Jean Paul Sartre sosteneva di essere “le nouveau Dada”, ed io ho sempre pensato che detto da lui fosse una fregnaccia colossale. Dopo aver visto Bello FiGo Gu a “Dalla vostra parte” ne ho avuto la conferma.

Inutile dilungarsi sull’accaduto, dato che è divenuto virale sostanzialmente in contemporanea alla sua trasmissione.
Forse è bene chiedersi il perché.

Ora, già pensare che una delle parti in causa sia un rapper che ha dovuto modificare il proprio nome d’arte – una volta era noto come Gucci Boy – in seguito ad una querela da parte della nota casa di moda perché digitando “Gucci” in internet era proprio lui a monopolizzare i risultati, è qualcosa di meraviglioso.

Se poi si pensa alla contingenza globale in cui la querelle è inserita, si svela l’immagine non di un giovane, forse imbecille, forse troll, che scrive dei pezzi ben oltre il limite del demenziale che si è scontrato con una weltanschauung altrettanto demente; bensì un’icona del Dadaismo che al trash risponde col trash, che riesce a portare alla sua entropia un sistema assurdo, lasciando intravvedere una possibilità di redenzione.

Un bel vassoio di merda

Se non è vero che la storia si ripete, forse a volte è abbastanza simile a se stessa. Quando nacque Dadà il mondo era appena entrato in guerra, idee e valori secolari erano crollati, si preparavano le basi ideologiche per “i dieci giorni che sconvolsero il mondo”, la percezione estetica ristagnava e ci si incamminava verso l’era della riproducibilità tecnica.

Era un casino del cazzo in sostanza, e ci si capiva ben poco. Allora quattro debosciati hanno deciso di reagire, mettendo in luce le contraddizioni e l’assurdità del mondo nella loro stessa persona, presentandosi come degli imbecilli anti-tutto; ridicolizzando l’arte, la filosofia, la storia mediante le loro stesse espressioni.

Oggi, a costo di dire qualche cosa di scontato, è percezione generale che si viva in un’epoca di transizione, avviata verso la fine di qualcosa, senza che si sappia bene quale fine e soprattutto di che cosa, tanto che c’è chi suggerisce che la fine da imminente sia diventata immanente.

C’è la destra alternativa (alt-right), movimento che nega la validità delle obiezioni di minoranze e gentil sesso, e nostalgica di un futuro promesso e mai realizzatosi, si diletta con vaporwave e memes di Pepe The Frog nazistificato- che pare abbiano contribuito all’elezione di Trump – ; l’Europa è un po’ come casa Volkonskij – gente che entra e gente che esce a tutte le ore; insorgono i populismi, anche se “populismo” non è più ben chiaro che cosa significhi; la cultura pop subisce infiltrazioni della cultura “alta” e la cultura “alta” diventa pop; sembra sia la fine della Storia e della Letteratura; il politicamente corretto è diventato causa di conflitti anziché risolverli; non ci sono più le mezze stagioni; siamo tutti prigionieri della nostra filter bubble, condannati a gridare in una echo chamber senza poter essere ascoltati da qualcuno se non da noi stessi; e chi più ne ha più ne metta.

In sostanza è un bel casino del cazzo anche adesso. Una situazione così caotica e frammentata che perché se ne possa fare il punto bisogna avere la pazienza dei collezionisti. Impresa resa ancora più difficile dai media che, abdicando al loro ruolo, ipernormalizzano la realtà, ovverosia la semplificano sino a distorcerla (ah sì, alla lista aggiungete che siamo nell’era della post-verità).

È dunque difficile che una svolta abbia luogo in seno alla cultura, che diviene, per il tempo e le risorse necessarie a cercare di ricomporre il puzzle d’una situazione così caotica, sempre più elitaria; figuriamoci nell’arte, da più di un secolo alla disperata ricerca di nuove fondamenta. Se invece esiste un terreno fertilissimo, che possa raccogliere benché in maniera disordinata ed inconsapevole tutti i semi gettati al vento dal secolo, quello è proprio il trash.

Escatologia del trash

Ed è esattamente là che Gucci Boy è nato e cresciuto. Bene o male tutti lo conoscevano per i suoi pezzi in cui si parla di pasta col tonno, e, per una simpatica coincidenza, di Mussolini, con tanto di swag, ISIS, soldi e vagine. L’altra sera invece è stato chiamato in causa per un pezzo in cui si accenna al referendum, alla figa bianca, e al fatto che lui, in quanto immigrato, non paghi l’affitto e faccia la bella vita grazie ai celebri trentacinque euro quotidiani. E così si è compiuta la magia.

Ciò che ha fatto Bello Figo è esattamente ciò che sta facendo South Park con il medesimo spirito Dadà (ci torneremo in futuro), ossia una colossale reductio ad absurdum di un mondo inserito in un sistema così polarizzante da far sì che si ritenga vera qualsiasi cosa possa alimentare la nostra consolatoria visione ipernormalizzata della realtà.

Bello Figo si presenta esattamente come lo stereotipo che una buona fetta della popolazione italiana (e non solo) ha degli immigrati, e prima ancora, come caricatura della sciatta ostentazione di atteggiamenti inconsistenti di alcune branche del rap. Bello Figo è, per citare Tzara, “il camaleonte del mutamento opportunista” che si presenta come un perfetto idiota, offrendo ad un mondo altrettanto idiota ciò che esso desidera, smascherandone così la futilità.

Non reagire mediante argomentazioni, ma avere l’onestà di non volersi prendere sul serio e ricondurre la discussione al suo punto zero. Nell’epoca della post-verità, in cui non esistono più fatti ma solo interpretazioni, ogni argomentazione non fa che alimentare la fazione opposta, in un vicendevole e chiastico rafforzamento di convinzioni che sancisce l’ipernormalizzazione, la semplificazione, la ridicola idea che si possa individuare una causa univoca ad ogni cosa.

Gucci Boy è l’imbecille di cui avevamo bisogno, che ha servito un piatto d’argento guarnito di merda allo spirito che quella merda l’ha prodotta, all’interno del medesimo spirito, trollando tutti, ivi compreso il sottoscritto che ne sta scrivendo, ed accumulando una quantità di livelli d’ironia tale da essere la resa più valida della complessità del mondo.

Bello Figo ha realizzato un’opera d’arte totale, ricordandoci in qualche modo, ciò che anche Tzara desiderava, ossia che la libertà totale e la frammentazione individualistica fossero accompagnate dal loro presupposto fondamentale: la responsabilità. Responsabilità che si può manifestare ad esempio nella capacità di non cedere alla tentazione di adagiarsi nella propria visione del mondo.

Arrivare a tanto è sicuramente imbecille, ma in un mondo di imbecilli (e non me ne chiamo fuori, anzi) solo chi è capace di essere responsabile della propria stupidità, come Tzara o Gucci Boy, forse è in grado far chiarezza. Gucci Boy ha dimostrato che grazie all’ironia, alla coercizione all’entropia del sistema, è possibile svelarne la realtà, nel momento in cui ci si rende conto dell’impossibilità della sua formalizzazione.

Dadà è swag, Dadà è idiota, evviva Dadà.

 

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Valerio
Prova un certo imbarazzo a parlare di sè in terza persona, così come a fare molte altre cose, ma ,in un modo o nell’altro, finisce sempre per farle. Ciò che non lo imbarazza affatto invece è trovare sottotesti inesistenti in opere dal discutibile, se non assente, valore. Animato da un inestinguibile e viscerale passione per le cause perse è un lettore compulsivo , un ossessivo creatore, fruitore ed esecutore di musica ed un amante disinteressato del cinema e fondamentalmente di quanto di più astratto, metafisico e lontano da una possibile applicazione al reale l’uomo abbia creato.Nel tempo libero studia alla sslmit di Trieste.

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