Simone Miani è un artista udinese classe ’83 con un passato legato al mondo dell’urban art. Il suo percorso artistico lo ha portato a sviluppare uno stile pittorico che unisce l’introspezione psicologica al surrealismo di Dalì e Magritte e alla metafisica di De Chirico. Non un pittore di formazione accademica, quindi, bensì un artista di strada che però si chiude in atelier e lavora alacremente e con invidiabile tenacia.

La sua arte si rivolge principalmente a chi desidera scavare in profondità, a chi non si ferma alla superficie della tela ma ama cercare i significati nascosti che si celano dietro le figure: donne e uomini senza volto, o con il viso privo di occhi e di bocca, con grosse righe verticali che mimano la carta da parati che un tempo si usava per proteggere le pareti di casa da muffa ed umidità: un modo, forse, per celare, l’animo dei soggetti ritratti e al tempo stesso un invito per il fruitore a trovare, da solo, le chiavi di lettura dell’opera.
Noi di Blud l’abbiamo incontrato e gli abbiamo rivolto qualche domanda.

Oggi sei un artista che crea opere su tela usando colori ad olio, ma il tuo background è urban e riferito all’hip hop, corretto?

Simone Miani: Sì, nasco artisticamente in quel contesto lì ma me ne sono distaccato quasi subito perché non sopporto l’idea di far parte di un gruppo, sono uno che pensa in solitario. Faccio difficoltà a vedermi dentro una crew, ma sicuramente all’inizio seguivo l’hip hop. Quando avevo circa 16 anni giravo con Pumah, Gusha e altri writers udinesi che mi hanno insegnato molte cose. Io fin dalle prime esperienze, però, sentivo che le regole di questa cultura, che pure ammiravo, mi stavano strette. Un sera, per dirti, stavamo dipingendo un pezzo su una fabbrica abbandonata e io già usavo stencil e non facevo lettering, ragionavo già in astratto.

Sì, tu eri un writer decisamente atipico, come lo stesso Pumah. Facevi puro action painting, totalmente privo di regole.

Considera che a 14 anni ho fatto il primo quadro che raffigurava un cestino che conteneva le cose brutte del mondo, la fattura dello stesso era pessima, ma mi piaceva quel tipo di arte lì. Poi mi sono avvicinato al gruppo della sintetic-art, nato ad Udine proprio assieme a Pumah, dipingevo con le bombolette sulla tela e sperimentavo molto. In quel periodo giravo con il Gusha, facevamo un po’ di commissioni, ma il vero salto l’ho fatto grazie a Pumah e Giuliano Tarlao, un artista molto capace, lavorava lastre smaltate e le graffiava. In quegli anni, primi del 2000, ho cominciato a fare le mie prime installazioni. La sera andavo da Pumah e gli portavo i miei lavori per farmi dare un parere. Una volta andai da lui tutto esaltato perché quel pomeriggio mi sembrava di aver creato una nuova tecnica. Preso da uno dei miei momenti di follia, avevo messo del vinavyl su una tela e avevo dato fuoco al tutto. Mi sembrava una cosa innovativa, davvero figa, così glielo dissi e lui, con calma, si alzò dal divano, andò nella sua libreria, prese un catalogo di Burri e me lo lanciò: “toh, guarda!”, disse, e scoprii che quella tecnica era già stata inventata. Non me la presi, perché ero comunque felice di esserci arrivato da solo senza copiare nessuno.

Parliamo di sperimentazione artistica pura, cosa che tutti gli artisti dovrebbero fare. Fu in quel momento che capisti cosa volevi fare nella vita, ovvero dipingere?

In realtà non sapevo quello che volevo, la consapevolezza è venuta molti anni dopo. In quel momento ero solo un ragazzino che aveva tante idee e molta volontà di sperimentare. Considera che dai 18 ai 27 anni ho attraversato un momento molto buio perché in famiglia le cose non andavano bene e anche durante l’adolescenza mio padre voleva che lavorassi in agenzia di viaggi con lui e mi costrinse ad orientarmi verso cose che non mi appartenevano, mentre io volevo fare l’artistico.
Insomma ho faticato molto prima di capire quale poteva essere il mio posto nel mondo. Oggi so che questa è la mia strada, non potrei fare altro, ma ho dovuto sudare molto per capirlo.

In quegli anni internet era appena nato, pertanto recepire informazioni non era semplice. Come ti tenevi aggiornato su quello che succedeva nel mondo dell’arte?

Compravo fanzine e riviste di arte, frequentavo i primi forum sul web di artisti che si scambiavano opinioni. Poi, d’un tratto, ho smesso di dipingere per dedicarmi alla musica.

Tra le tue varie esperienze, infatti, annoveri quella di batterista degli Smokers.

Eh sì, per molti anni ho suonato con Fakko e Mickel. Mickel l’ho conosciuto a Parigi, e siamo diventati amici e lui mi ha insegnato a suonare la batteria. Erano i tempi del Garage 56 e di Pagella Rock. Abbiamo suonato un sacco qui in regione e non solo. Poi anche quell’esperienza è finita. Sono stati begli anni, c’era molto fermento in giro. Io vivevo facendo lavori di tutti i tipi, dal venditore al barista, e non ero per niente soddisfatto. Fu il mio analista a farmi capire che la strada che dovevo seguire era quella che io pensavo, cosi mi sono detto che se dipingere mi faceva star bene, dovevo fare quello.

E così hai ripreso a fare l’artista. Oggi come si sviluppa la tua giornata lavorativa?

Sì, non potevo davvero fare altro e cominciai subito con il figurativo, abbandonando l’astratto. Non avevo alcuna base accademica, ma capii che volevo fare quello. Mi sono esercitato e ho investito tempo, denaro ed energia per imparare il più possibile. Oggi su un quadro lavoro una media di 90, 100 ore. Mi sveglio la mattina, comincio a lavorare sulle tele e smetto la sera, 10-12 ore al giorno di solito. Poi c’è la parte preparativa, e quella non la contiamo…

Sei autodidatta anche per quanto riguarda la promozione dei tuoi lavori o c’è qualcuno che ti segue?

Il mercato dell’arte è molte volte più astratto e concettuale dell’arte stessa, ci sono delle dinamiche che vanno al di là della mera vendita di un’opera. Io creo, qualcuno vuole comprare, qualcuno vuole vendere le mie opere. Certamente non è un prodotto che si vende sui social media, nei quali io NON promuovo il mio lavoro, anzi, ne prendo letteralmente le distanze.

Strano, oggi tutti gli artisti sono molto social friendly.

Sì, ma penso che oggi nel mondo e soprattutto sui social domini il trash, il pensiero ridotto ai minimi termini, sono d’accordo con Daverio quando dice che bisogna riappropriarsi di un pensiero elaborato, complesso. Io odio le cose banali. Facebook purtroppo rende le cose banali, non è con un like che si apprezzano le cose e il concetto di “Bello” non è universale, quindi, a mio parere, ci sono luoghi più adatti per esprimere le proprie opinioni.

A proposito di cose ritenute universalmente cool, che cosa pensi della street-art? Oggi è molto di moda anche se fino a ieri era considerata scandalosa.

Io ho fatto il percorso inverso, dagli spray su muro sono passato all’olio su tela. Nulla contro la street-art di per sé, ma a me interessa fare altro. Fare un quadro è diverso dal fare un pezzo su un muro, inoltre ho riscoperto un legame con l’antico, con il passato che avevo un po’ perso. Che poi, francamente, la maggior parte degli introiti per uno street artist non derivano dal lavoro artistico in sè bensì da spillette, magliette e altri gadget. Non è quello che voglio fare.

Dunque come definiresti la tua arte?

Quello che dipingo è un tuffo verticale nell’io delle persone, mi piace scavare all’interno dell’animo umano, nelle sue intimità. Io non sono un pittore di formazione ma mi piace colpire lo spettatore con opere che in un certo senso lo turbano o lo portano a riflettere sulla società, sul mondo, sulle persone. Questa è la mia missione. A livello tecnico, attuo delle scelte stilistiche che sono più coerenti col mondo della grafica invece che col mondo della pittura.

Che strada sta prendendo l’arte secondo te, in che direzione si stanno muovendo gli artisti a livello tecnico e di pensiero?

Secondo me tra qualche anno la fruizione dell’arte come la conosciamo ora cambierà radicalmente. Andare a vedere una mostra non significherà più entrare in delle stanze contenenti oggetti da osservare e capire. L' oggetto, inteso come quadro, scultura, installazione, sarà solo una parte del grande “show” a cui parteciperai, vivrai un’esperienza più sensoriale, emozionale. Inoltre, la figura del curatore sta già venendo messa fortemente in discussione, l’artista forse organizzerà la fruibilità da solo o con il suo team. L’importante è che l’arte non smetta mai di redefinire se stessa, di essere veicolo di idee innovative e controverse. Se venisse a mancare questo morirebbero i principi sui quali l’arte stessa si basa.

Noi di Blud auguriamo il meglio a Simone e ricordiamo ai lettori che potete seguire la sua attività artistica sul suo sito personale: http://simonemiani.com/

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Shef
Shef, classe 1983, una laurea in Lettere, rapper ed mc dal 2001. Appassionato di Hip Hop e street-culture, rap, areosol art, storia, letteratura, architettura, cinema. Hobby preferito: visitare musei e mostre d’arte. Vizio: la cioccolata al latte. Nei ritagli di tempo, scrittore di racconti e articoli vari. Non sopporta fare la fila e le persone ritardatarie, ma quando può professa con convinzione l’arte del perdigiorno passeggiando senza meta nel centro cittadino di Udine.

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