Disteso sul letto provo a leggere un inconcludente romanzo di uno scrittore orfano della beat generation. Ho voglia di fuggire lontano. Lontano dalla mia piccola città natale. Lontano da tutto. Nella quotidianità, il più delle volte, questa voglia di scappare si traduce in un malessere con pieghe misantropo-nichiliste. Sta prendendo corpo in me la consapevolezza di dover scrivere una tesi, di dover dare l’ultimo esame di questa farsesca facoltà e di dover capire cosa farne del mio futuro. Sono inerme, immobilizzato dinnanzi a questa cascata di paranoie. La ragazza con cui stavo uscendo, dopo aver distrutto ogni mia convinzione antecedente al suo incontro, mi ha turbato con una notizia che potrei definire altamente scontata: sono probabilmente il ragazzo più odiato di questa modesta cittadina. Ero frastornato. I miei stessi amici non avevano saputo negare una certa somiglianza nell’identikit lasciatomi dalla donzella. Frastornato dal fatto che la suddetta ragazza mi aveva lasciato in questa città mediocre, per un progetto sull’architettura post-moderna a New York. Ovviamente la nostra storiella estiva, messa a confronto, non aveva ragion d’essere. Come biasimarla. In poche parole ha deciso di salutarmi con questa notizia, battezzandola “la principale motivazione” per cui io e lei non possiamo avere qualcosa di serio. In sostanza, per la maggior parte degli appena conoscenti di questa piccola beautiful del nord Italia, sarei un bastardo. Un bastardo- arrogante. Il fatto che queste simpatiche canaglie l’abbiano fermata per strada chiedendole spiegazioni, ed esternando considerazioni non troppo lusinghiere nei miei confronti, mi fa pensare su quanto le persone si possano annoiare a vivere in questa città. E quali attenzioni, pettegolezzi, dicerie e bugie siamo costretti a subire noi ragazzi di meschine città da centomila abitanti.

Il nostro batterista sta per tornare da Londra. Sei mesi di lavoro con quell’arpia della sua ragazza, che sto meditando seriamente di far fuori, per evitare altre sconvenienti quanto probabili partenze. Dulcis in fundo tornato da Berlino, oltre a qualche normale souvenir, ho avuto la fortuna ed il piacere, di riportare con me in Italia un condiloma genitale. Che in fin dei conti è anche originale. Se dovessi paragonare le vostre magliette dell’Hard Rock Cafè, le vostre calamite da frigo o i vostri ingombranti portachiavi che acquistate a memento d’una sporadica e squallida gita fuori porta da neanche una settimana, i miei condilomi sul prepuzio la dicono lunga su chi si diverte di più. I suddetti condilomi, meglio conosciuta in gergo come creste di gallo, non sono nulla di grave o permanente. Sono abbastanza comuni, magari un po’ noiosi da estirpare e imbarazzanti per la zona che vanno a colpire, ma non c’è troppo da preoccuparsi. L’importante è avvertire tutti i partner avuti negli ultimi mesi, mi disse la simpatica dermatologa munita d’azoto liquido. -197°C di piacere sul prepuzio. Non potete capire quanto un pene possa rimpicciolirsi a quelle temperature. Mi vergognai molto. Dimenticavo che la mia ex ragazza mi ha mollato appena tornato da Berlino, informata forse del fatto che le mie scappatelle non si contavano più su due mani. Questo però non mi tange più di tanto signori, tanto che stavo per ometterlo.

Dopo aver traslocato in un accogliente e periferico monolocale, sono stato travolto da una settimana di furore alcolico: a fine estate, per una settimana, ogni anno, un festival musicale trasforma questa cittadina triste e snob in una piccola Woodstock. Lo so è un orrendo cliché definirla come una “Woodstock” e signori non potete immaginare quanto io stesso possa odiare i cliché, ma tant’è. Così mi trovo orribilmente indietro con lo studio, mutilato da qualsiasi pensiero lontanamente definibile come tale o degno di nota, e non sto defecando più solido da cinque giorni.

Mi odio orribilmente e non so bene il perché. Forse perché non sono come vorrei essere o forse perché non sono come gli altri mi vorrebbero. Ci sono certi giorni in cui l’immagine riflessa nello specchio del mio pallido volto mi infastidisce assai. Forse sono i postumi.
I lettori penseranno quale squallido e bieco individuo io sia. Eppure sono un ragazzo carino, con un linguaggio forbito, di buona famiglia, che sta per terminare gli studi in corso e con una buona media e via discorrendo con altre puttanate socialmente virtuose. Non pensereste mai che o il mondo mi odia a priori o sono un disastro nei rapporti sociali. Sarebbe troppo remota come opzione. Altre ragazze mi avevano riferito di questa turpe fama che mi perseguita, come una scura nuvola di Fantozziana memoria. Il fatto di farmi scivolare addosso il tutto è una necessità di ruolo. Una regola del gioco imposta dall’alto. Ma quando me lo sono sentito dire da lei, nei suoi occhi ho letto un po’

di rammarico e ciò mi ha fatto sussultare il cuore, e conseguentemente imprecare fra me e me. L’approvazione sociale di questa marmaglia snob non mi è mai interessata troppo, ma se ciò deve rattristare questa ragazza così carina e stronza, la faccenda cambia drasticamente. Ammetto di avere un debole per quel visino, per quegli occhi verdi e grandi, per quel piccolo e simmetrico seno, per quella abbronzatura color caramello, quel suo modo da bambina di vergognarsi delle piccole cose e quel suo modo da ninfomane di guardarmi durante il sesso. Io e la signorina in questione abbiamo avuto una piccola storiella quando eravamo al liceo. Definirla come una tresca sarebbe più opportuno, dato che la bimba aveva il ragazzo al tempo. La cosa non portò a molto, qualche bacetto e un addio precoce. Poi il fato, o meglio il suo fare da cacciatrice che si finge preda, ci hanno fatto rincontrare. Mi capitò a tiro una sera, la riconobbi seppur annebbiato dai fumi dell’alcool e il seguito è già noto a voi lettori, o quanto meno intuibile. Qualche giorno dopo alticcia mi confidò di avermi visto e di avermi seguito, fino a passarmi davanti per caso. Saranno ormai due settimane che non la vedo e mi sento da schifo. Voler bene non è da tutti. Neanche volersi bene non è così facile, e vi garantisco signori che in entrambi i campi rasento l’insufficienza.

Personalmente, scarico la colpa ai miei genitori e l’infanzia tormentata che mi hanno fatto subire, ma è facile far lo scarica barile. Vai a spiegarlo al mondo senza passare per una vittima. Guardandomi negli occhi allo specchio riesco a percepire quanto in fondo sia infelice. Quanto in fondo mi disprezzo io stesso. Provo a calmarmi a dimenticare le mie pene e così torno in posizione supina, mi rollo una canna e la fumo guardando il soffitto. Il respiro diventa sempre più profondo e lento e la cenere mi si sparge sul petto glabro. Perdendomi nei vicoli bui della mia mente e mi rendo conto di quanta rabbia ho covato durante la mia umile e squallida esistenza.

La rabbia di non aver nulla di ciò che si desidera. La rabbia di perdere ciò che si ha, anche se non lo si desidera. La rabbia di non conoscere il perché delle cose, consci del fatto che si scopriranno a posteriori le varie trame conduttrici della soap-opera più realistica e scontata a cui possiamo assistere: la nostra vita. La rabbia, un sentimento così poco nobile eppure così presente nel nostro universo percettivo. Quasi come la paura, l’odio, la gelosia. E innegabile quanto sia più facile avvertire in noi, e nel prossimo, sentimenti negativi e deplorevoli. Siamo predisposti a condire la realtà coi sentimenti più bassi, forse perché più facili da raggiungere e percepire, forse perché più immediati da decifrare. Quante poche persone possiamo definire a priori felici? Oppure più banalmente come distinguere o descrivere la felicità? La rabbia, la gelosia, la paura, sono manifestazioni che potremmo descrivere a livello astratto, ma anche in comportamenti più o meno concreti. La felicità invece? Chi è felice cosa fa? Nella sua quotidianità una persona felice come riempie il suo tempo? Ciò che lo intrattiene è figlio della sua felicità o sono proprio i suoi intrattenimenti a renderlo felice? Sento un forte bisogno di tagliare i ponti con tutto quello che ho e da tutto quello che conosco. è un sentore di insofferenza o di curiosità? Anche la stessa percezione degli avvenimenti può essere mutata dal nostro stato d’animo, dal nostro stato psichico, dal nostro bagaglio di esperienze, dal nostro passato. Allora anche la stessa felicità può essere opinabile? Sospetto che questa parola sia un contenitore vuoto, ove ognuno di noi ci ripone ciò che crede più opportuno. Un sogno, un desiderio, un qualcosa di irraggiungibile che viene posto in alto, in un cassetto lontano dalle mani e dagli occhi. Proprio come da bimbi, quando la nostra mamma nascondeva i biscotti nell’ultimo ripiano della credenza, e quell’irraggiungibilità, quella lontananza li rendeva ancora più dolci, più bramabili. Poniamo qualcosa di desiderabile nell’olimpo della felicità riconoscendo solo a posteriori, una volta raggiunti, che sono sempre i soliti biscotti che hai mangiato appena sveglio, e che continuerai a mangiare se lo vorrai. La felicità è una scalata, una conquista senza fine, senza una reale meta. La felicità è la meta, ma non fine a sé. Ironia della sorte una volta raggiunta, o se raggiunta senza pene, non avrà più il sapore di felicità. Non sarà né appagante, né tanto meno sembrerà una conquista degna di nota. Forse per questo ognuno può essere felice a suo modo, ma nessuno lo è mai in maniera assoluta o stabile. La nostra percezione cognitiva, che compone e produce il nostro panorama percettivo, non è capace di rendersi felice nel presente senza una scadenza temporale, ma solo calandosi nella prospettiva di conquista di ciò che non si ha e si desidera. La felicità non è uno stato d’animo vivibile, piuttosto a mio avviso una sorta di premio che il nostro cervello o sistema nervoso ci mette a disposizione.

Senza contare, per amor di scienza, le innumerevoli componenti chimico-biologiche che inducono o causano stati di euforia, felicità, amore e via discorrendo. Nel concreto, siamo così poco consci e attivi nei processi emozionali dal doverci inchinare al fato. Le capacità d’astrazione, di calcolo, di comunicazione hanno uno spessore irrisorio nelle scelte amorose o nella conquista di quella lontana panacea chiamata felicità. Siamo schiavi di endorfine ed ormoni che guidano i nostri istinti e comportamenti. La nostra sviluppata capacità cognitiva, unita alla presunzione di essere al di fuori da queste dinamiche da foresta, ci porta a pensare che siamo attivi e capaci di indirizzare i nostri desideri. Di essere noi a produrre le nostre più profonde e irrefrenabili pulsioni. Un errore veniale, o piuttosto la definirei una presunzione velleitaria. Siamo schiavi. Schiavi del denaro, del sesso, ma prima di tutto schiavi del nostro cervello. Quest’ultima è una schiavitù semi inconscia, autoindotta, primordiale, inevitabile.

DRRRRRRIIIIIIIIIIIIIINNNNNNNNNNNNNNNN!!! DRRRRRRIIIIIIIIIIINNNNNNNNNNN!!! Il campanello blocca il mio flusso di coscienza, che mi stava cullando fra candide e soffici nuvole di desolazione e introspettivi arcobaleni di autocommiserazione post-adolescenziale. Mi dirigo verso la finestra del bagno e sbircio fuori. É quel idiota di Zanni. Dovremmo andare a studiare. Sono troppo sciupato per potercela fare. Non rispondo. Torno a letto, ma il campanello continua a tormentare la mia quiete e all’improvviso mi sento chiamare:

– ‘’Dai coglione lo so che sei in casa… Apri!’’.
Tra me e me bestemmio e impreco, strisciando i piedi nudi sulle fredde piastrelle. Mi dirigo verso il citofono, ma non rispondo. Apro e basta, poi mi vado verso il bagno. Mi spoglio e mi faccio coccolare dal getto d’acqua, finché non sento sgocciolare via ogni pensiero.
Finita la doccia sto meglio. Ho la forza mentale per affrontare un discorso con un altro essere umano. Vado in camera e trovo quel beffo davanti al mio computer, col suo bel caffè appena fatto, intento a fumare un’aromatica canna d’erba

  • –  ‘’Che cazzo fai?! Non dovevamo andare a studiare?’’
  • –  ‘’Dai pastina! Non ti uccide mica… al massimo può darti l’ispirazione per la tesi!’’.
    Non aggiungo nulla, mi asciugo approssimativamente e mi metto i vestiti che trovo sulla poltrona. Zanni mi passa il cannone, lo spengo e me lo metto su un orecchio. Cerco libri, occhiali da sole, portafoglio e chiavi nel marasma in cui vivo. Poi lo incito a chiudere quella merda di Facebook e darsi una mossa che sono già le quattro a breve.

– ‘’Ceffo dovresti fartelo anche tu Facebook… guarda che è l’eldorado della figa! Tu le intorti… poi quando le vedi in giro siete già amici! Così non devi perdere tempo in quella merda di frasi fatte e convenevoli! Fidati di me… Zuckelberg è un genio! ‘’.

Non rispondo nuovamente. Vado in cucina mi verso il caffè rimasto, lo allungo con del latte rancido e lo ingoio come fosse una medicina.

  • –  ‘’Dai! Spegni il computer e andiamo!’’
  • –  ‘’Oh! Calmati! …cos’è sta fretta di studiare zio?’’
  • –  ‘’Niente… scusa… almeno c’è l’aria condizionata in quella merda di aula studio! Muovi ilculo e andiamo… per favore!’’
    Scendiamo le scale trotterellando e montiamo sul suo scooter. È una sensazione stupenda andare in giro senza casco d’estate. Mi sento vivo ed è una fottuta novità dato che ho il colorito, l’espressione e la voglia di vivere di uno zombie anemico e narcotizzato. Quando sono dentro l’aula studio di giurisprudenza, mi ricordo della falsità che aleggia fra queste mura. Tutti a darsi un tono. Con aria spocchiosa e saccente cercano di vestire i panni degli studiosi, poi la sera sono in piazza o in qualche locale per fighetti mollicci. Gareggiando a chi è più fuori. A chi dice più stronzate. A chi si diverte e ride di più. A chi scopa di più. Odio tutto questo, è una cazzo di fiction porco mondo. Aveva ragiona quel segaiolo di Pirandello: in questo teatrino alla lunga si rischia di perdere la propria identità, sempre che se ne abbia una in principio. Accendo il computer, apro la tesi e mi perdo con lo sguardo nella pagina bianca che aspetta di essere infarcita. Nella testa non ho nulla, è questo il problema. I miei occhi vitrei sono incollati al monitor, e quella pagina bianca mi da pace e angoscia al tempo stesso. Preso da chissà quale funambolica ispirazione incomincio a scrivere:

Il foglio bianco che mi accingo a sporcare con futili pensieri è di per sé un’opera d’arte. Nella sua infinita, immacolata ed agghiacciante purezza è paragonabile ad una vergine. Diffonde allo stesso tempo tranquillità, perché non ha conosciuto altra parola che la tua. Gioia, nel poter usufruire per primo ed ultimo di cotanta purezza. E infine un’inesorabile ansia da prestazione, perché ti ricorderà per sempre. Come in ogni grande opera d’arte ti ci puoi perdere. E come di fronte ad un paesaggio maestoso, tramonto, cielo stellato o temporale travolgente ti ci puoi stupire, meravigliare e inesorabilmente bloccare per ore. Giorni. Anni. Il foglio bianco ti fa sentire minuscolo dinnanzi a ciò che può essere creato o distrutto, anche solo con uno scarabocchio o un impetuoso acquazzone.

Esco da quel vorticoso delirio mentale, chiudo il computer e schizzo fuori nel giardino. Accendo il cannone che portavo sopra all’orecchio e dietro agli occhiali da sole mi perdo a guardare il cielo sopra di me. Anche quell’azzurro mi da pace, mi riempie di momentanea speranza. Fumo spensierato. Dopo un altro caffè disgustoso, riporto le mie membra su quella sedia, davanti al monitor di quel computer, dentro a quell’aula studio e l’insofferenza torna a crescere. Oggi proprio non posso farcela. Decido di mettere su un po’ di musica. Mi infilo gli auricolari e metto su un pezzo dei Bonaparte, una band che ho conosciuto a Berlino quest’estate. Nella caffetteria dentro al museo dei Ramones, se si può definire museo, davanti ad un cappuccino sorprendentemente buono per essere di matrice teutonica, mi appassionai al photo-book del loro tour.

Erano coreograficamente troppo avanti, sembravano dei circensi strafatti di solventi, anfetamine e acidi. Univano questa coreografia iconoclasta e ribelle ad una spontaneità e libertà senza schemi. Senza la solita smania di voler essere cool, cosa che tutte le rock star esibiscono nelle loro pose. Probabilmente anche il fotografo ha fatto la sua parte, ma erano belli, liberi. Troppo stonato e privo di motivazioni per studiare, decisi di godermi i 26° dell’aula studio per un altro paio d’ore. Non riuscivo più a fare nulla. Svuotato da tutto. La mia donna mi ha lasciato, come darle torto, la tradivo. Lei innamoratissima, disposta a fare qualsiasi cosa per me e io ho buttato tutto nel cesso. Solo ora mi accorgo di quanto era importante. Che schifo, non sento più nulla per cui valga la pena lottare e vorrei solo scomparire, dissolvermi nel nulla. Senza lasciare ricordi su cui piangere, se per caso c’è una remota possibilità che qualcuno possa essere in grado di farlo.

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Mc
MC non si sa chi sia. Neanche MC sa chi è e che ci fa su questo pianeta, come tutti in fondo. MC È stato obbligato a scrivere queste righe per potersi far conoscere meglio e avvicinarsi intelletivamente a Voi presunti quanto millantati lettori. MC non cercherà di fare colpo su di Voi in queste poche righe con termini aulici e/o aforismi riciclati. Non giudicate MC, giudicate quello che scrive MC.

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