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…Accendo la sigaretta e continuo a chiedermi cosa ci spinge verso questa ricerca spasmodica di sentirsi diversi dalla massa. Ma pur sempre con dei simili con cui comporre un piccolo branco, con cui creare e diffondere uno specifico linguaggio stilistico, verbale, valoriale. Fumo assorta con lo sguardo perso verso il cielo plumbeo. Credo che sia una questione di evoluzione, di selezione e tutto il resto. In realtà è più naturale e meno mediaticamente indotto di quanto si possa sospettare in fondo. Riflettendo, negli anni ’60 i mass media, l’industria discografica e dell’alta moda non avevano certo le risorse e l’audience attuale, eppure i giovani riuscirono a creare il loro branco. Riuscirono a coltivare e spargere le sementi del nuovo linguaggio, che si fondava su presupposti completamente nuovi, rispetto a ciò che si era visto fino a quel momento. Metaforicamente parlando era una cazzo di bomba nucleare pronta ad essere sganciata sulle teste dei conservatori americani, i quali lestamente riuscirono a disinnescarla con fiumi di droga, omicidi eccellenti, eccetera, eccetera. Certo le icone musicali alla Jim Morrison o alla John Lennon hanno dato molti spunti sia a livello semantico che stilistico, e anche la sintassi era mutata rispetto al passato. E quando sento i vecchi hippy rincoglioniti dire che loro erano liberi e freschi e noi soggiogati dal demonio della moda e del capitalismo, mi vien da ridergli in faccia. Sul serio. Suvvia eravate tutti uguali: capelli lunghi, occhialini colorati, pantaloni a zampa, cianfrusaglie esotiche, peace and love e altre menate. Eravate anche voi aggrappati a stereotipi massificati, quindi svuotati dal loro contenuto anticonformista e rivoluzionario.

Quale differenza ci trovate tra i raver e gli hippy, io solo lo stile, l’apparenza. E quindi le icone che a piacimento vengono strumentalizzate, per indirizzare questa apparenza stilistica verso un target di mercato. Perché ricordiamoci che i Beatles o i Rolling Stones hanno sonoramente goduto e guadagnato della loro fama, strumentalizzata dal sistema mediatico. Non vendevano solo musica. Vendevano uno stile, un modo di pensare. Un’identità. Quando quei vecchi hippy cazzoni, ora intrallazzati nella politica becera e vetusta, che ha ben poco a che vedere con i valori che sbandieravano, mi vengono a dire che almeno loro avevano un sogno e hanno cercato di lottare per cambiare il mondo, mentre noi siamo schienati dal sistema… Beh! Alle loro espressioni compiaciute dopo questa tipica esternazione, che riempie il loro ego di orgoglio generazionale, mi vien da dirgli che il loro fallimento è sotto gli occhi di tutti. Piuttosto che migliorare la società e la civiltà occidentale, hanno fatto scendere lo standard lentamente, in un declino costante e non solamente etico. Lasciando un mondo infame ai vostri figli, che magari stanno lavorando per pagare le vostre pensione. Incompetenti. Ma soprattutto smettetela di fare la generazione “peace and love” solo perché con il reflusso della seconda guerra mondiale o le atrocità del Vietnam tutti cercano di essere più buoni verso il diverso, per poi scavalcare come un sacco dell’immondizia il barbone mendicante. Siete una generazione ossimoro. 50% guerra fondai, 50% checche buone solo a trasformare teorie marxiste in demagogia spicciola da assemblea di classe in terza liceo. E vi professavate uniti. Noi siamo uniti. Uniti nell’indifferenza. Uniti nella consapevolezza che nulla potrà essere cambiato. Avete lottato e siete stati sconfitti. Se avete un po’ di dignità, come ogni bravo perdente, lasciate il campo a testa alta e senza brontolii o patemi vari. È anche questione di amor proprio. E se ci rinfacciate che almeno voi avete lottato, vi risponderò che probabilmente eravate solo più ingenui. Inconsciamente e stupidamente convinti di poter lottare contro un sistema senza volto, che riesce ad accerchiarti e colpirti senza che tu possa distinguere e comprendere la provenienza di tali colpi. Fendenti mortali per generazioni palloncino. Leggera spensieratezza, inesorabilmente vuote. Noi invece no, siamo molto più scafati. Abbiamo imparato dai vostri errori, noi sappiamo che è tutto inutile. Me lo dite chi è lo stolto che si spaccherebbe il culo per cercare di cambiare una virgola in Guerra e Pace. Per cambiare un aggettivo nella Divina Commedia. Per sostituire la parola discepoli con seguaci nella Bibbia. Sono lì da secoli, opere inalterate o al massimo rivisitate, come la nostra civiltà. Una civiltà, quella occidentale, ferma a rimembrare i fasti del passato, con ‘sti cazzo di cinesi e indiani che tra un po’ ci diranno come piegare le camicie. Stile mio padre con quella povera filippina.

Piuttosto noi ci spacchiamo la testa a suon di droghe, alcool e cagate varie fino a non porci più questi luridi problemi esistenziali, tanto nessuno cambia un cazzo. Ognuno ha sempre pensato alla sua fottuta pellaccia, e nessun cambiamento o rivoluzione è mai maturata senza che una parte del potere fosse accondiscendente. Grazie al cielo vengo chiamata da una voce alta e stridula. Vedo in lontananza mia sorella stranamente sorridente, stranamente felice di vedermi. Entriamo e sulle note di una canzone dei Massive Attack ci prendiamo da bere due mojito. Anche se l’estate sta finendo, finché il freddo non arriverà su questa noiosa cittadina, il mojito dona sempre un po’ d’allegria. È estivo. L’estate è più allegra dell’inverno e io d’inverno normalmente bevo Coca Jack, quindi mi dà un di po’ d’allegria. Sorseggiando il drink con mia sorella e le sue amiche, aspettando le mie di amiche, penso che tutto questo astio verso la generazione sopracitata si dovuto al passato dei miei genitori. Ex hippy. Finti ex hippy, che ora sono in crociera in mezzo alla medio-alta borghesia, mentre quando erano dei miei coetanei millantavano di lottare. Lottare contro quei valori e quelle classi sociali che ora rispecchiano a pieno. Falsi. Vi state godendo i frutti del capitalismo che, tra sue regole fondanti, predica il verbo dello sfruttamento di qualcuno, per poter supportare il nostro benessere. La nostra ricchezza e benessere è inversamente proporzionale a quella di altri milioni di individui, ridotti ai minimi termini dalla nostra avidità infinita. Che palle però sto mood. Vediamo di darci una strigliata veloce. Se continuo così finisce che stasera mi porto a letto uno di quegli individui grotteschi, che magari per sentirsi vivi si fanno tagli nelle braccia.

Mi faccio in disparte e chiamo la Cami, poi l’Angi. Entrambe sono ancora a casa, stanno finendo i preparativi per uscire. Impalcature di trucco, gingilli luccicanti e quant’altro. Manco dovessero rimorchiare gazze ladre invece che uomini. Forse gli uomini si sentono un po’ gazze ladre: arrivano, prendono qualcosa di tuo che può essere la verginità, un pezzettino di cuore, un reggiseno o solamente due ore del tuo tempo e poi volano via, tutti gasati. Cleptomania sessuale o emozionale. Cerchiamo di far nostre emozioni nuove e ce ne cibiamo. Le collezioniamo nella nostra personale bacheca dei trofei. Che triste pensarla così, ma è così. Almeno per me, almeno per ora. Finalmente arriva la Cate. Venticinque minuti di ritardo. Le conosco da dieci anni e non ho ancora capito che sono io l’unica puntuale.

“Caterina -la puntualità- Alfieri… eri a casa?!”
 “Ali adesso vedrai a che ora arriverà quella sfigata della Cami… l’ho chiamata prima… doveva ancora fare la doccia e andare a prendere la barella!”
 “Lo sai che hanno arrestato Robbi?! Me l’ha detto mia sorella… non so bene come sia andata e quanta roba avesse in casa, ma il Mulo ora si sta facendo un soggiorno in gabbia con un paio di tunisini o qualche nigeriano probabilmente…”
–  “Cosa?!? E quindi dove ne prendiamo per stasera?! …a me non mi ha detto nulla… provo a chiederle o lascio perdere?!?”
–  “Lascia stare… andiamo a bere qualcosa… tieni per te questa notizia che non si sa mai poi…”
 “Tranquilla… ma quindi come la buttiamo giù la serata?!”
–  “Non so… tu bevi intanto! Poi andiamo al Klub… e vediamo…”
–  “Al Klub no dai! Mi toccherà vedere Marchetto come minimo… ho saputo che ora se la fa con la Marghe! …ma si può?!”
–  “Bona! Lascia li di parlare di Marchino ogni volta… l’hai lasciato tu e sembri col cuore infranto ora… dai stai diventando noiosa…”
–  “Ah! Allora lo sapevi anche tu! …perché non me l’hai detto?!”
–  “Perché poi avresti rotto le palle… come stai facendo ora!”
 “Ma è questione di territorio… io su quell’albero ci ho pisciato per due anni quasi! Non si può cambiare abitudini di botto!”

La prendo per un braccio e la trascino all’interno del locale, a diluire le ansie con qualche bevanda alcolica. Qualsiasi esternazione a riguardo sarebbe risultata superflua, sono solo problemi lascivi e indotti dalla noia, dalla monotonia. Questo non è vivere, è sopravvivere. Poco dopo arrivarono sul posto anche l’Angi e la Cami, tutte rombanti e speranzose di divertirsi. Prende inizio la solita serata a base di tanto alcool, tante sigarette, qualche striscia e qualche canna. Finito il terzo giro di mojito, infastidita dai soliti pettegolezzi, cercai di smuovere le ragazze verso una location più accattivante. Ne uscì una discussione infiammata. Io non ne avevo mezza di andare al Klub e l’Alfieri nemmeno. L’Angelica Bassi e la Camilla Maestri invece sembravano non poter comprendere altra meta oltre quella. C’era qualcosa sotto. Magari no, magari non si sono ancora rotte in bocca di andare nei soliti posti, a fare le solite cose. Alla fine della corsa si andrà al Klub. Con la Mini decapottabile dell’Angi andiamo a prendere, dai negri vicino alla stazione, la cocaina più scadente reperibile sul mercato. Munite di prosecco proveniente della pregiata cantina dell’Onorevole Maurizio Bassi, padre assente seppur degno foraggiatore della biondissima e stronzissima Angelica Bassi, uscimmo dall’abitacolo. Facendo girare le tre bottiglie aperte, fumando qualche sigaretta e sparlando a caso della gente che si conosce, aspettiamo che la fila diminuisca. Mi bastò poco per far venir fuori la verità: quelle due sgualdrine della Camilla e dell’Angelica avevano sentito due tipi, Edo Sarti e Sam. Dovrebbero venire qui, prima o poi, a quanto pare. Era palese, l’insistenza per venire in questo posto mediocre era motivata, e i miei precedenti dubbi fondati. Dentro al locale iniziò il solito limbo di cicchetti di tequila e flirt con sconosciuti arrapati. Alle altre piaceva molto essere accerchiate da manzi vogliosi, che sperano e pensano di avere qualche remota possibilità, per questo sono delle sgualdrine. Francamente a me fa ribrezzo il tutto e il più delle volte me ne stavo in disparte, con il faccino imbronciato e lo sguardo annoiato, di chi è nauseata da quelle dinamiche di corteggiamento primitive. Preferisco che mi mettano una mano sul culo e la lingua in bocca, piuttosto che tutto quel viscido strusciarsi senza senso. Grazie al cielo, in men che non si dica, il locale stava chiudendo. Ancora ai mille all’ora, salimmo in macchina e stappammo l’ultima bottiglia di prosecco recuperata dal sedile posteriore. Girammo un cannone si fumò tutte quante in silenzio. Cinque minuti al massimo e la Cami corre a reggere la testa penzolante della Cate. Stava rigettando con una violenza inaudita tutto ciò che aveva introdotto nel suo organismo prima di quell’istante. Tra le nostre risate stridenti e acute, e quella da porco strangolato dell’Angelica Bassi, l’Alfieri torna nell’abitacolo a testa china. Si soffia il naso, si mette una gomma da masticare in bocca, stende mezzo grammo di cocaina sul portafogli di Prada, tira con cura, lo passa alla sottoscritta al suo fianco, si accende l’ultima sigaretta del pacchetto, accartocciandolo e buttandolo fuori dal finestrino ed è pronta per guidare. Straordinaria. Semplicemente magnifica. Dopo svariati tentativi riuscì a parcheggiare. A stento sono rimasta sveglia per controllarla, le altre due sono appoggiate una sull’altra come sacchi di sterco. Avevo ancora in mano il portafogli dell’Alfieri con una montagnola di polvere bianca sopra. Ci stendiamo almeno sei pacche a testa io e l’Alfieri da sole, che si fottano le dormienti. Finito tutto quel ben di Dio, in procinto di entrare in casa Bassi, ci accorgiamo di non avere sigarette. Nel dubbio si stappa un’altra bottiglia di prosecco nel garage e, inebriate dalle bollicine, tentammo invano di svegliare quei due corpi russanti. Mi faccio coraggio, stufa d’aspettare, e decido di immolarmi per questa giusta causa. Una camminata di cinquecento metri in queste condizioni è davvero ostica. Però voglio una sigaretta prima di poter morire sul divano dell’Angi. Devo andarci. Se non ci vado io stiamo freschi. Dai senza sigarette non possiamo neanche fumare una canna. Non esiste. Vado.

–  “Cate vado a prendere le paglie… tu prova a svegliare quelle due!”
–  “Me le prendi anche a me… un pacchetto di…”
– “Merit! Lo so… solo te e mia nonna potete fumare le Merit!”
–  “Oh! A me piacciono… vuoi i soldi?”
–  “No tranquilla! Ci mettiamo a posto quando torno…”

Esco di fretta, canticchiando un motivetto sentito prima al Klub. Non c’è un’anima in giro. Una leggera foschia avvolge le strette e scure vie medievali limitrofe alla piazza. Si avverte in sottofondo il rumore invadente di uno di quei camioncini che spazzano le strade di notte. Quando passa davanti a casa di notte sembra che un elicottero sia atterrato davanti alla porta di casa. Probabilmente perché è notte e c’è un silenzio quasi irreale, ma fa un trambusto assordante. Sono in prossimità del distributore e lo sento sempre più forte e vicino. Ancora non lo vedo sopraggiungere però. É strano quanto possa essere appagante alle volte perdersi nella bellezza e poeticità sconfinata di questa piccola cittadina.

Davanti distributore di sigarette e mi imbatto nel solito problema. Primo: trovare la tessera sanitaria. Secondo: far accettare le mie sporche banconote a quell’infernale macchina parlante. Ci riesco con inaspettata rapidità. Marlboro Light per me e Marlboro Rosso per la Cate, deve smetterla di fumare quelle paglie da vecchia. Di colpo finisco spiaccicata sulla saracinesca del tabaccaio. Una mano mi immobilizza la testa, un’altra mi preme fra le scapole levandomi quasi il respiro. Poi sento altre due mani avvinghiarmi il bacino. Vengo sollevata di peso e la paura incomincia a salire. Incomincio a urlare, ma lestamente una mano mi ficca un guanto da lavoro in bocca. Sarebbero comunque valse a poco le mie richieste d’aiuto: i decibel prodotti dal camioncino della nettezza urbana sono inesorabilmente imparagonabili alle mie scialbe grida. Sento legarmi i polsi, sembrano fili di ferro. Sollevata da nuovamente da terra, ricevo una forte colpo sulla mandibola appena tento di mettere a fuoco il volto difronte a me. Ancora cosciente mi lanciano sul furgoncino dei rifiuti. È tutto più chiaro ora. Non ci posso credere. Dagli spazzini notturni. Che tristezza. E io che speravo in un mulatto dalle labbra carnose e pronunciate, con gli occhi verdi magari e abbondanti pettorali.

Per lunghi minuti vengo trasportata a in giro. Lentamente ricoperta da fetidi sacchi neri. Poi o svengo o cado in un sonno profondo. Mi sveglio a festa iniziata. Speravo fosse già finito tutto. Desideravo un risveglio in ospedale, circondata e coccolata dai familiari. Tanto affetto per la piccola e povera Ali. Invece no, devo ricevere altre botte, altra violenza, altro odio e rabbia. Facendomi coraggio riassaporo mentalmente quello che mi succerà da lì a poco. Troppe volte da ragazzina avevo dovuto subire angherie del genere. Prima a casa, dal premuroso padre. Poi da Edo, il mio sadico e affettuoso ex fidanzato. Ed ora da questi bifolchi. Sentivo qualcuno premere il suo tondo volto sul mio pube, e aspirare forte. L’altro con due mani mi tastava il seno, sfregandosi su un mio fianco. Percepivo il suo alito caldo da fumatore sul collo. Ansimava frasi in qualche lingua strana. Una voce intromettendosi blocco le loro azioni per qualche istante. In un italiano privo di inflessioni dialettali, qualche complice con voce grave e ferma, avvertì che mancava mezz’ora. Non so riferito a cosa, ma dopo essersi fermati, ricominciarono a toccarmi e annusarmi, assaliti da nuova e rinvigorita foga. Uno dei due, quello che prima mi palpava in maniera poco sensuale, iniziò a menarselo affianco a me. Udivo vicino al mio orecchio destro il tintinnio della fibbia della cintura, sbatteva contro i pantaloni presumibilmente slacciati. In questi casi in passato, in particolar modo da bambina con mio padre, incominciavo a trattenere il respiro, fino allo svenimento. Mio padre per un periodo, credo tra la quarta e la quinta elementare, smise di fare ciò che faceva perché ogni santa volta gli svenivo fra le braccia. Ci provai ve lo garantisco, ma non ci riuscivo. Era ormai parecchio tempo che non adottavo quella tecnica d’autodifesa. Avevo sicuramente perso la destrezza e la prontezza di riuscirci a comando. In compenso avevo guadagnato quella di vomitare. Fidatevi di me, è molto più utile di quello che sembra. Il vomito autoindotto è il mio piano b da quasi dieci anni, e non ha mai deluso. Devo sorbirmi questa noia se non riesco a svenire, così incomincio nella mia mente a scorrere le immagini delle borse che vorrei. È il mio “contare le pecore”. Su internet ho visto una borsa di Fendi troppo bella, solo che ottocento euro sono decisamente troppi. Intanto quei due si divertono come pazzi, sento mugugni di piacere tra uno sfregamento e l’altro. Avverto che stanno trattenendo l’orgasmo a stento. Finite le borse, passo alle scarpe. Cazzo quanto vorrei avere le Jeffrey Campbell estive borchiate. Devo assolutamente comprarle, alla fine di Jeffrey Campbell ne ho solo due paia e sono entrambe invernali. Se no anche le Triple Sole della Creepers. Ma il prossimo acquisto saranno le Pump della Reebok tutte nere. Che stile, che versatilità. Magicamente ricevo un pugno d’addio, che in questi casi è il classico bacio post eiaculazione, e svengo felice e rinfrancata.

Mi sveglio all’alba, col cinguettio dei pettirossi in sottofondo. Sono al deposito degli autobus vicino alla stazione. Mi avranno scaricato finita la pausa caffè. Indolenzita per la posizione innaturale tenuta lungo il tragitto, mi alzo scrollandomi di dosso arbusti e foglie secche. Nella camminata verso casa mi accorgo che non ho più soldi, sigarette e telefono. Peccato perché ho un certo languorino, un bel croissant alla marmellata e cappuccino ora sarebbero perfetti. Anche una sigaretta non guasterebbe. Grazie al cielo le chiavi di casa sono ancora in borsa. Pensa che carini: mi hanno rilanciato giù dal camioncino con la mia borsetta. A casa controllo che non abbiano abusato di me, che strani stupratori non mi hanno neanche penetrato. Chissà se si sono venuti tra le mani come piccoli mocciosi. Contenti loro. Pensa che pazzi che ci sono al mondo: uno che raggiunge il coito annusandomi le parti intime, e quell’altro che si limita a trastullarselo toccandomi una tetta. Un po’ dubbiosa sul da farsi decido che la prima cosa necessaria è una doccia calda. Terminata la doccia, ancora con l’accappatoio e i capelli bagnati, mi adagio sul letto stremata. Non sono sicura se andare o meno dalla polizia a denunciare il tutto. Solo al pensiero di andar a denunciare quei due accattoni mi vien da sorridere. Cioè, denunciare loro dopo tutto quello che mio padre e Edo mi hanno fatto mi sembra assurdo. Siamo tutti d’accordo che loro sono mio padre e il mio ex, è difficile fare una cosa del genere. Ma quei poveri cristiani non hanno fatto nulla di male in fondo. Ho appagato una loro pulsione, come sovente faccio con altre persone durante la mia quotidianità. Non posso dirmi felice, ma quantomeno lusingata dal fatto che sono desiderabile. Sono ambita, e la gente rischierebbe la galera per avermi anche solo un’ora. Addormentandomi beata, mi ripromisi d’allenarmi duramente per riacquistare la capacità di svenire a comando.

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Mc
MC non si sa chi sia. Neanche MC sa chi è e che ci fa su questo pianeta, come tutti in fondo. MC È stato obbligato a scrivere queste righe per potersi far conoscere meglio e avvicinarsi intelletivamente a Voi presunti quanto millantati lettori. MC non cercherà di fare colpo su di Voi in queste poche righe con termini aulici e/o aforismi riciclati. Non giudicate MC, giudicate quello che scrive MC.

1 commento

  1. meno drammaticità e più denunce,
    mandali in carcere tutti,
    oppure giustizia personale,
    ma rimanere indifferenti a questi eventi significa molto,
    per te e per tutti

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