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Chissenefrega del Natale. Sopravvalutati i primi palpiti d’estate. Che mi si lasci in pace con primi e ultimi giorni di scuola. Esiste uno – ed un solo – momento magico, nell’anno, da ben sessantasette inverni: la settimana del Festival della Canzone Italiana di Sanremo

E il bello è che ci siamo quasi!

Tipico esempio di cosa talmente brutta da fare il giro e diventare bella, l’evento che da solo dà un senso a tutto il canone Rai tra meno di una settimana esploderà sui nostri schermi con la solita orgia di pessima musica, pessimo gusto estetico e pessimi tempi televisivi, fagocitando tutto il resto della programmazione Rai, Mediaset, CNN e Al Jazeera per i successivi 10 giorni e tonificando gli animi e le menti imponendo loro di sospendere l’incredulità e abbandonarsi alla corrente. Sanremo è una pausa dalla vita. Dal senso. Dal buon gusto. VIVA SANREMO!

E quale modo migliore per prepararsi ad accogliere il Nirvana, se non ripassare insieme alcuni tra gli innumerevoli capolavori televisivi regalatici dalla sfolgorante kermesse?

Ecco quindi a voi, signore e signori del pubblico, 10 tra i migliori momenti del Festival di Sanremo.

VIA AL TELEVOTO!

10) 1980, Skiantos – Fagioli. Ciò che poteva essere e non è stato.

Prodotta da una giuria tecnica senza cuore, la rosa dei partecipanti ufficiali non è che una piccola ingiusta selezione della massa di canzoni presentate ogni anno da artisti e case discografiche di ogni dimensione e orientamento. Ecco, io penso che degli esclusi non si parli mai abbastanza. Proviamo a chiederci che impatto avrebbero potuto avere scalette diverse sulle nostre vite di ogni giorno. Ad esempio, se nel 1980 Fagioli degli Skiantos fosse stata ammessa alla gara, non saremmo forse oggi tutti più felici? Nel dubbio fagioli, fagioli, fagioli, fagioli.

9) 1952, Nilla Pizzi – Papaveri e papere

Dici Sanremo e dici Nilla Pizzi. C’è poco da fare. Dominatrice spietata delle prime edizioni – nonché gran topa – l’Adionilla  nazionale (sì, si chiamava così) ritorna al Festival nel 2010 a 91 anni per quella che è molto probabilmente la più creepy delle apparizioni televisive ever: scortata da quattro baldi giovini che le reggono un colossale mantello di velluto nero, la Regina intona il ritornello di Grazie dei Fiori, fa commuovere mezza Italia e scompare nuovamente negli abissi. Magistrale, ma noi preferiamo ricordarla per un altro motivo, per quell’arrogante 1952 in cui Nostra Signora dell’Ariston (che quella volta era ancora il Casinò) fa saltare il banco e si accaparra l’intero podio con Vola colomba (1°), Papaveri e Papere (2°) e Una donna prega (3°). Unicum nella storia di Sanremo. E Claudio Villa muto.

8) 1997, Paola & Chiara – Amici come prima 

Prima della kabbalah, prima di sfoderare le tette, prima di Vamos a bailar, Paola e Chiara Iezzi erano solo due giovani donne impegnate a scrollarsi di dosso il pesante carico di maledettismo dato dall’essere state coriste per Max Pezzali. Qui ci provano sfoderando due vocette talmente stridule che Alvin & The Chipmunks in confronto sembrano tre Nick Cave. Il mondo e i miei timpani non sono più stati come prima.

7) 1989, Marisa Laurito – Il babà è una cosa seria

Nel 1989 sono crollate due cose: il muro di Berlino e la decenza a Sanremo. A causa di un forfait all’ultimo minuto da parte di Renato Pozzetto (sic!), la conduzione viene affidata ai quattro cosiddetti “figli d’arte” Rosita CelentanoPaola DominguinDanny Quinn e Gianmarco Tognazzi, che saranno in seguito giustamente onorati della qualifica di peggiori conduttori della storia del festival. Non pago, il destino vuole che quell’anno siano in gara contemporaneamente Jovanotti con la terrificante Vasco, Francesco Salvi e il mai abbastanza compianto Gigi Sabani. Ma il momento migliore è sicuramente Marisa Laurito che, con le consuete sobrietà e grazia, fa epoca dando voce alla più potente rivendicazione sociale mai attuata all’Ariston: Il babà è una cosa seria.

6) 1978, Anna Oxa – Un’emozione da poco (solo per intenditori)

Anna Oxa a Sanremo conciata come una punk londinese.

Ma abbiamo anche molti ricordi di Quel Piccolo Mondo Antico: Pippo Baudo!

5) 2010, Pupo, Emanuele Filiberto e il tenore Luca Canonici – Italia Amore Mio

Siamo al culmine dell’epoca buia che precede il Rinascimento Morandiano del 2011 (quello della Farfallina di Belen, per capirci). Sono gli anni di Valerio Scanu a cui parte la fregola in tutti i luoghi e in tutti i laghi, di Marco Carta, di Sal Da Vinci e di quel disagiato di Povia, che non aveva ancora scoperto le scie chimiche e il piano Kalergi ma che stava già preso abbastanza male con i piccioni e Luca che era gay ma adesso sta con lei. Messa in abisso dell’abominio raggiunto, il coerentissimo trio formato dal Ghinazzi, dal principe della pubblicità della Saclà e dal povero tenore sicuramente lì perché oggetto di ricatto riesce a piazzarsi addirittura secondo con quella che è senza nessun dubbio la più brutta delle canzoni mai composte da un essere umano. L’orchestra lancia gli spartiti e dà il via alla rivolta. L’anno dopo per reazione vince Vecchioni. Gira voce che la versione di Italia Amore Mio in duetto con Marcello Lippi venga usata ancora oggi per torturare i detenuti di Guantanamo.

4) 1983, Toto Cutugno – L’Italiano

Perché se sta diventando il nuovo zar di tutte le Russie un motivo ci sarà e va cercato qua.

3) 2001, Sottotono – Mezze verità

Sfido chiunque fosse vivo in Italia nel 2001 a non ricordarsi del video di Valerio Staffelli di Striscia la Notizia che ci rimette una gonade provando a consegnare un Tapiro d’Oro ai Sottotono. Motivo del pestaggio, un presunto plagio da parte dell’amichevole duo ai danni degli N’Sync contenuto proprio in Mezze Verità, la canzone appena presentata al Festival. Non è mai stato chiarito se i due fossero più irritati dalla messa in questione della propria integrità artistica o dal fatto di essere stati accusati di aver plagiato Justin Timberlake e JC Chasez. In ogni caso pezzone, mentre un quindicennio dopo ci troviamo Rocco Hunt.

2) 1982, Pippo Franco – Che fico

Certe cose sono difficili da spiegare a parole. Di queste, quella sicuramente più ostica è la bellezza mozzafiato della sigla dell’edizione di Sanremo del 1982. Un Pippo Franco all’apice della carriera e del fascino, con addosso giacca di pelle nera e canotta con addominali stampati, zampetta avanti e indietro raccontando abitudini e tic della meglio gioventù dei primi anni Ottanta. Il motivetto è di quelli satanici che entrano in testa e ne escono 40 anni dopo trasformati in litania gregoriana. Si segnala nel video della sigla il momento in cui un coro di ragazzine sotto acido sospira “Ma quanto è fico quello lì” mentre il Pippo Nazionale si batte le mani a ritmo sulle cosce, ammiccando come il più perverso dei maniaci del parco. Magico.

1) 1997, Jalisse – Fiumi di parole

Come un deus ex machina sono comparsi all’improvviso vent’anni or sono, ci hanno regalato l’epicità e sono scomparsi di nuovo senza chiedere nulla in cambio. Grazie, Jalisse. Ovunque voi siate.

STOP AL TELEVOTO.

¡Y que viva Nilla Pizzi!

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Margherita
Udinese, nanetta di quasi un metro e ottanta, fieramente laureata in Filologia Moderna con una tesi in Storia del Cinema, senza libri da leggere e film da guardare si sente persa. Nasce nello stesso anno di Rihanna e nello stesso giorno di Shakira, ma è evidente che le supera entrambe in talento e fascino. Crede in Bruce Springsteen e in Alberto Angela, considera Sex & The City la sua formazione sentimentale. Se volete scatenare la belva che è in lei mettete su Ligabue, declamate Fabio Volo e offritele una tavoletta di cioccolata: non vi deluderà.

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