Nella stanza echeggiava una delle ultime tracce del cd di Allevi e Samuele davanti allo specchio si stava fumando una lunga e grossa canna. L’odore acre di erba aveva appestato la stanza e lui sembrava ipnotizzato dallo specchio. Non un saluto, non un accenno di vita, nulla. In tv scorrono le immagini iniziali di Manhattan a volume quasi impercettibile. Mi perdo nello schermo a osservare la poesia della New York in bianco e nero di Woody Allen, finché non mi arriva fra le mani quella che prima era una lunga e grossa canna d’erba. Dopo qualche minuto di silenzio, il citofono ruppe la contemplazione di un capolavoro della cinematografia. Una scossa elettrica mi passò lungo la spina dorsale e mi fece sussultare sulla sedia. La tachicardia era improvvisamente tornata a far da padrona. Alzandomi di scatto, chiesi al proprietario di casa chi era che aveva rovinato quel momento di pace e quiete, ma non ricevetti alcuna risposta. Stavamo giocando una battaglia psicologica che prevedeva l’ignorare le richieste e domande dell’altro. Non lo so, a quanto pareva si, ma probabilmente la dinamica era più inconsciamente fortuita di quel che poteva apparire. Incrociando lo specchio con lo sguardo mi accorgo che ero già visibilmente segnato dagli stupefacenti assunti. Gli occhi iniettati di sangue, la faccia svuotata da ogni espressione, emozione, luce. Mentre mi perdo nelle imperfezioni della mia cute, entra rumorosamente quel cazzone del Don. Porca puttana! Gli devo 200 sacchi da una vita continua, e rompermi coglioni ogni fottuta volta che vede.

⁃  “Oh stronzo! Allora mi prendi per il culo?!?”

⁃  “Cazzo ti suoni così?! …dove sei cresciuto?!”

⁃  “Non cercare di cambiar discorso Ja! …voglio i miei soldi ora! …se no mi lasci il telefonoo le scarpe come pegno finché non vedo quei 200 euro!”

Dopo un paio di secondi di subdoli calcoli mentali, afferrai il telefono dalla tasca posteriore dei jeans e glielo lanciai in grembo.

⁃ “Lasciami la sim oppure vuoi anche quella?! E non mi chiamare Ja! Gli amici mi chiamano Ja.”

Dopo averla estratta dal telefono me la porge in maniera tronfia. Era soddisfatto. Lo ero anch’io, quel telefono vale si e no 100 euro e così me lo levavo dal cazzo per sempre quello stronzetto. Sarei tornato a casa, avrei detto alla mamma che qualcuno a scuola me l’aveva fottuto e il giorno stesso o, nel peggiore dei casi, il giorno seguente ne avrei avuto uno nuovo di zecca, senza scucire un euro di tasca mia. Quella merda con le gambe se ne andò poco più tardi facendo ripiombare la stanza nel precedente silenzio. Per altri cinque-dieci minuti rimase tale, io perso nello schermo del televisore e Sam davanti al computer.

⁃  “Perché l’hai chiamato?”

⁃  “Perché mi ha chiamato lui Ja…”

⁃  “Perché l’hai fatto venire qui?”

⁃  “Perché non mi ricordavo del tuo debito… e perché avevo bisogno di prendergli dell’erba.”

Non era vero, ma tant’è. Si passò un’altra buona ora e mezza in silenzio a fumare ognuno perso nei suoi pensieri, poi si decise di fare un giro in macchina. Un panino al Mc Drive e via a fare aperitivo nel solito fottuto bar di frocetti che popolano sta cittadina merdosa.
Ordino una cazzo di Moretti, che nel giro di cinque minuti è già sgasata e sostanzialmente imbevibile, e varco la soglia del giardino interno, trovandomi gli altri già intenti a rollare e fumare cannabinoidi. Rilascio un lungo sospiro di rassegnazione, mi siedo e saluto. Sono ormai cinque fottuti anni che ci troviamo sempre qua, a fare sempre le stesse cose, sempre con la stessa gente, bene o male sempre alla stessa ora. Una cazzo di fiction per adolescenti risulterebbe, senza ombra d’alcun dubbio, più originale e variopinta. Almeno ogni tanto qualche colpo di scena te lo cagano fuori quegli americani di merda.

⁃  “ Oh Ja! Hai una cartina?”

⁃  “No Marfisa”

⁃  “ Vai a scroccarla a qualche tavolo per favore”

⁃  “Marfi mi dici perché ci devo andare io?! Cristo santissimo mi sono appena seduto!”

⁃  “Dai idiota… vai a chiedere una cartina a quel tavolo di froci… che tra un po’ o me lamangio o me la tiro sta cazzo di mista!”

⁃  “No Marfi! …alzi il tuo culo e te la trovi da solo la tua cartina! …drogato!”

Claudio Marfisa si alza, e con fare caprino si limita a chiedere in maniera scortese una cartina al tavolo affianco. Al tavolo in questione trentenni mai visti prima che, alla poco educata esternazione del Marfisa, risposero in maniera altrettanto sgarbata. Non colsi le parole esatte, ma dal body language e dalla reazione di Marfi colsi che c’era burrasca nell’aria Una scossa improvvisa di adrenalina pervase il mio corpo. Mi si strinsero le mani in due pugni serrati, poi il mio sguardo cadde sul crocifisso pacchiano che spuntava dalla camicia sbottonata di quel dandy arrogante che stava fissando, con fare di sfida, il buon Marfisa. Il malcapitato plebeo sembrava indeciso sul da farsi, poi il Marfisa con un cenno arrogante del capo lo liquidò e tornò al tavolo. Rimanemmo in silenzio, finché il Conte non esternò i suoi quesiti:

⁃  “Dobbiamo agitare le mani?!”

⁃  “No Conte… li conosco… sono vecchi ultrà ammuffiti… gli ho fatto presente che ero ilfratello del Cerbero e mi hanno detto di salutarlo… quando esce dal gabbio…”

⁃  “Ahahah! Poveri lecca culo… ma chi sono scusa?!? Cazzo ci fanno qui nel nostro barquelle zecche?!?”

⁃  “Stai calmo Sam e non urlare… che tanto la sua sconigliata l’ha già fatta povera anima…continuiamo a bere che stasera facciamo un giro!”

⁃  “Un ritorno al passato?! Marfi ma non ti eri deciso a mettere la testa sui libri perdiventare un degno erede dell’illustrissimo avvocato Marfisa Aldo?!?”

⁃  “Allora… questa venatura ironico-sarcastica non mi piace neanche un po’ Jacopino… e poiho dato Penale e Civile a Settembre… bisognerà pur festeggiare no?!?”

⁃  “Io ci sto! …dopo la partita mi cambio e ci facciamo il solito percorso! …è un po’ che nonmi sgranchisco come si deve!”

⁃  “No Conte! Non hai capito… stasera vi tiro fuori un coniglio dal cilindro!”

⁃  “Cosa intendi scusa?!”

⁃  “Si cazzo stai escogitando Marfi?!?”

⁃  “C’è odore di burla secondo me…”

⁃  “Non vi sto burlando… miscredente che non sei altro… vedi Ja in questi casi dimostrisempre la tua discendenza giudea!”

Risate fragorose mi accerchiarono e mi arrivò qualche pacca sulla spalla e un forte schiaffone sulla coppa. Girandomi con un pugno alzato in maniera minacciosa, cerco di capire chi sia stato. Torno in me constatando che, per essere il più piccolo della crew, ho fin troppi diritti di parola. Con un cenno laconico del capo Marfi fece tornare sull’attenti gli altri, guardando poi in cagnesco il poveraccio al tavolo, che poco dopo tolse il disturbo a testa bassa. Ci si fece tutti quanti un bel ghigno e si continuò a fumare e bere amabilmente, cercando di scoprire cosa avesse in serbo per noi il buon Marfisa. Grazie ad un forsennato pressing dialettico di Sam e il Conte, intestarditi dal fare misterioso del Marfisa, si riuscì a a scoprire cosa celava il buon Marfi:

⁃  “Napalm!”

⁃  “Napalm?!?” il Conte fissò le cavità oculari del Marfisa con occhio bovino, il quale glistampò una sberla sulla fronte, la quale mi fece intuire chi fosse stato l’autore diquella prima.

⁃  “Si ignorante! Quello che usavano gli yankee per scovare nelle foreste i caga-riso!”

⁃  “Dove cazzo l’hai trovato scusa?!” mi intromisi con genuina curiosità.

⁃  “Lo si fa in casa… è facile… è uno po’ che lo conservo sotterrato in giardino… fidatevi èaffidabilissimo e unico per questo tipo intenti…”

⁃  “Bella! Bravo Marfisa…”“Se stasera ritroviamo quei froci che erano al tavolo prima gli porgiamo i più calorosi saluti da parte del Cerbero”

Altre fragorose e grasse risate echeggiarono nel giardino del Sub-Zero. L’indole biliosa di Marfi mi era sempre piaciuta, ma non nego che c’era costata svariati casini e scazzottate in passato. Siamo tutti abbastanza smaliziati e se c’è da picchiare e fare il gioco dei grandi, non ci si tirava mai indietro. Marfi però, al contrario, la cercava di sua spontanea volontà l’occasione per trovarsi da dire. Gli piaceva incredibilmente assaporare l’adrenalina delle botte, tanto quanto suonarle a gente più grande di lui. Era la sua vera droga quella. Mi accorsi che mentre analizzavo il profilo psicologico del mio compare, ero rimasto incantato con lo sguardo sul suo volto e infatti dopo qualche secondo il Marfisa replicò:

⁃  “Ma che cazzo hai da guardare?! Ho ancora il rossetto di tua mamma su una guancia?!”

⁃  “Ahahaha!! No coglione è che ho scoperto d’avere una cotta per te…”

⁃  “Allora vedi di cominciare a succhiarmelo, perché a me delle tue smancerie da fighettame ne fotte sega!”

Dopo questo arguto diverbio, si continuò a fumare e bere per un po’, senza partorire nessun discorso degno d’esser menzionato. Salto la partita a casa del Conte assieme a Sam. A me della Juve frega un cazzo, e Sam se ne sbatte del calcio in generale. Lui riesce a concepire solo sport praticati in un fottuto ring. Tanto di rispetto, ma porca troia un po’ di elasticità mentale. Difatti viene allo stadio solo per il clima, e con la speranza di avere un contatto ravvicinato con la tifoseria avversaria, mica per vedere la partita. Sam è così, è come Marfi, vuole agitare le mani. Io quella furia l’ho persa. La vita ha fatto un bel knock-out al secondo round con Jacopo Vincenzi: sopravvissuto a stento all’infanzia, messo K.O. dall’adolescenza.
Tornando a casa mi soffermo a guardare il tramonto e le sue tonalità mozzafiato. Alle volte rimango esterrefatto dinnanzi a cotanta immensità e bellezza. Purtroppo siamo troppo presi dai nostri problemi per poterne godere ogni giorno. Una vetrina di un kebabbaro rifletté l’immagine del mio volto scavato e pallido, mi fermai a sistemarmi i capelli. Non voglio i capelli rasati come gli altri. Devo rimanere nell’anonimato io. In incognito per colpire le zecche, appena abbassano la guardia. Ogni volta che cammino tornando verso casa, noto sovente che il cazzo di quartiere dove vivo, negli ultimi anni, sta subendo una cazzo di mutazione. Quando ero bambino era un quartiere pulito, il parchino era pieno di altri marmocchi che giocavano, la strada che costeggiava la mia via, via Vittorio Veneto, era piena di negozi normali. Ora quel cazzo di parchino è infestato da magrebini e balcanici che spacciano e lasciano tanta di quella merda in giro da far venire il voltastomaco. Mentre quella via è oramai infestata da kebabbari nord africani, call center di negri e bar acquistati in contanti da musi gialli col Mercedes. Che posto infame dove vivere. Percorro a due a due le scale del condominio, apro la porta di casa e mia madre mi ordina di andare a prendere il latte e delle uova. Impreco e bestemmio tra me e me. Scendo le scale a due a due e vado nel negozio di pakistani dietro l’angolo. Salgo le scale a due a due e incontro Paolino. Caro Paolino, siamo cresciuti assieme, è sempre stato un coglione sfigato. Poverino.

⁃  “Ciao dolcezza!”

⁃  “Ciao Ja! Come da bambini eh… ad andare a prendere il latte per la mamma!”

⁃  “Cazzo davvero! Come sono messo Paolino?! …Ah! Salutami tua madre piuttosto…. edille che mi deve venti euro di resto dall’altra sera!”

⁃  “Se sei coglione…”

⁃  “Sempre stato Paolino… sempre stato!”

Prima di varcare la soglia di casa mi sparo un paio di gocce di collirio, rallegrato dallo scambio di battute. Porgo la merce alla donna in cucina che, in trepida attesa degli ingredienti mancanti per preparare una torta di mele, stava consultando un libro di ricette culinarie. Voglio sottolineare che a me fa cagare la torta di mele. Essendoci solamente io e lei sotto questo tetto mi chiedo per chi cazzo la starà cucinando, visto che lei non può mangiare dolci lievitati. Sarà per gloria personale. Tornando nella mia tana rifletto sul fatto che non è poi così coglione il buon Paolino. É solo un po’ sfigato. Oltretutto ho sentito che suo cugino, Daniele Rattolani detto il Ratto, ha avuto un figlio. Cazzo con quella faccia da ragazzino, chi l’avrebbe mai detto, incastrato così da una donna. Il Ratto era uno giusto, e ora diventerà un coglione con un pargolo appresso. Ricordo che alle superiori erano rispettati, erano temuti. Ora sono scomparsi tutti quanti. Chi studia via, chi lavora via, chi muore in un incidente stradale, e il Ratto invece padre. Pensa il destino che cazzo ti mette tra le mani certe volte. Mi adagio sul letto col portatile appoggiato sulle gambe. Avevo bisogno di soldi e avevo deciso di vendere il pc. Avevo pubblicato un annuncio su e-bay, ma nessuno aveva ancora risposto. Rollando una canna decisi guardarmi qualche porno in santa pace. Durante la visione di tutta quella carne in movimento, mi ricordai dei sogni ad occhi aperti, che mi ero fatto, e mi stavo facendo da mesi ormai, sulla mia prof di chimica. Cazzo se me la farei. Con i suoi tailleur, i suoi occhialini dalla montatura dorata, la sua carnagione pallida, quel profumo da signora. La fotterei con davvero tanta irruenza. È così frustrata secondo me, quello sguardo languido e triste le dona però. La scoperei per farla sentire nuovamente giovane. Era sicuramente una gran figa da ragazza, poi qualcosa dev’essere andato storto ed ora è in sto luogo tetro, a deprimersi con noi e per noi.

Con gli occhi serrati, afferro saldamente la turgida carne che mi ritrovo nelle mutande. Accompagnato dai gemiti della pornografia che scorreva sullo schermo, decido di dedicarle questo momento. E quindi via, su e giù pensandoci in quell’aula io e lei. Immagino di prenderla con forza, piegandola sulla cattedra, alzandole la gonna, dilaniandole i collant e le mutandine. Penetrarla con presa vigorosa e impugnandole una ciocca di capelli, scandisco il ritmo d’esercizio. Ci metto poco a venire, talmente poco che non ho il tempo di cercare un fazzoletto. Agguanto un calzino sporco trovato ai piedi del letto e ci sbrodolo dentro tutto il mio furore. Appagato termino lo spinello e mi assopisco con un sorrisino compiaciuto disegnato sul volto. L’amplesso, seppur autoindotto, alle volte funge da riallineamento karmico.

Circa quaranta minuti dopo il solito telefono interrompe in maniera brusca il mio sonno beato. Il cuore mi torna al solito ritmo forsennato. Lo sento al posto delle tonsille e le tempie mi pulsano in maniera frenetica.

⁃ “Pronto…”

⁃  “Si esatto! Ti voglio pronto… tra un’ora al Covo, solita roba… stai leggero!”

⁃  “Bene… a dopo!”

Mi raccolsi in un minuto di meditazione, mentalmente ripassai la lista del materiale. Anfibi Dr. Martens neri. Jeans Levi’s neri. Felpa del Bulldog col cappuccio presa ad Amsterdam. Giaccone Fred Perry, in pelle di negro. Berretto Fred Perry nero. Tirapugni. Manganello estraibile. Serramanico. Che la cerimonia abbia inizio. Stendete il tappeto rosso perché i randagi sono per strada stasera. Fuori casa annuso l’aria come un lupo in cerca del suo branco. La foschia si è già trasformata in nebbia. La nostra nebbia. Arrivo al garage. É il garage della nonna del Conte. Quella vecchia tirchia è sfondata di soldi, ma comuqnue ci fa pagare l’affitto. Chissà se è vero, secondo me il Conte fuori fa il bello con i soldi dell’affitto. L’abbiamo messo a posto con tanta cura il nostro covo, ora c’è addirittura un biliardo. Si fa fatica a muoversi, ma c’è un biliardo. C’è anche un frigo per le birre, un bong, una tv con la playstation e quattro sedie. Spartano, come piace a noi. L’odore di muffa e di stantio è sempre abbastanza aggressivo appena entri, ma poi ci si abitua. Ero l’ultimo, pagherò una birra agli altri finita la sfilata. Sul tavolo primeggiava una bottiglia d’acqua privata d’etichetta, piena di un liquido viscoso bianco sporco, anzi quasi grigio. Un po’ come la nebbia. Lo afferrai con cura e lo esaminai attentamente.⁃ “Lo usano anche per i lanciafiamme… è facilissimo da fare… benzina, polistirolo e fosforo bianco… mescoli, lasci riposare e hai il Napalm!” esordì il buon Marfisa.

⁃  “E dove l’hai preso il fosforo bianco?” contestai io.

⁃  “Me l’ha fatto in laboratorio il fratello di Caste quello in classe con me… hai presente?!?eh… suo fratello fa chimica e fabbrica ordigni artigianali, l’ho pagato ventisacchi…”

⁃  “Andiamo a testarlo!” urlò alzandosi dalla sedia il Conte e tutti quanti sbottammo in unarisata. Sam fece volare una sberla sulla nuca al povero Contesi Riccardo.

A piedi, per strada, noi quattro siamo i randagi. Manca solo Rasty, manca tanto Rasty. É morto in moto dopo una serata delle nostre. Da quando è morto Rasty ed è andato in gabbia il fratello del Marfi abbiamo perso le nostre guide. Loro erano più grandi. Ora dobbiamo tenere alto il nostro nome anche per loro, ed è quello che faremo stasera. Mi sto già gustando i titoli del giornale locale di domani. Ci dirigiamo vicino alla stazione dei treni. Di tanto in tanto ci passiamo una bottiglia di vodka e una di gin per stemperare gli animi. Io bevo solo quella di vodka, il gin non riesco più a berlo. Me ne scolo metà in un paio di sorsi, poi Sam me la strappa di mano per saziare la sua bramosia d’ebbrezza. Con una sigaretta fumante in bocca tento di confezionare uno spinello mentre cammino. Quando lo accendo mi rendo conto di essere già ubriaco, non avendo cenato è normale sentirsi subito l’alcool salire. Decido di porre rimedio stendendo una bella riga su un cofano di una Panda parcheggiata in un controviale. Lanciando un grugnito agli altri mi faccio aspettare, poi finalmente arriviamo. Marfi tira fuori una Red Bull e la butta giù in un sorso, poi si sciacqua la bocca con la vodka. Il Conte si butta giù le rimanenze di gin e stende per tutti una bella e panciuta riga di cocaina. Come da tradizione. Uno sguardo e via, prendiamo il primo barbone che vediamo per i piedi, io e Contesi lo blocchiamo a terra e Marfisa gli lancia la bottiglia di vodka vuota. Non si rompe, Samuele la raccoglie e la frantuma sul cranio del sudicio barbone poi, con la suola della scarpa, strofina il volto del già sanguinante mentecatto sui cocci di vetro sparsi a terra. Nel frattempo io mi levo la cintura e gli lego i piedi. Prendo la lama e la faccio affondare bene nella carne del polpaccio. Non voglio sporcarmi troppo, forse sarà ancora sveglia mia madre quando torno, è andata a teatro stasera. Estraggo il manganello e gli assesto una bella pacca sui genitali. Appena si riprende dal dolore, un’altra bella pacca secca. Gli ronziamo attorno famelici. Spostandomi sul volto, col piede a schiacciargli la trachea, gli assesto un colpo sullo zigomo. Frugo in tasca alla ricerca del tirapugni, quando rialzo lo sguardo ha già un occhio grande come un pompelmo. Posiziono a dovere l’attrezzo nella mia callosa mano, lo fisso bene negli occhi e gli schiocco un montante da capogiro sui denti. Un capolavoro! L’ho preso proprio bene: tutta l’arcata superiore è scesa di netto. Tiro fuori il telefono e parte la registrazione. Che soddisfazioni. Devo fumare una sigaretta, così armeggio tentando di inquadrare il pestaggio e riesco ad accenderla con una certa fatica. Alla vista del fuoco Marfi si immobilizza come una bestia impaurita, si fruga nello zaino e tira fuori la bottiglia. Bagna il capo dello sfigurato straccione ridendogli in faccia. Ci fermiamo tutti per qualche secondo guardandolo rantolare e contorcersi, tra spasmi di dolore e pozzanghere di sangue. Ripreso il fiato, Marfisa mi strappa la sigaretta quasi finita, fa gli ultimi due tiri e la lancia in bocca al poveraccio. Una fiammata solfurea avvolse quel cranio, si accese come un fiammifero: una fiammata blu e verde e poi il classico fuoco da caminetto giallo, rosso e arancio. Indemoniato iniziò a sbattersi le mani in testa, così presero fuoco le mani. Mi allontano per fare una foto un po’ poetica e noto che il Marfisa non era sazio. Si stava guardando intorno, aveva ancora fame. Infatti si indirizzò verso il deposito degli autobus, che è poco distante dalla stazione. Al deposito ci sono le puttane. Tutti lo seguimmo lasciando morire in pace quel putrido essere.

Il Conte e Sam si spalleggiavano raccontandosi cosa avevano fatto e quanto sangue c’era. Il Marfi annusava nell’aria l’odore della prossima preda. Decido di chiamarli a raccolta con la scusa di stendere qualche riga di coca. Bisognava tagliare la corda, ma prima ci serviva una riga. Incominciammo a correre arrivati al deposito/capolinea degli autobus ci fermammo a confabulare sul da farsi. Dovevamo sceglierla attentamente per non dare nell’occhio, non è molto frequentata come zona, ma ci sono pochi posti dove fuggire o nascondersi. Di colpo fece capolinea dinnanzi a noi una battona di colore. Era decisamente sovrappeso con stivali di vernice bianchi una gonna rossa e un top bianco. Una roba schifosa. Ci guardammo tra di noi, poi intorno a noi. È lei che ha scelto noi. E quindi via sopra di lei. Calci e pugni. Strappato il top, a seno scoperto, il Conte le piscia addosso, io mi sposto e rido poi le sferro un calcio su una tempia e sviene. Marfisa incomincia a urlarmi dietro, non c’è più gusto a picchiare la gente svenuta. Così la facciamo rinvenire a schiaffi. Una volta che è riuscita a riprendere coscienza Marfi le spegne una sigaretta su un capezzolo umido d’urina e le spiega che se ingoierà il contenuto di quella bottiglia non la uccideremo. Lei balbettando chiese con accento negroide quale fosse il contenuto di quello bottiglia, Marfisa rispose: il nostro sperma. La scema se lo scolò e implorò pietà. Sam le disse esprimi un desiderio. Lei rispose voglio rimanere viva. Desiderio sbagliato sprovveduta. Altra sigaretta in contemplazione di quella creatura, buona ad emettere solo vagiti di terrore e misere preghiere. E poi, e poi si trasforma nel solito cerino acceso in una notte nebbiosa.

Nell’istante in cui prese fuoco si iniziò a scappare via ridendo e strillando. “I randagi siamo noi e nessun ci fermerà bruceremo tutta quanta la città!” intonava quel coglione del Conte.
Raggiunto il Covo, esaltati dalla serata, si iniziò a fumare parlando del più e del meno. La solita roba da ragazzi: musica, figa, calcio, motori, quella roba lì insomma. Ci scappò anche la briscola accompagnata dal vino rosso fatto dai nonni di Sam, nel loro agriturismo in Romagna. Verso le due di notte decidemmo di tornare verso casa. Era già troppo tardi per noi semplici teenager. Pedalando verso casa una volante degli sbirri mi sfrecciò affianco ignorandomi. In casa il mio cane mi accolse con i soliti rumorosi guaiti, che invano ogni volta tento di placare. Dopo averlo coccolato un po’, vado in cucina e mi faccio un bel panino alla Nutella e un bicchiere di latte. Torno in camera e divoro la merenda con sommo gaudio. Ill Communication dei Beastie Boys accompagnava le immagini, ai miei occhi sfuocate, di una partita di Premier League inglese. Decisi di stendere un paio di sonniferi sulla quarta di copertina di un libro di Ellroy che la mia ex mi aveva regalato lo scorso natale. Un libro mai letto, ma che leggerò prima o poi, suppongo. Inalo forte, alzo il volto al soffitto e tappandomi la narice opposta ripeto lo stesso gesto. Poi, senza troppa fretta, coricato sul letto controllo di non avere residui visibili di polvere bianca. Guardo lo schermo in maniera disinteressata. Seguendo quel pallino bianco, su quel letto verde, circondato da quei puntini rossi e azzurri, che si muovono a sciame attorno al pallino bianco. Affascinante. Naturale. Armonioso. In un attimo di lucidità balenata per caso nel mio bistrattato cervello, capisco che si trattava di una replica del derby di Manchester giocato sabato scorso. Ciò rese più interessante il tutto, poi questa rapida fiammata d’interesse si riuscì a spegnere in maniera altrettanto fulminea nel solito galleggiamento di pensieri a caso. Rifletto spesso su quanto il sistema mediatico e questo impulso arcaico di glorificare il gladiatore moderno, rendano questi miei simil-coetanei pieni di sé, pieni di soldi, fama e successo, senza che si possano rendere conto che stanno sprecando i migliori anni della loro fottutissima vita a correre in pantaloncini dietro ad un pallone. Guadagnano milioni e si scopano delle fighe da manicomio, però non andrebbero glorificati o invidiati in questo modo.

Non so davvero cosa la vita vuole da me e quali altre battaglie mi farà affrontare per dimostrare al mondo chissà cosa, ma sento che non ho la forza e la voglia di scalare monti, navigare oceani o attraversare deserti metaforicamente immaginari senza sapere il perché. Solo perché mi dite che va fatto. Mi spiace, ma preferisco spegnermi ogni sera sapendo di aver addolcito questo piccolo inferno che chiamiamo realtà, adolescenza, vita. Mi spengo lentamente sul letto, senza neanche lavarmi i denti o togliermi gli anfibi. Mi spengo come una putrida macchina che ha finito il suo turno di lavoro, il suo tragitto giornaliero. Per oggi direi è abbastanza. Notte mondo.

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Mc
MC non si sa chi sia. Neanche MC sa chi è e che ci fa su questo pianeta, come tutti in fondo. MC È stato obbligato a scrivere queste righe per potersi far conoscere meglio e avvicinarsi intelletivamente a Voi presunti quanto millantati lettori. MC non cercherà di fare colpo su di Voi in queste poche righe con termini aulici e/o aforismi riciclati. Non giudicate MC, giudicate quello che scrive MC.

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