Ciao gattoni.

Mettiamo subito in chiaro una cosa: qui parla una megafan. Una che qualche anno fa ha preso ed è volata in Scozia solo per vagare per le strade di Leith la domenica mattina. Una che a Pordenonelegge 2016 ha incontrato Irvine Welsh e dall’emozione è quasi finita dal cardiologo. Potete quindi immaginare che botta possa essere stata l’annuncio di un sequel di Trainspotting.

Di seguito le fasi di elaborazione:

Fase 1: sbigottimento, indignazione, blasfemia, rifiuto

Fase 2: ah ma aspetta: forse con regista, cast e autori originali qualcosa di buono viene fuori

Fase 3: no ma i sequel fanno sempre schifo

Fase 4: oddio le prime foto dal set, come sono tutti vecchini e carini

Fase 5: musica orribile nel trailer e prepotente ritorno della blasfemia

Fase 6: le critiche danno speranza

Fase 7: non ce la faccio, troppi ricordi

Fase 8: piantiamola di farci le paranoie e compriamo quel biglietto.

Quindi eccoci qua. Veni, vidi, giubilai.
Insomma, sono passati 20 anni da quando il giovane Renton se n’è andato da Edimburgo con i soldi in spalla e Born Slippy in sottofondo. Scegliendo la vita, in teoria.
Ora vive ad Amsterdam, è pulito, ha degli imbarazzanti capelli lunghi e una sorprendente vita normale. Torna in Scozia con l’idea di ripartire subito. Non riparte più.

Sì, ok, ma gli altri? Sono ancora tutti lì: Spud si buca, tanto per cambiare; Sick Boy è passato alle più eleganti gioie della cocaina e della prostituzione a scopo ricatto; Begbie si è fatto due decenni in cella, imparando tutto tranne il potere del perdono.
Seguono incontri, scontri, inseguimenti, treni in corsa. Tutto come prima, in un circolo chiuso senza speranza né redenzione. Solo il ritmo è cambiato, è più lento. La furia, la fuga in avanti del primo film non ci sono più.

E proprio qui sta il fulcro vincente del film, che ne fa uno dei pochissimi sequel riusciti della storia del cinema mondiale, intergalattico, universale.
Quanto più il finale di T1 volava alto illudendoci che anche al più tossico cazzone di Leith sarebbe bastata una buona occasione per tirarsi fuori dalla melma, tanto più T2 ci riporta a terra dicendoci che non è così, che se nasci cazzone di Leith muori cazzone di Leith, che la melma ce l’hai dentro il corpo e nella testa, che non importa quante occasioni ti capiteranno nella vita, tu le sprecherai tutte, in loop.

I soldi del 1996 sono finiti da un pezzo: chi li ha avuti non li ha saputi usare, chi non li ha avuti sfrutta il torto subito per giustificare il proprio fallimento, la propria rabbia. Quell’improvviso squarcio di luce verso un futuro migliore verso cui i nostri eroi si muovevano spintonandosi e incespicando nel primo film è scomparso. Forse non c’è mai stato.
Cosa fare quindi, per sopravvivere? Semplice: far finta che i vent’anni non siano mai trascorsi, tornare ossessivamente a quel passato addossandogli la responsabilità di tutte le gioie e di tutti i dolori, glorificandolo e condannandolo sempre e per sempre.

T2 rappresenta la morte della speranza; è un film nostalgico, nichilista, brutale. Si integra perfettamente con il primo film, amplificandone la carica distruttiva; è la migliore e più realista delle continuazioni possibili. Detto altrimenti, la parabola disegnata da T1 e T2 è puro punk in formato cinema. No Future: né prima, né ora, né mai.

E ora qualche informazione di servizio, che qualche difetto bisogna pur concederglielo:

  • Se vi hanno detto che la trama si ispira a Porno non credeteci: manca Gas Terry, ma soprattutto manca il porno.
  • Alla lunga la recitazione di Ewen Bremner può sembrare macchiettistica. Tenete duro.
  • La storyline dei problemi di Begbie con la figura paterna non è gestita al meglio. Se volete rifarvi la bocca leggete L’artista del coltello, ultima fatica letteraria di mr. Welsh.

E mi raccomando, scegliete la vita. Ciao.

 

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Margherita
Udinese, nanetta di quasi un metro e ottanta, fieramente laureata in Filologia Moderna con una tesi in Storia del Cinema, senza libri da leggere e film da guardare si sente persa. Nasce nello stesso anno di Rihanna e nello stesso giorno di Shakira, ma è evidente che le supera entrambe in talento e fascino. Crede in Bruce Springsteen e in Alberto Angela, considera Sex & The City la sua formazione sentimentale. Se volete scatenare la belva che è in lei mettete su Ligabue, declamate Fabio Volo e offritele una tavoletta di cioccolata: non vi deluderà.

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