimbalza sul mio ritmo cardiaco, e nel frattempo lo sento brontolare. Mi sento uno schifo, e per giunta ‘sto maledetto formicolio stenta ad andarsene, e mi rende ancor più irascibile. Decido di andare in bagno per finire la canna che avevo lasciato sul lavandino. Seduta sul water, sfogliando Vanity Fair, mi soffermo un secondo solo sul un primo piano di Ryan Goslin. Una vampata di calore mi prende da dentro. Poteva essere una soluzione palliativa a questo vuoto.

Mi accerto che lo spinello sia giunto alla sua maledetta fine e quindi lo lascio cadere nel cesso. Avvicino la mano alle mutandine di Paul Frank, e incomincio a strofinare medio e anulare sulla biancheria. Dopo qualche minuto, quando la situazione incomincia ad essere più umida, mi dondolo in avanti, e penetro dentro di me dolcemente. Con le due dita bagnate dai miei umori vado un po’ più in alto, a giocare con quel piccolo miracolo femminile tanto incompreso al genere maschile. Perlomeno il genere maschile che ho conosciuto io. É sorprendente quanto sia più facile raggiungere l’orgasmo da sola, piuttosto che con qualche belloccio a caso. Ma questa volta sembra più complicato del previsto. Poi, lo sento salire dalla punta dei piedi. inizio a mordermi le labbra, stringendo le ginocchia e poi, finalmente, arriva. Inarco la schiena sussultando ripetutamente, e pian piano che gli spasmi diminuiscono, mi ritrovo in ginocchio sul pavimento. La foto stropicciata e la mano destra umida e nuovamente informicolata. D’istinto mi rilancio nella vasca. L’acqua fredda mi abbassa la pressione. Il ritmo cardiaco rallentò, tutto per pochi secondi. Esco infreddolita e nuovamente avida di cibo, quindi di coca.

Tornata in camera a vestirmi contatto le altre. Ci si vede al Twister per bere qualcosa e poi si vedrà. Non mi piace troppo quel posto. Certo meglio della stragrande maggioranza dei bar che ci sono qua, ma che palle. C’era un concerto in programma, cosa che avrebbe sicuramente ravvivato il mood della loro clientela. Una clientela che di norma sta appoggiata ad un muro con un cocktail in una mano e la sigaretta nell’altra, discorrendo su quanto la loro bici a scatto fisso sia priva di freni. Su quanto sia figo Vasco Brondi. Ma soprattutto, su quanto la loro barba da hipster sia incolta e terribilmente trendy con quella camicia a quadrettoni rossi, simile a quella che Kurt Cobain indossava nell’ultimo live registrato prima del suicidio. Anzi dell’omicidio. Ma ripigliatevi cazzo!

In ‘sti casi davvero mi vien da pensare ai pollai. Anzi agli acquari. Sta città è una grossa boccia ricolma di pesci rossi. Appena si introduce qualche sfumatura di colore, ci si atteggia a rivoluzionari progressisti. Senza sapere, capire o sospettare che quella sfumatura di colore è già fottutamente inflazionata e mainstream nel lontano e immenso oceano, che è il resto del mondo. Meriterebbero tutti una lezione su come essere radical-chic. Cioè, la tua immagine ok e passa il messaggio: “conosco e faccio parte della new wave underground! …qualunque essa sia!”. Ma se poi ti sento chiedere il risultato della partita della Juventus, tutta la tua artificiale aurea da persona di nicchia si va a far fottere. Sentivo d’esser pronta a guardare dall’alto in basso tutta quella marmaglia di finti pseudo-artistoidi. La caricatura della presa in giro, di una parodia, di un clown avrebbe più credibilità a mio avviso. Fidatevi di me che potrei vomitare stile ed eleganza senza rendermene conto. Due spruzzi d’Acqua di Giò da uomo e sono pronta. Saper indossare profumi maschili con eleganza è un tocco di classe che poche donne si possono permettere. Ripasso l’outfit allo specchio. shorts di jeans strappato, una maglietta di qualche taglia più grande con la faccia di Gesù e lo slogan Kill Your Idol, tipo quella che indossava nei concerti Axl Rose. Le maniche larghe e appena arrotolate lasciavano intravedere il costume da bagno scelto casualmente nell’armadio, ma che mi rendeva ancora più desiderabile. Non indosso normalmente costumi da bagno come biancheria, ma si era deciso di finire la serata guardandoci l’alba in piscina dall’Angi. I capelli raccolti con una grossa matita bicolore, un orecchino solo a forma di crocifisso e Air Jordan bianchissime ai piedi. Non potreste credere ai vostri occhi quanto sono figa. Sono convinta che, anche indossando un sacco di iuta e uno scolapasta in testa, qualche cazzetto da portarmi a casa lo troverei comunque. Incredibilmente versatile in ogni arrangiamento estetico, direbbe il classico stilista anoressico e dalle labbra rifatte. Arrivata davanti al locale non mi sorprendo di trovare i soliti volti noti che tentano di darsi un tono, e con fare annoiato fanno passare la serata senza entusiasmarsi troppo.

È lampante quanto i provincialotti possano capirci poco di come si costruisce un personaggio e uno stile. Alla ricerca delle sigarette nella borsa rifletto su quanto i giovani si sbattano per non finire nel calderone del mainstream. Lo considero un hobby generazionale cavalcare l’onda delle mode; finché queste non diventano massificate. Finché non si infrangono sullo scoglio chiamato mainstream. Finché non divengono di dominio pubblico, per bifolchi d’ogni tipo. Fruibili alla massa, e non più segno d’identificazione.

To be continued…

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Mc
MC non si sa chi sia. Neanche MC sa chi è e che ci fa su questo pianeta, come tutti in fondo. MC È stato obbligato a scrivere queste righe per potersi far conoscere meglio e avvicinarsi intelletivamente a Voi presunti quanto millantati lettori. MC non cercherà di fare colpo su di Voi in queste poche righe con termini aulici e/o aforismi riciclati. Non giudicate MC, giudicate quello che scrive MC.

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