Oggi, per caso, mi trovo a pensare ai sogni.
Dopo un intera serata passata con amici a ridere, bere e parlare, solo nella mia auto, in compagnia di una chitarra lenta che scandisce i minuti come fossero lunghe gocce di colla attaccate al soffitto, penso ai sogni. Tutti.
Ho cecato di metterli uno per uno in fila, possibilmente in ordine cronologico, da “Voglio il pupazzo di He-man in sella a Cringer” a “Cristo, com’è bella Dotty. Darei la gamba destra per lei. Anzi, pure tutt’e due!”.

In fondo è facile, ricordarseli tutti. Ognuno di loro si è portato via una buona fetta di me, in particolari quelli non realizzati.
Mi basta scavare un po’ nella mente annegata nella birra, che questa sera certo non mancava, e questi vengono a galla come delfini giocherelloni, in attesa di una palla da colpire. Ora, per ributtarli giù nel gozzo, mi ci vuole tutta la stanchezza e la sbronza che ho, e questa chitarra lenta di sicuro non aiuta le cose.

La strada mi sembra così lunga, stanotte, e questa musica appiccicosa che esce dalle casse non ne vuole proprio sapere, di far correre le lanciette. Così, con l’amaro in bocca di sogni andati a male e tabacco da rollare, ho deciso di farmi l’ultimo bicchiere al bar sotto casa, dove evito sempre di andare.
Jab, l’oste, mi sta proprio antipatico; è il tipico ragazzotto represso, avanti con gli anni, che la vita ha riempito di superficialità e discorsi da moviola, la domenica sera.
“Eila!” gli dico quando entro. “C’è ancora tempo per una birra?”
Stava pulendo il bancone.
“Se proprio non riesci a dormire.” mi rispose lui.
“Sai com’è” ho detto io. “L’ultima è sempre l’ultima.”
“Già. “ disse lui. “Se fai il giro del bancone ne trovi altri tre, che lo ripetono da almeno due ore.”

Decisi di sedermi, non avevo nessuna vogli di iniziare una conversazione così sterile.
Prendo la birra nella mano, controllo la trasparenza, l’effervescenza, l’avvicino al naso per sentirne l’odore e allora noto Jab che mi osserva.
“Gradisce signore?” chiede.
Mi imbarazzo un po’, io poi non ne capisco nulla di birra, figuriamoci in queste condizioni.
“Bah, è l’abitudine.” me la giocai spudorato.
“Si, certo. L’abitudine.”

Bevo, che a quanto pare oggi è l’unica cosa che mi riesca bene.
E torno a pensare ai sogni.
Che cosa banale, pensare ai sogni. Mio Dio. Solo ora me ne rendo conto. E’ la cosa più stupida, incolore e facilona e che si possa fare. Pensare ai sogni.
Come se poi cambiasse qualcosa, a pensarci. Come se prendendoli in considerazione, vagliandoli e analizzandoli diventassero già un po’ realizzati, i sogni.
Passo tanto di quel dannato tempo a ragionarci, sui sogni, che poi, le poche volte in cui si realizzano, non riesco nemmeno a goderne.

“Non è mica come lo immaginavo”, “Pensavo tutta un’altra cosa”, “ No, no, non è questo che intendevo”; e così si frantumano, i sogni, anche quelli più belli e tutti insieme tornano nel cassetto dal quale sono venuti, a nascondersi tra la denuncia per guida in stato d’ebbrezza e l’unica pagella buona delle superiori; quella da mostrare al proprio figlio, un giorno, per dare il buon esempio.
“Hey Jab, cose ne pensi dei sogni?” chiedo al barista, e nell’istante stesso in cui le parole lasciando la mia bocca già me ne pento.
“I sogni dici?” dice lui fermando il suo infinito strofinare quella lapide stesa sotto i gomiti degli ubriaconi. “Vuoi sapere cosa ne penso dei sogni? “ mi chiedere ironico. “Beh, se proprio ci tieni a saperlo penso siano una bella fregatura, i sogni.”
Da un’ultima passata davanti a se e poi riprende a parlare.
“Io ho avuto un unico sogno, in tutta la mia vita.” mi dice. “Aprire un bar.”
Sorrido, bevo un sorso di quella che Jab, senza molta vergogna, definisce birra, ed apro la bocca per complimentarmi con lui, ma non me ne da il tempo.
“E guardami adesso, ti sembro uno che sta vivendo un sogno?”

Prendo in viso quell’espressione jolly che assumo quando parlo con un ubriacone e non capisco quello che dice. Dischiudo la bocca in una specie di sorriso che può valere pure da espressione di disapprovazione, e scuoto leggermente la testa in un circolo vizioso di si/no/dipende da cosa intendi.
“Te lo dico io ragazzo, sognare porta solo guai.” si versa una birra, Jab, mi sa che ho fatto venire l’amaro in bocca pure a lui, e mi si para davanti come fossimo vecchi amici al tavolino di un bar.

“Ascolta un colgione qualsiasi.” mi dice brandendo il bicchiere come un fioretto durante la finale olimpica. “Se proprio ti viene la volgia di sognare, fai come me. Beviti qualche birra, guardati una partita alla tele, e vedi che ti passa presto. Ci vule mica tanto, per semettere con quella roba. Basta un po’ di pazienza!”
“E se proprio non passa?” gli chiedo io.
“Beh, se non passa, allora si che c’hai un problema, amico mio. Forse dovresti bere un poco di più, se proprio non se ne vuole andare, quella cosa li. Con me funziona.”
“Già, forse è solo una questione di annaffiarla di più, la vita. Un poco di più. Così non lascia galleggiare le idee di merda. Vero?” dico sorridendo.
Jab avvicina il bicchiere al mio e lo sbatte contro.
“Amen, amico. Hai centrato il punto.”

Mi lascia finire il bicchiere, lo prende e dopo poco me lo riporta pieno.
“Questo lo offre la casa.” mi dice, e allora penso che infondo non sono poi così inutili i sogni.
“Buona notte!” dico al barista. “Per oggi ho fatto il pieno.”
“Buona notte amico! “ dice lui. “E quando ti vengono quelle strane idee in testa, mi raccomando, passa di qui che le facciamo passare!”
“Certo Jab!” rispondo io.
Risalgo in auto, accendo il motore e subito, la stessa chitarra fiacca riprende la sua pigra litania.
Non fosse per le birre, e per i consigli del vecchio Jab, quasi quasi riprenderei a pensare a quelle robe li. Che poi, bene bene non l’ho capito, perchè fa male sognare. Certo no è il massimo, quando non riesci a realizzarli, i sogni. Ma senza il desiderio che accidenti ci fai a vivere?
E allora mi viene in mente Jab, “Innafia, innaffia, finchè sparisce tutto!”

by Emanuele
Proveniente dal lontano 1984, cresciuto a pane e Bim Bum Bam, si è reso conto presto che qualcosa non andava. Mentre cercava di capire cos’era, si è innamorato della letteratura, della musica e per ultimo, normale conseguenza dei primi due, dei viaggi. Non l’ha ancora trovata, quella cosa, ma nell’attesa spende il suo tempo libero a scoprire il mondo, quando può, o si accontenta di errare in modo statico, inventando storie brevi e a volte un po’ più lunghe.

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