SPOILER ALERT: le persone interessate all’articolo in sé potranno saltare senza alcun problema l’introduzione che seguirà. Chi, invece, vorrà leggere qualche sproloquio sul mondo dei blog, sul clickbaiting, sulla generica banalizzazione delle notizie e sulle modalità per confezionarle e renderle più appetibili, be’, si adagi a una comoda sedia, si faccia un caffè bollente, e inizi a leggere.

Alcuni mesi fa, durante il compleanno di Blud, tra una birra Jelen e un Refosco (più di una birra Jelen, e più di un Refosco, azzarderei), in quel mare magnum di collaboratori, redattori, artisti, fotografi, amici e simpatizzanti del blog, è saltata fuori l’annosa questione su come riuscire a scrivere l’“articolo perfetto”. Quello, cioè, capace di sbancare le visualizzazioni del blog. L’“articolo perfetto” è, negli anni del blogging, quello che era “il grande romanzo americano” per gli scrittori statunitensi del dopo guerra: una sorta di chimera capace di alimentare non tanto il desiderio di migliorarsi singolarmente, quanto più una sfida tutta interna a un microcosmo di relazioni intellettuali e interpersonali che, a loro volta, fungevano da humus e collante (o repellente) per la costruzione di nuove realtà letterarie e culturali. Se il passaggio non è chiarissimo, ve lo rispiego in parole molto più semplici: che “il grande romanzo americano” non sarebbe mai stato scritto era chiaro a tutti, che questa ricerca avrebbe portato alla crescita esponenziale della letteratura statunitense tra gli anni ’50 e ’80, invece, non era chiaro a nessuno. Perché, per l’appunto, tutti erano troppo presi a inseguire la chimera di cui sopra. Come accadde a Colombo, a volte si inseguono le Indie e si finisce con il trovare le Americhe.

Premesso che l’“articolo perfetto” è già stato scalzato dallo “status perfetto”, o dal “tweet perfetto”, è innegabile che la sua ricerca resti un atto comprensibile (doveroso?) per chiunque abbia interesse alla proliferazione della piattaforma per cui lavora/collabora/dedica tempo e risorse.

Ecco, pur non volendo fare l’outsider a tutti i costi, devo dire che a me, personalmente, dell’articolo perfetto non è mai fregato nulla. Intendiamoci, sono consapevole che potrei passare per il classico protagonista della storiella della volpe e dell’uva (quello, cioè, che una volta accortosi di non poter arrivare all’uva la disprezza, dicendo che è acerba), tuttavia lo confesso con sincerità: al clickbaiting e alla moltiplicazione delle visualizzazioni sono discretamente disinteressato. Mi viene in mente una frase di Andrea Pazienza che, seppur non gli abbia poi portato un granché bene, trovo perfetta: «non ho mai pensato al soldo, mentre disegnavo, casomai subito prima o subito dopo, mai durante. Voglio dire che alla fine ho sempre fatto quel che ho voluto, senza badare acché ‘ste cose si potessero poi rivendere di su o di giù».

[Varrebbe la pena citare Paz solo per inserire uno screen tratto da Pompeo…]

Dopotutto, a voi posso anche confessarlo, sono abbastanza convinto che se si puntasse più a produrre ciò che piace e si padroneggia e meno a compiacere le mode, i gusti, la velocità di fruizione, i primi a risentirne positivamente sarebbero i lettori stessi. I quali si troverebbero a confrontarsi con opinioni nuove e fertili, e non con sequenze di articoli preconfezionati. Sostanzialmente identici di piattaforma in piattaforma.

Ritornando ai refoschi e alle birre Jelen, parlando con Stefania, la “chief” di Blud, riflettevo che le tematiche che muovono click sono sempre le stesse. Il sesso, le relazioni interpersonali, le esperienze sentimentali, il gossip, i viaggi esotici, le serie televisive, le trasgressioni in generale, e via dicendo. Tutte cose lette e rilette ma che, seppur riproposte allo sfinimento, spingono la gente a interessarsi all’argomento, e a cliccarci su. Poco importa, poi, se il contenuto è pressoché nullo. È la tematica che attrae, non il contenuto. Una volta dimostrato interesse, che il prodotto sia poi meritevole conta ben poco. È il web, bellezza, e queste sono le sue regole. Articoli che nascono da indagini di mercato o da trend topic in continuo divenire. In pratica si investe più tempo a cercare di cosa la gente parla, che a scrivere un articolo su un argomento che si padroneggia solo per sentito dire. O per brevi indagini da Wikipedia o Buzzfeed o via dicendo. Credete non sia vero? Cercate le visualizzazioni di un reportage ben fatto sulla diffusione della resistenza ai nuovi super batteri e poi confrontatele con quelle dell’articolo che racconta delle coppie famose in crisi. O delle dieci frasi da non dire mentre si sta scopando. O delle venti da dire assolutamente quando si sta scopando. Non resterete delusi. Resterete agghiacciati. Perché l’evidenza è sempre la stessa: si sta cercando di svuotare l’oceano col cucchiaino. E da un bel po’, aggiungo. Soprattutto, lo si sta facendo a furia di liste.

Le liste, appunto. Le liste sono l’esemplificazione totale della diffusione della nostra incapacità di ragionare. Io li ricordo i giornali “di una volta” (Cristo santo, sembro un vecchio bacucco!). Ricordo che ognuno aveva il suo taglio, le sue tematiche, le sue peculiarità. Vi era una diversa visione dell’insieme. Uno spicchio di utenza cui rivolgersi, con mille difetti, certo, ma con sincerità. Non era certo l’età dell’oro, questo è poco ma sicuro, ma non era nemmeno l’età dell’omologazione. Ecco, in quell’età in cui i giornali erano ancora giornali, e le notizie erano diverse da testata a testata, le liste avevano il ruolo minimale che spetta alle facezie di poco conto. Erano una sorta di bignami per chi non aveva troppa voglia di leggere un articolo. Un breve e schematico riassunto di temi esplicitati con dovizia di particolari nelle varie colonne che riempivano le pagine. Vi era solo una tematica in cui le liste giocavano la parte del leone: lo sport. Lo sport e le liste sono sempre andati a braccetto. I 50 migliori gol di Maradona, i 10 portieri più forti del mondo, i 20 pugili più tecnici, e via dicendo. Il mondo dello sport ha sempre vissuto di liste perché, in fin dei conti, la semplificazione era non tanto necessaria, quanto auspicabile. La pagina sportiva è sempre stata la pagina più “pop” del giornale. Quella più nazionalpopolare. Quella succhiata avidamente dai lettori della domenica, interessati più alle ultime notizie di calciomercato che alle recenti crisi missilistiche. Certo, il giornalismo sportivo ha avuto anche grandi (a volte grandissimi) autori, ma il dato di fatto diffuso è che il linguaggio giornalistico sportivo è sempre stato nella zona retrocessione del giornalismo tout-court. E lo dico senza voler offendere nessuno. Lo dico da grande lettore di giornalismo sportivo, sia nuovo che moderno. Sia approfondito che superficiale. Per capire quest’evidenza, basta notare la ricorsività di frasi fatte all’interno degli articoli sportivi. Locuzioni che si ripetono all’infinito e che, per paradosso, non stufano il lettore, bensì lo consolano. Lo fanno sentire a proprio agio. Il problema, se di problema si può parlare, è che il giornalismo (e, seppur involontariamente, il mondo dei blog) si è uniformato a questa sorta di linguaggio “basso”, nonché alla superficialità nel trattare le tematiche (prima che qualche appassionato mi sbrani, vorrei sottolineare che vi sono decine di siti sportivi, case editrici, riviste, giornalisti, che mettono in atto una contro-tendenza, donando dignità giornalistico-letteraria altissima a una materia così ricca di epica…) tipiche del mondo dello sport. Il perché è alquanto semplice: in un paese in cui la Gazzetta dello Sport è il giornale più letto, è evidente che il pubblico ricerca non solo quella data tematica, bensì quel dato modo di trattarla. Non ci è dato sapere chi abbia iniziato il processo, ma ci è dato sapere a cosa ha portato. Non sono un passatista, sia chiaro, mi limito ad analizzare il fenomeno. La fruizione immediata, la schematicità, la ricerca della polemica e della locuzione ad effetto, tutti aspetti che il giornalismo sportivo conosce da diversi decenni, sono diventati espressione dominante nella ricerca di una comunicazione tanto sintetica quanto efficace nelle piattaforme di blogging più moderne e visitate. Che ciò sia un bene o un male, non è dato saperlo. Che la soglia dell’attenzione del lettore si sia abbassata, invece, è un’evidenza. Le liste (o le classifiche, in una diversa accezione, sempre di carattere sportivo), come sottolineavo in precedenza, sono qui a dimostrarlo.

Conclusa questa (spero non troppo noiosa) introduzione, finito il caffè bollente, posso iniziare a parlare di basket. Perché sì, perché l’argomento di questo post è il basket e, nella fattispecie, il basket proveniente dalla ex-Jugoslavia. Che termine orribile, ex-Jugoslavia. Ricordo di averlo sentito centinaia, migliaia di volte alla tv quando si parlava della guerra nei Balcani che, per quasi un decennio, in luoghi e modalità diverse, ha sconvolto le Repubbliche di quella che, un tempo, era la federazione jugoslava. Intendiamoci, il termine è in sé corretto, ma ricorda quel passaggio sanguinoso e violento (e tutti i giochi di potere geopolitico che lo hanno alimentato) che ha contraddistinto lo sfaldarsi della Jugoslavia propriamente detta. Periodo di violenta e dolorosissima transizione che ha portato agli equilibri (più o meno precari, più o meno pacificati) dell’attuale Europa balcanica. Questo, però, non è un articolo politico. Non è un post che vuole analizzare colpe, responsabilità, intrighi tra potenze, nazionalismi esacerbati coattamente e via dicendo. Questo post vuole semplicemente raccontare di come una volta il basket più bello che si potesse vedere, venisse da quella terra che si chiamava Jugoslavia e che, per mille ragioni, prima di transitare agli albori dei successi europei o d’oltreoceano (la mitica NBA), passava per il campionato italiano di pallacanestro. Concedendo a noi, post-adolescenti dell’epoca, la possibilità di godere di fenomeni indescrivibili nel fiore dei loro anni cestistici. Ripeto, non voglio fare il passatista, ma questo accadeva nemmeno vent’anni fa.

Inutile dire che, ora, le cose sono completamente cambiate.

Il basket jugoslavo in Italia ha una memoria storica (per altro lucidissima) che porta un nome e un cognome ineludibili: Sergio Tavčar. Nonché un canale di diffusione inequivocabile: Tele Capodistria. In Friuli Venezia Giulia, Tele Capodistria si riceveva perfettamente, e la voce di Tavčar credo abbia accompagnato la crescita di quasi ogni amante della palla a spicchi. Competenza enciclopedica, passione indescrivibile, idee chiare e taglienti, Sergio Tavčar è stato la bibbia del basket jugoslavo (ma anche del calcio, dell’hockey…) per diversi decenni. I suoi commenti precisi, diretti, privi di mezze misure, mai fintamente elogiativi sono quanto di più positivo possa esserci stato per un qualsiasi fruitore di sport. Tavčar non voleva venderti un prodotto (penso, ad esempio, ai commentatori moderni, tutti impostati sull’elogio della contemporaneità a suon di cifre, statistiche, urla belluine, divismi…), Tavčar voleva spiegarti il perché più intimo di uno sport. Nella fattispecie il perché la pallacanestro fosse uno sport logico, per gente intelligente. Non conosceva compromessi, Tavčar. Poteva adorare un giocatore anche solo per una partita su cento (ma potevate scommetterci che, alla fine, quella partita su cento sarebbe entrata nella Storia), conoscendone tecnica e doti, così come era in grado di vedere i bust da venti punti a partita. I perdenti con statistiche gonfiate. Tavčar aveva visto l’epoca d’oro del basket jugoslavo, e lo dichiarava senza alcuna remora. Quello che si trovava a vedere negli storicamente difficilissimi anni ’90, era per lui l’ultimo canto del cigno di una generazione di fenomeni. E lo confessava con la sfacciataggine tutta balcanica di chi non mentirebbe mai per indorare la pillola. Ripensandoci, le telecronache di Tavčar erano una sorta di lezione di storia, non solo di sport. La follia di una guerra che, come cantavano gli Assalti Frontali, era a trenta miglia di mare da noi, riverberandosi nella purezza di uno sport che stava giungendo all’apice del suo successo. Una piccola federazione di Repubbliche diversissime tra loro, che allo scoppiare della guerra contava poco più di 20 milioni di abitanti (un terzo dell’Italia), era stata in grado di produrre dei talenti cestistici capaci di “insegnare” suddetto sport a un intero continente. E non solo. Nella storia degli sport professionistici trovo pochissimi parallelismi simili (a livello di risultati sportivi “pro capite”) rispetto a quelli descritti dalla parabola del basket jugoslavo. E Tavčar c’era. Tele Capodistria c’era. E noi con loro.

L’Italia, per vicinanza, affinità culturale, professionismo all’interno delle competizioni cestistiche (quindi denari investiti) è stata per almeno un decennio la patria d’elezione per il maturare dei talenti cestistici jugoslavi. Dopo la “gavetta” (gavetta per modo di dire, visto che il palmares europeo dei club jugoslavi negli anni ’80 e ’90 è spaziale) molti atleti decidevano di transitare nel nostro paese, arricchendo tanto il conto in banca (giustamente), quanto il bagaglio professionale. Quasi sempre lo step successivo era il basket professionistico americano. L’NBA che, ai tempi, era l’NBA di Michael Jordan. L’NBA che transitava da isolata eccellenza (anche se Tavčar dubito condividerebbe il pensiero) cestistica mondiale, a lega multinazionale sempre più aperta a talenti stranieri. NBA che, giova sottolinearlo, non era il campionato attuale di super-atleti prestati al mondo della pallacanestro, bensì una lega di eccellenze post-collegiali (quindi con estrema competenza in fatto di fondamentali), in cui i talenti jugoslavi erano davvero capaci di apportare skills tecniche non indifferenti.

Fedele alla linea tracciata, e consapevole che non c’è nulla di più giusto che contraddirsi in continuazione, ecco di seguito la “classifica” dei migliori dieci talenti di scuola jugoslava transitati (per periodi più o meno lunghi) nel campionato italiano. Inutile dire che la classifica non ha alcuna valenza tecnica. Se non quella, appunto, di infastidire i compilatori seriali di classifiche. Perché le classifiche nascono per essere stravolte, commentate, contraddette, polemizzate. Cancellate e ricoperte di improperi e critiche. Perché, alla fin fine, nelle classifiche più sincere il solo metro di paragone è l’impressione singola. L’affetto che è stato creato. L’alone del ricordo. Della nostalgia.

Nostalgia di un basket che non esiste più. Formatosi in maniera sopraffina nei confini di uno Stato che ha avuto la medesima fine.

10) Marko Milič

Di Marko Milič ricordo le partite con la maglia verde dell’Union Olimpia: la squadra di Lubiana sponsorizzata dalla mitica birra Union. Va detto subito che Tavčar non se lo filava molto, pur apprezzandone la “garra” e le doti atletiche. In Italia, dopo un incolore passaggio in NBA ai Phoenix Suns, si è visto a Roseto, Cremona, Pesaro e Bologna (sponda Fortitudo, prima, Virtus poi). Non un grande palmares individuale, ma certe acrobazie con la palla a spicchi restano nell’immaginario del ragazzino che ero. Dodici anni e la faccia incollata a Tele Capodistria, sperando che la ricezione del segnale fosse ineccepibile.

[L’ultima azione, con Air Milko che si porta la palla dietro la schiena, finta un passaggio e frantuma un tabellone è davvero qualcosa di spettacolare…]

9) Teoman Alibegović

Sloveno come Milič, “Teo” Alibegović era un’ala grande con fisico da pivot. Cagnaccio in difesa e leader in campo, si è visto a Bologna e Trieste anche se, personalmente, i ricordi vanno alla sua militanza nella mitica Snaidero Udine: un delle squadre italiane con la maglietta, arancione/nera, più bella che si sia mai vista. Menzione d’onore al grande Teo per aver chiamato uno dei suoi figli Mirza (anch’egli transitato per le fila della Pallacanestro Udine), come il leggendario Mirza Delibašić.

[Ecco Teo in azione, in questa clip della stagione 2001-02. La formazione titolare della Snaidero dell’epoca? Vincenzo Esposito (transitato in NBA), Nando Gentile (che vinse tutto in Europa col Pana), Leonardo Busca, Teoman Alibegović, Aleksander “Sasha” Vujačić (detto “The Machine”, due titoli NBA con i Lakers di Kobe Bryant). Lacrime.]

8) Zoran Savić

nato curiosamente due mesi prima di Alibegović, nella medesima città (Zenica, nell’attuale Bosnia Erzegovina), Savić è stato un centrone serbo della vecchia scuola. Forte fisicamente, tecnico in post basso (questo spazio sconosciuto nel basket attuale!), con la Jugoplastika Spalato (poi POP ’84) ha vinto in Europa tutto ciò che si poteva vincere. È sempre bene ricordare che Spalato è una città di circa 180000 abitanti, che negli anni ’90 dominava il basket europeo in lungo e in largo, schiantando i colossi cestistici di città e nazioni ben più blasonate. In Italia si è visto a Bologna (entrambe le sponde della città delle Torri), ma è con la Virtus di Ettore Messina che ha vinto tutto. Compresa la terza Eurolega della sua carriera.

[Eccolo schiantare, con 27 punti, il Barcellona nella finale di Eurolega, ai tempi Coppa dei Campioni, del 1991]

7) Petar Naumoski

playmaker di quella Jugoplastika era il macedone Petar Naumoski, visto in Italia a Treviso, Siena e Milano. Ha vinto in Italia, Europa, Turchia, Jugoslavia. QI cestistico elevatissimo, più assist-man che realizzatore, Naumoski era il perfetto uomo d’ordine cui affidare le chiavi di squadre ricche di talento. In Italia ha dato il meglio di sé con la Benetton Treviso di coach Mike D’Antoni.

[Certi assist, in questo caso al mai troppo compianto Orlando Woolridge, sono ancor oggi da antologia del basket]

6) Dino Rađa

altro giocatore della mitica Jugoplastika passato per l’Italia. Dire che Dino Rađa fosse un semplice centro sarebbe riduttivo. Scuola croata, quindi tanta tecnica e movimenti felpati. Buon realizzatore, rimbalzista con ottima visione di gioco nell’apertura e in post, Rađa ha giocato per tre stagioni con la Virtus Roma, vincendo anche una Coppa Korac. Dopo il passaggio in NBA (quattro buone stagioni a Boston), è tornato in Europa, raccogliendo successi in Grecia e Croazia.

[Erano anni in cui, nella finale della seconda coppa europea per importanza, potevano sfidarsi Pesaro e Roma…]

5) Željko Rebrača

altro giocatore che definire centro è maledettamente limitante. Ricordo miriadi di partite di Rebrača con la Benetton Treviso: inarrestabile in post. Movimenti fulminei, ganci precisissimi, appoggi con il difensore in faccia, dopo finte smarcanti. Uno dei giocatori di 2 e passa metri più tecnici che abbia mai visto giocare. Passaggio in NBA senza troppa gloria (i “centri” come lui si iniziano a capire solo ora, dall’altra parte dell’oceano), in Europa ha vinto tutto ciò che c’era da vincere, tra cui una Coppa Saporta a Treviso nel 1999. Coach di quella Benetton? Željko Obradović, 9 Coppe Eurolega nel palmares. Forse l’allenatore più vincente dopo Phil Jackson nella storia della palla a spicchi.

[Altri tempi, altro gioco, altro clima. Il commento di coach Dan Peterson, però, è sempre un gran sentire…]

4) Aleksandar Đorđević

il podio si avvicina, e qui il cuore vince sulla razionalità. Perché, poche storie, io per Sasha Đorđević ho sempre avuto una passione sconfinata, che va al di là dei successi (molti) ottenuti come allenatore e come giocatore. Playmaker della vecchia scuola, più penetrazioni e assist che combo-guard. Difensore dalle mani di velluto, discreto tiratore dalla lunga distanza, folletto che creava scompiglio nelle difese avversarie. Da giocatore, palmares ineccepibile, Coppe Campioni, Campionati Nazionali (Spagna, Grecia, Jugoslavia), medaglie olimpiche e mondiali. In Italia ha giocato nella Fortitudo Bologna di Myers e coach Scariolo, e nell’Olimpia Milano di coach D’Antoni, con cui vinse la Coppa Korac nel 1993. Attualmente guida la nazionale Serba, ed è, purtroppo per lui, abbonato alle medaglie d’argento.

[La prima da avversari di due vecchi, e storici, amici: Carlton Myers e Sasha Đorđević. Da guardare dall’inizio alla fine. I fazzoletti si sprecano…]

E qui arriva il podio. Podio che, vorrei sottolinearlo, è frutto di passioni personali, ricordi individuali, romanticismi da età dell’oro, quando la televisione non andava e si tiravano quattro sganassoni allo schermo per interrompere la “pioggia di neve” che, di tanto in tanto, disturbava la ricezione di Tele Capodistria, interrompendo, seppur per pochi istanti, le telecronache di Sergio Tavčar. Nonostante ciò, va detto con chiarezza che questo è un podio ragionato e non campato ad aria. E inizia con:

3) Toni Kukoč

Ecco, che il giocatore più internazionalmente vincente dell’ultima generazione di fenomeni jugoslavi sia ai piedi del podio potrebbe essere qualcosa capace di far storcere il naso a molti. Va detto subito che il croato Toni Kukoč è uno di quei giocatori che, baciati in sorte da un fisico e da una tecnica sopraffina, era in grado di coprire pressoché ogni ruolo sul parquet di un campo da basket. 207 centimetri per un centinaio di chili, visione da playmaker, tiro dalla distanza, penetrazioni, capacità di chiudere sia lo spot di ala grande che di ala piccola (anche se non di rado, soprattutto in maglia Jugoplastika, era lui a impostare il gioco). In Europa, con la Jugoplastika della sua Spalato, tre Coppe dei Campioni consecutive, prima di passare a Treviso, ennesima testimonianza della capacità del campionato italiano di attrarre giocatori di livello. Due stagioni alla Benetton, uno scudetto e una Coppa Italia, formando con il futuro San Antonio Spurs (vedasi il discorso di prima, perché in Italia arrivavano anche americani forse non di primo pelo, ma notevoli…) Vinny Del Negro una coppia di fenomeni raramente visti nel campionato italiano. Poi il salto in NBA, e tre titoli di fila con i Chicago Bulls del mito Michael Jordan. Scusate se è poco. Su di lui, però, pesa la considerazione di Tavčar: un fenomeno in Europa, con una carriera da leader davanti a sé, finito in NBA a fare lo specialista, gonfiato nella muscolatura e ridotto nel minutaggio. Il destino di molti europei nella terra dello Zio Sam. In ogni caso, un fenomeno con un palmares pressoché unico.

[L’airone di Spalato, in maglia Benetton, contro il principe del Baltico (Arvydas Sabonis), in maglia Real Madrid. Così, per gradire…]

2) Predrag Danilović

Vincente come pochi. Silenzioso e sfacciato. Faccia da impunito, lottatore come solo i grandi atleti slavi sanno essere. Il serbo di Sarajevo Sasha Danilović è il giocatore da marcare in ogni istante, perché (come disse, a memoria, di lui un avversario) se «si fosse sopra di 15, Danilović inventerebbe il tiro da 16!». Formatosi al Partizan del mago Obradović (con i sodali Đorđević e Rebrača), dopo una coppa Korac e una Coppa dei Campioni, approda in Italia con la maglia della Virtus Bologna. Con Ettore Messina alla guida vincerà la seconda Eurolega della sua carriera, nel 1998, dopo tre stagioni in NBA tra Dallas e Miami, a fare la riserva di lusso. Ennesimo giocatore poco capito oltreoceano. Di lui si potrebbero raccontare mille aneddoti, quasi tutti legati alla rivalità bolognese Virtus/Fortitudo, ma negli occhi di qualsiasi amante di questo sport rimarrà sempre l’azione da quattro punti (con inutile fallo di Dominique Wilkins, giocatore ex NBA di livello, mica l’ultimo dei polli) con cui ha impattato (e poi vinto) il derby scudetto nel 1998. Da rivedere mille volte. Sguardo da killer, tiro in sospensione con fallo annesso, rilascio perfetto, solo retina. Poi la necessaria “faccia da schiaffi” per andare in lunetta, e far sembrare quel tiro libero la cosa più naturale dell’universo. Un mostro della pallacanestro ritiratosi, purtroppo, a soli trent’anni. Mito.

[Poesia, poco altro da aggiungere…]

1) Dejan Bodiroga

Cugino (di secondo grado) della leggenda Dražen Petrovic, per Bodiroga vale il discorso inverso rispetto a quello fatto per Kukoč. Là dove il croato è andato in America a cercare (giustamente) gloria, Dejan è rimasto a vincere in Europa. Rifiutando sempre (come sottolinea Tavčar) le numerose proposte ricevute dall’NBA. Ala piccola con incredibile ball-handling, vista in Italia a Trieste, Milano e Roma, Dejan è stato in grado di vincere tutto ciò che c’era da vincere sia in Europa con i club che con la nazionale jugoslava. 2 volte MVP delle finali di Eurolega (secondo, per titoli individuali, solo a Spanoulis), Bodiroga è sempre stato il leader silenzioso delle squadre in cui ha giocato, il go-to-guy, quello da cui andare nei momenti difficili, quando il pallone si fa incandescente e il timer dei secondi scende inesorabilmente. Forse il suo periodo migliore è stato a Barcellona, ma la sua maturazione da promessa a fenomeno, iniziata a Zadar e poi Trieste, si è concretizzata a Milano, sponda Olimpia. Con accanto nomi del calibro di Fučka, Nando Gentile, Ale De Pol e Rolando Blackman. Ed è proprio a Blackman e Bodiroga che Milano deve quel titolo inatteso e insperato. A loro e a un altro personaggio leggendario di cui parlerò tra poco.

[Di chi fu il tiro che regalò a Milano quello scudetto? Esatto, di Dejan. Che, ai tempi, aveva 22 anni.]

Ogni squadra che si rispetti, però, seppur sconclusionata come quella espressa da questa personalissima lista, ha bisogno di un suo coach. Per un ragazzino friulano cresciuto con il mito del basket italiano (e, per estensione, europeo) degli anni ’90, c’è e ci sarà sempre e solo un allenatore in grado di rappresentare alla perfezione lo spirito di quello che è (era?) questo sport:

Bogdan “Boscia” Tanjević

Allenatore di quella Milano che vinse il titolo con il canestro di Bodiroga sulla sirena, Boscia Tanjević è per tutti l’uomo che riuscì a portare l’Italia dei fenomeni sul tetto d’Europa, nel 1999. A rileggere il roster di quell’Italia ci sarebbe da piangere, ma non con lo stesso spirito con cui, alla fine degli anni ’90, piangemmo una vittoria tanto inaspettata quanto storica. Boscia è il vecchio saggio del basket europeo. Il sognatore capace di exploit incredibili con under-dog inaspettati. La Yuba liga con i montenegrini del Budućnost Podgorica, il titolo italiano con una Milano classificatasi quinta in stagione regolare, l’argento mondiale nel 2010 con la Turchia, le promozioni in A1 con Trieste e Caserta ma, soprattutto, il titolo di campione europeo 1979 con il mitologico Bosna Sarajevo di Pešić e Delibašić. Boscia, più del guru internazionale Obradović, rappresenta l’epoca d’oro del basket jugoslavo. Il suo restare ancorato (in maniera positiva) a un mondo che non esiste più, e che non ritornerà. Boscia è l’uomo dei sogni. L’uomo dei ricordi. Persona squisita e disponibile, fine conoscitore dell’intimità e della psicologia dei suoi giocatori. Il coach perfetto per una squadra che di personalità, psicologie, sogni e ricordi vive. E che di essi si alimenta.

Vorrei chiudere l’articolo dicendo che sì, che sono consapevole di aver lasciato fuori qualche nome importante (Nesterovič, Nachbar, Lorbek, Jaric,…), e che la lista potrebbe essere aggiustata, modificata e rivista all’infinito. Eppure, in fin dei conti, credo sia corretta così. Perché lo scopo di quest’articolo tutt’altro che “perfetto” (troppo lungo, troppo intimo, troppo settoriale, vagamente fuori tema,…) era proprio questo. Ovvero di creare un articolo imperfetto che potesse essere commentato, ampliato, criticato, dibattuto. Sostanzialmente “sviscerato”.

Perché, se continuo a scrivere, lo faccio proprio per animare questo dibattito. Per buttare in pasto una parte dei miei piccoli, insignificanti (eppur dettagliati) ricordi. Per condividere sensazioni. Per smuovere impressioni. Per suscitare contraddizioni.

Perché la scrittura, in un certo senso, è un po’ come il basket di quella federazione di stati che si chiamava Jugoslavia. Un’entità sì difficile da compattare, frutto com’è di pulsioni che la spingono verso ogni dove, eppure un’espressione capace di illuminare l’immaginario di chi vi ci si confronti.

Di chi l’accolga.
Di chi, dando qualche sganassone alle certezze precostituite, spostando e ricalibrando le antenne della percezione, si trovi finalmente sintonizzato su nuovi, indelebili, ricordi.
Una nuova Tele Capodistria.
Con l’immancabile voce di Sergio a fare da sottofondo.

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