Mi svegli con quel suono maledetto. Ti spengo e ti sparo uno sguardo d’odio infondato. In fin dei conti, sei solo uno strumento la cui funzione è di emettere un suono all’ora prestabilita. Un suono stronzo, che si è ficcato nel mio schifosissimo cervello e mi ricorda che devo vivere quest’esistenza infame. Altri sogni funesti hanno accompagnato il mio sonno. Ricordo che mi tagliavo con dei cocci di bottiglia mentre scappavo da due serpenti, uno bianco più grosso e uno scuro più lungo e sottile. Che cascando in un burrone mi sono trovato a nuotare con dei topi in un mare scuro, ma totalmente piatto, un letto di catrame fluido e caldo. E poi sono tornato bambino, durante una lezione alla scuola elementare. Non so se interpretarlo come parte dell’incubo, oppure l’inizio d’un sogno normale.

Davanti allo specchio rifletto con lo sguardo perso nella mia immagine riflessa. Il tempo per una doccia non credo di poterlo avere se voglio annebbiarmi prima dell’inizio di questa giornata, che percepisco già in salita. Pedalando verso quell’edificio grigio, dove tentano giorno dopo giorno di indottrinarci malgrado il nostro rifiuto categorico, mi accorgo di quanta foschia ci sia la mattina in questa piccola e triste città. Questa foschia d’inverno si trasforma in deprimente nebbia, una nebbia fitta che ti impedisce di vedere ad un palmo dal tuo naso. Una nebbia che sporadicamente dona poeticità e il più delle volte rende grigi i volti, gli umori, le anime delle persone, non solo il paesaggio. In fondo sottovalutiamo quanto l’essere umano possa essere meteoropatico.

In qualche giornale lessi che Vienna è la capitale europea con il tasso più alto di suicidi, ma in questa anonima cittadina uggiosa, nell’ultimo anno si sono uccisi già tre ragazzi. Poco più che ventenni, poco più che conoscenti.
La giornata di quotidiano calvario accademico trascorse come da copione, incorniciata dal solito abuso di stupefacenti che rendono il tutto più lontano e leggero, più sopportabile.

Il sabato a scuola è una passeggiata, due ore d’educazione fisica e una di religione, sembra quasi che l’abbiano fatto apposta: “non venite mai il sabato a scuola?! …e noi vi mettiamo le ore di pacchia tutte in quel giorno!”. È una presa per il culo, tutte le volte che decido di non andarci mi viene l’amaro in bocca. La prima ora è di Storia, se devo descriverla in una parola direi: catalessi. La seconda e la terza sono d’educazione fisica: che palle, ma meglio che stare in classe. Nel peggiore dei casi intavoli la solita scusa: “professore non sto molto bene, non me la sento di fare lezione oggi”. Quarta ora: inglese, la prof è una sottosviluppata. Una volta è scappata fuori dalla classe piangendo. Non ricordo cosa avesse detto il mio compagno di classe, ma fu una scena molto divertente. Quinta e sesta ora: due ore di Italiano. La Castelli è una cattolica stolta, alta un metro e un cazzo, con una voce insopportabile e un’allarmante propensione all’uso di qualsiasi parola munita del suffisso -mente. L’unica cosa sconveniente è che, dopo la lezione di ginnastica, si respira un aroma di stalla. Una stalla di capre bagnate. Secondo me il nostro odore stordisce la prof, perché il sabato è sempre più tranquilla. Sarà perché è vicina al giorno del Signore, e non vede l’ora di svegliarsi per andare in chiesa, a professare la sua timorata fede. Oppure perché ha i postumi del venerdì serata addosso. Oppure perché il nostro odore le annebbia i pensieri e la vista, ma è sempre abbastanza polleggiata il sabato.

Alle volte avverto un forte senso di nausea, e non mi riferisco all’odore stagnante di quell’aula, mi vien da vomitare al pensiero di dover passare altri otto-nove mesi a vegetare qui. Annuendo come un lobotomizzato a delle vecchie depresse e/o isteriche, visibilmente frustrate ed incompetenti. Devo fuggire con la mente in qualche paradiso ovattato, e quando non ci riesco anche le più banali inquietudini adolescenziali possono rivelarsi un rifugio più che dignitoso. Guardandomi intorno, mi accorgo di disprezzare il genere umano. Probabilmente mi sopporto mal volentieri per il semplice motivo di far parte anch’io, malauguratamente, della suddetta categoria. Probabilmente invece questo mio nichilismo post-illuminista è il leitmotiv della nostra generazione. Cresciuti dalla tv. Abbindolati dalla pubblicità. Svuotati da qualsiasi contenuto, per glorificare la perfezione della forma, rappresentata e commercializzata in stereotipi al quanto discutibili. Siamo stati incantati e illusi, per poi scoprirci ingannati dal mondo appena cresciuti.

La differenza fra la nostra generazione è le altre è che non crediamo. Non crediamo che le cose si possono cambiare, Socrate disse: “chi vuol muovere il mondo muova prima se stesso”. Non è vero e anche se confutare Socrate è impresa ardua, chi non si sente impotente di fronte al sistema che ha già sconfitto decine, centinaia di generazioni; statisticamente parlando è un impresa che rasenta l’impossibile. Non crediamo che ci possa essere un futuro migliore e neanche un mondo migliore. Il mondo l’abbiamo già mandato a puttane in meno di trecento anni con questa cazzo di rivoluzione industriale, che lascerà ai nostri posteri montagne di spazzatura da ergere a nostro ricordo. Il futuro è in mano nostra: una bugia, retorica del mito capitalistico del self-made man. In realtà si è tutti, chi più chi meno, degli schiavetti del potere e figli cresciuti del sistema. Anche se ci piace illuderci di essere liberi e radicali anticonformisti, chi più chi meno. Non crediamo nella naturale bontà del genere umano (genocidi e guerre a memento). Non crediamo nel dominio incontrastato della scienza e tanto meno in quello della religione. La scienza si fonda su paradigmi di risposta a determinati e specifici quesiti, quando questi quesiti non trovano più una risposta il paradigma crolla, confutato da un altro di più valido spessore. L’esempio di Galileo ed Einstein sono lampanti: le scoperte aprono palcoscenici incommensurabilmente più ampi sulla nostra limitata percezione delle cose. E ovviamente non esiste punto d’arrivo per il genere umano, ma la sola possibilità di confutare ogni certezza precedentemente presupposta.

Fra duecento anni magari rideranno di noi, perché ci siamo convinti per cinquecento anni che la terra è tonda. Per quanto concerne la tematica religiosa e tutte le dottrine teologiche non sto a scomodarmi e a perdere tempo, basta solo pensare che il cristianesimo venera un profeta che trasformò l’acqua in vino. Ma chi cazzo era il trisavolo di Bukowski?!?

Porco mondo poi la stregoneria è stata una delle svariate sanguinolente e peccaminose crociate dello stato pontificio, ma il Profeta chi cazzo era se non uno stregone?!? Quello trasforma cose, cammina sulle acque e voi perseguite la gente per stregoneria?!? In più mi fa sorridere che l’uomo crea mentalmente qualcosa: Dio, si inchina ad esso e si fa “guidare” dalla sua creazione mentale. Una sorta di schizofrenia che ci portiamo dietro da più di duemila anni.

Pensieri rotti dal rumore metallico più amato dagli studenti: la campanella. L’ultima merdosa campanella della giornata. Quella più bramata, che sancisce la fine del supplizio mattutino. In un sospiro di sollievo, o forse di sconforto per aver amputato le mie profonde riflessioni d’autocommiserazione post-adolescenziale da ventunesimo secolo, mi accingo ad uscire assieme ad altri mille frustrati come me. Prima che tutti questi corpi possano defluire verso l’esterno, passando per l’unica uscita dell’edificio, un ipotetico incendio o terremoto potrebbe tranquillamente spazzarci via tutti, lasciando solo pensieri su cui piangere ai nostri cari. Eppure sembra essere tutto a norma di sicurezza, così dicono. Pedalando verso casa, mi stupisco di quanto sia preso bene. Senza patemi. Senza motivo di essere, come al solito, triste per qualche ragione a me non comprensibile. Mangio di gusto, condendo il pranzo con una piacevole chiacchierata con mia madre, altra roba strana per quanto mi riguarda.

Probabilmente i sonniferi, che durante l’intervallo abbiamo steso e tirato sulla tazza del cesso, assieme ai due cilum fumati prima di scappare in classe alla fine della quarta ora, sono serviti a mettermi il sorriso. Un bel ghigno stampato sul volto. Comodamente disteso sul divano mi intrattengo con il telegiornale e, tra uno dei soliti servizi inconcludenti, mi chiedo cosa spinga la gente ad accettare la gestione politica di questo paese. É tutto assurdo, siamo una grossa barzelletta impermeabile alle influenze europee demo-garantiste. Senza remore: la mia generazione è stata cresciuta sotto il segno di una dittatura mediatica. Eppure non solo noi giovani, ma tutto il popolo sembra come narcotizzato da questa brodaglia, da questa poltiglia inutile che è l’informazione italiana. Indirizzati verso tematiche che non vengono tradotte liberamente perché preconfezionate, siamo imbambolati a guardare una fiction aberrante e senza fine. Osservatori non partecipanti, illusi di essere “sovrani” perché aventi diritto al voto. Ci strillano slogan in faccia, impauriti, coscienti che prima o poi ci sveglieremo. Quando arriverà quel giorno ognuno di noi riacquisterà un po’ della sua dignità. Stiamo rovinando una terra stupenda. Svendendo tutto ciò che ci ha reso rinomati nel mondo. Una finta democrazia. Un vilipendio alla nostra Costituzione. Non credo che ci possa essere cambiamento. Siamo in

discesa da troppo tempo, e se non ci diamo una svegliata tra cinquant’anni saremo alla frutta. Fondamentalmente siamo già vicini al fondo, ma è coscienza comune che, finché c’è il pane il popolo non farà la rivoluzione. Non so se ci faranno arrivare mai a quel punto, anche se siamo in un declino costante dal boom degli anni sessanta a oggi. Le generazioni che hanno subito questa pesante situazione saranno spronate e motivate nel tentativo di cambiare la situazione, oppure saranno già state intossicate da questo sistema malato. Non so. Vorrei capire come siamo riusciti a toccare i livelli attuali. La politica di questo paese è vergognosa. La governance di questo paese è vergognosa. Che schifo d’immagine potremo mai aver acquisito agli occhi degli interlocutori esteri? All’estero oggigiorno c’è da abbassare lo sguardo ogni volta che si dice di essere italiano, e ciò è inaccettabile a mio avviso. Obiettivamente parlando, dovreste andare tutti a fare in culo. Io non ci sto cazzo. Vattene da sto straccio di nazione. Vattene per non tornare. Vattene per dimenticare tutta la merda che hai attorno. Niente in questo posto merita la tua permanenza. Niente. Appena prendo il diploma scappo. Ma per ora dovrò farmi cullare dall’idea che prima o poi tutto andrà bene. Lasciamo che l’ottimismo di facciata si insinui sottopelle e possa così lenire le nostre pene, altrimenti tutto apparirà fugace e privo di senso. Perché lo sconforto non prenda il sopravvento bisogna disfarsi del superfluo. E pensare che il cammino in salita potrà trasformarsi, prima o poi, in un dolce discesa. L’unica certezza è che si può solo andare avanti, e guardarsi indietro o sostare non può che esser nocivo. Senza meta, senza obiettivi è uno zigzagare fra eventi che rischiano di modificare il nostro cammino. Molte volte vorrei urlare al mondo la mia disapprovazione totale. Se devo ritagliarmi un posto in questa alienata società, lottando coi denti per una sopravvivenza grigia, voglio decidere io cosa cazzo è meglio per me. Non sarete certo voi a vendermi i vostri modelli standardizzati di vita occidentale, basata sul consumo e sull’apparenza. Sul desiderio e l’opulenza. Lo sfrenato materialismo edonista distribuito su larga scala per soddisfare il desiderio, mediaticamente indotto, di possedere per essere.

Il suono del cellulare mi risvegliò di colpo. É Sam, non rispondo. Dopo dieci minuti che cerco di far riprendere al muscolo cardiaco un intervallo di battito costante, decido che è giunta l’ora di alzarsi e fare qualcosa per la mia vita. Chiamo Sam:

⁃  “Fottuto Sam di merda!”

⁃  “Allora hai messo i soldi sulla carta?! Perché mi è venuto lo schizzo ora e volevoprenotare i biglietti all’istante!”

⁃  “No, no vecchio… non ce l’ho fatta… mi spiace! Te li lascio ad aperitivo e poi ci pensi tu,tanto non c’è fretta…”

⁃  “Dai… neanche sta roba riesci a fare?! hai proprio il culo pesante… cazzo fai ora?!”

⁃  “Nulla. Tu?!”

⁃  “Cazzeggio! Ah! Ci vediamo al Sub-Zero alle sette… ho sentito anche Marfi… poiandiamo a casa del Conte a vedere la partita!”

⁃  “Che partita? No… non me ne frega un cazzo… lo sai!”

⁃  “Ascolta vieni qua da me prima… che poi andiamo a al Sub assieme…”

⁃  “Come vuoi tu Simonetta!”

⁃  “Bella! Ti aspetto col cazzo in mano!”

⁃  “Arrivo aborto mal cagato!”

Mi lavo i denti ad occhi chiusi, al buio, appoggiato al lavandino, ansimando leggermente. Vestendomi la tachicardia fa da padrona, e il mio respiro ricorda quello di una donna gravida in iperventilazione. Trotterellando verso l’uscita di casa, mi rendo conto che il mio cane mi guarda come se comprendesse quanto sono su di giri, chiudendomi la porta dietro di me tutto passa. Un sospiro di sollievo e sono già a pedalare per la città più umida di questo squallido e farsesco stivale. Mi dirigo alle Poste Centrali per versare dei soldi sulla prepagata di Sam, soldi che sarebbero serviti a prenotare il volo per Londra. Avevamo deciso di passare il capodanno nell’affascinante capitale del perfido Albione, e per risparmiare era meglio acquistare i biglietti con largo anticipo. Entrato in quel disgustoso edificio costruito durante il ventennio fascista, ero a conoscenza del fatto che avrei dovuto passare una discreta quantità di tempo ad aspettare il mio turno, circondato da esemplari umani del genere più disparato.

Preso il bigliettino numerato, controllo sul tabellone luminoso a che numero stavano. Mi scappa a labbra strette una bestemmia. Erano al 67, sul mio biglietto leggevo un nefasto 89. Con le cuffie a tutto volume tento d’isolarmi da quella marmaglia di persone e tiro fuori dallo zaino un libro di Jim Carroll, prestatomi da un mio compagno di classe. L’avevo iniziato a leggere svogliatamente, ma poi mi aveva lentamente catturato e ora potevo definirmi affascinato dal precoce talento dell’autore. Stavo immergendo tutto me stesso nella lettura, quando mi sento toccare su una spalla. Mi volto di scatto, risvegliato da una trance letteraria e davanti a me un pakistano, o indiano, o che cazzo ne so, aspettava in apprensione un contatto visivo, per poi iniziare chissà quale conversazione con il suo italiano presumibilmente approssimativo.

Mi levo le cuffie nere della Skull Candy e mi sforzo di capirlo. Desiderava che gli compilassi un bollettino postale con i suoi dati anagrafici. Lo liquidai con un molto britannico: “Non capisco… mi spiace!”, e torno in fretta con lo sguardo sul mio libro. Riusco a percepire il suo astio e sconforto. Porca puttana, con tutto il materiale umano che pervade questa sala d’attesa, devi venire proprio dall’unico stronzo che si sta leggendo un libro. Non passò nemmeno il tempo sufficiente per ricadere in una lettura profonda che, affianco a me, compare un cazzo di menomato mentale e forse anche fisico. Il viso sfigurato da una lunga cicatrice che attraversava il cranio fino a scendere su uno dei due zigomi. Sembrava la cucitura di una cazzo di pallina da baseball. Potevo sentirlo respirare in maniera grave e il volume impressionante della suoneria del suo cellulare era in grado di irritare non solo me, ma bensì tutte le persone presenti.

Alle volte, quando sono costretto a passare del tempo in luoghi come questo, mi vien da pensare alle vite dei soggetti che mi tocca vedere, ma elaborare il passato o presente di questo strano elemento risultava decisamente arduo. Letteralmente a bocca aperta lo osservavo, finché non si voltò e con sguardo sardonico mi lanciò un’occhiata altrettanto interlocutoria. Quasi in preda ad un raptus nervoso controllai l’ora sul telefono, troppo tempo da passare qua. Non so se ci riesco. incomincia a salire un leggero senso di nausea e dopo poco decido d’uscire a prendere una boccata d’aria fresca. Il sole splendeva in un cielo terso. Camminando verso il centro città passo davanti ad una libreria e mi ci fiondo dentro d’istinto senza pensare. I colori e le immagini delle copertine componevano un lungo arcobaleno di input. Leggendo distrattamente alcuni titoli dei vari libri disposti in un ordine maniacale, rimasi ipnotizzato dal volto di un ragazzino sulla copertina di un libro. Non era proprio il volto un ragazzino, ma nemmeno quello di una persona adulta. I suoi occhi passavano qualcosa di strano e in quell’istante, mentre mi stavo sforzando di carpire cosa c’era di così affascinante in quel volto, riaffiorarono altri frammenti di sogni che la mia mente malata aveva partorito la notte prima. Erano intraducibili, un frullato di opachi ricordi ed immagini senza senso, ma comunque inquietanti. Un duro lavoro anche per il miglior analista in circolazione mi vien da supporre. Tornata la nausea, esco in fretta alla ricerca di aria fresca. Con gli occhiali da sole mi sento meno vulnerabile agli sguardi altrui. Ripercorrendo la strada verso l’ufficio delle Poste sento che la nausea sale, così sono costretto a nascondermi fra due cassonetti dell’immondizia, per rilasciare dei succhi gastrici come ricordo ai prossimi passanti. Sudato e ansimante riprendo il cammino. Una donna di bassa statura, intenta a divorarsi le unghie, mi si palesa davanti e sgrana gli occhi accelerando il passo. Rifletto che ognuno ha i suoi modi per somatizzare lo stress. Io vomito tra i bidoni del rusco, tu ti mangi le unghie, il tossico si fa una pera, il manager la striscia, il pervertito un bambino thailandese. Anche se in quest’ultimo caso si tratta di somatizzare su un altro corpo, quindi non conta. Però mangiarsi le unghie dona davvero poca soddisfazione. Che poi ti togli dei pezzi di unghia invece che toglierti le pare dal cervello, che ti portano a mangiarti quelle merdosissime unghie. Sottovoce mi scappa un: “Ma come cazzo si fa?!?” e sputando sul marciapiede mi fermo a specchiarmi davanti alla vetrina di una farmacia. Farei schifo anche a mia madre. Giunto dentro l’ufficio, noto che il mio numero era già stato chiamato. Bestemmio, accartoccio il biglietto numerato, lo lancio e mi dirigo verso casa di Sam. Gli darò i soldi direttamente stasera e ci penserà lui a caricare la sua fottuta carta.

Casa di Sam è arredata in maniera minimale, più o meno come la sala d’attesa di uno studio psichiatrico. Il padre di Sam è un famoso designer/artista/stilista, nonché proprietario di un famoso club cittadino. Circa due anni fa fu fermato dagli sbirri al volante della suo Suv, al suo fianco sedeva una sgualdrina non professionista sulla ventina, intenta a spazzolare bianche righe parallele. Il padre di Sam è raramente a casa. La madre è morta in un incidente stradale, quando il piccolo Sam aveva appena nove anni.

To be continued…

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Mc
MC non si sa chi sia. Neanche MC sa chi è e che ci fa su questo pianeta, come tutti in fondo. MC È stato obbligato a scrivere queste righe per potersi far conoscere meglio e avvicinarsi intelletivamente a Voi presunti quanto millantati lettori. MC non cercherà di fare colpo su di Voi in queste poche righe con termini aulici e/o aforismi riciclati. Non giudicate MC, giudicate quello che scrive MC.

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