Mancava solo un ultimo controllo davanti allo specchio per essere sicura che fosse tutto in ordine; fianco destro, fianco sinistro, una sistemata con le mani a un paio di ciocche, una lisciata alla maglia sul ventre per rassicurarsi che la cena non le avesse provocato del gonfiore indesiderato e che ore e ore di palestra fossero un investimento redditizio. Doveva aggiungere solo un piccolo dettaglio: quel tocco magico che avrebbe fatto la differenza davanti a un occhio attento. Lucia prese un pendaglio dalla scatola portagioie: “Ecco fatto, era proprio quello che serviva” pensò sistemandolo attorno al collo. Uscì dalla sua camera indossando il corrispettivo in euro di una mezza utilitaria, pronta per gettarsi tra gli sguardi maliziosi degli uomini del corso e quelli invidiosi delle loro fidanzate. “Mi invidiate, mi criticate e poi a casa controllate sempre il mio profilo Instagram cercando di imitarmi con gli stracci delle bancarelle dei cinesi al mercato” pensava ogni volta che una ragazza la squadrava da capo a piedi con gli occhi colmi d’invidia e ai quali lei rispondeva con indifferenza o storcendo il naso se l’outfit non era curato.

Lucia Cartini, famosa fashion blogger, camminava a testa alta; si sentiva due spanne sopra gli altri perché lei era fuggita dal paese, lei era in prima fila alle sfilate più importanti, lei veniva chiamata dalle case di moda che le proponevano vestiti, servizi fotografici, pubblicità. Lei, non loro. La sua immagine significava soldi, click, visibilità. Tutte le ragazzine sognavano raggiungere il suo status e la imitavano; quando tornava in paese le si avvicinavano timide per farsi una foto, ma tirava sempre dritto con un “Non ho tempo”; i giornali locali le dedicavano un articolo una volta al mese: eppure, alla fine, per tutti era sempre la figlia di Toni, quello del ristorante e ciò le dava fastidio. “La figlia di Toni quello del ristorante”, mai “Lucia Cartini, la star del web”.

Cosa potevano sapere le vecchiette avvolte dai loro golfini infeltriti comprati negli anni ’60 che vivevano di tv e fotoromanzi? Cosa potevano capire i ragazzi che passavano il tempo parlando di calcio, moto, automobili e ragazze silenziandosi solo quando sorseggiavano uno spritz o guardavano lo schermo del cellulare per mettere like alle sue foto? Nessuno di loro sapeva cos’era la vita vera: quella fuori dal nido, quella delle grandi metropoli, quella tra i riflettori e i vip che lei aveva sempre sognato leggendo i rotocalchi e che da sola aveva raggiunto. Qualche giorno al mese, però, tornava sempre a casa; Milano era soffocante in fondo. Le facce della gente che non la riconoscevano per strada e la ignoravano erodevano la sua autostima; nella metropoli sgomitava con fatica ogni giorno per essere una vip tra le tante e le aspiranti tali mentre a casa era la principessa del reame e come tale veniva venerata. Non le importava che suo padre non le parlasse quasi più, che sua nonna le desse della poco di buono e che sua madre passasse le serate a piangere o a urlarle dietro, prossima all’esaurimento nervoso. Lei si era realizzata da sola mentre finiva l’università, mantenendosi per intero gli ultimi due anni di specialistica, lavorando, senza pudore, anche come cam girl. Lei, senza loro.

Quella sera andò al bar più frequentato del paese dove si riunivano i fighetti, o presunti tali, con la sola ambizione di farsi vedere e per rifiutare qualche corteggiatore incoraggiato dall’alcool. Non bastava una camicia con un logo famoso per rendere elegante qualcuno; era tutta una questione di stile e nessuno, in quel posto, ne aveva: erano solo dei contadini arricchiti, indegni della sua compagnia. Passò davanti ai tavolini della gente come se fosse sulla passerella di una sfilata, percependo gli sguardi dei presenti su di sé. Qualche vecchio compagno delle medie provò a salutarla, ma tirò dritto e andò a sedersi da sola in un tavolino defilato dal resto: da quella posizione poteva osservare le persone, criticare il loro essere rozzi, deriderli in chat con la sua amica del cuore mentre si gustava un long island.

Era più buono di quello di Milano, ma non andava detto; quel buco di paese, dopotutto, qualcosa di decente ce l’aveva. Dieci minuti più tardi si stava già annoiando; captava i discorsi dei suoi compaesani, la partita della squadra locale, i campanilismi tra le marche di cellulari, la chiusura della discoteca al mare e gli ordini dei drink. Sempre le stesse cose: gli anni passavano e a cambiare erano solo il culo delle sue vecchie compagne di scuola e la pancia dei loro fidanzati. Non li odiava, li compativa; erano solo poveracci cresciuti nell’ambiente sbagliato dove il buongusto non aveva nessuna intenzione di passare e da dove lei era riuscita a fuggire. Per un attimo scorse una persona diversa: forse era solo un abbaglio, poi la vide uscire dal bar e sedersi a un tavolino di distanza da lei. Non l’aveva degnata di uno sguardo e questo la faceva arrabbiare. Lo guardò stizzita, ma lui continuava a tenere lo sguardo lontano da lei armeggiando con il telefono mentre si fumava una sigaretta. Il giudizio di Lucia si fece meno severo man man che notava i dettagli di quell’uomo; era diverso dagli altri, non l’aveva mai visto prima: ben vestito, aspetto curato, elegante anche nei semplici gesti. Per la prima volta era lei a essere attratta da un uomo e non viceversa. Scrisse alla sua amica: “Tesoro, non ci crederai. Ho avuto un colpo di fulmine!” Il tutto decorato con emoticon di adolescenziale stupore e con uno scatto rubato senza uso del flash. Mentre restava in attesa della risposta dette un sorso al long island e si mise a cercare l’accendino nella borsa. Sparito. Non aveva voglia di rovesciare tutto il contenuto sul tavolo, avrebbe fatto la figura dell’imbranata e non se lo poteva permettere. Lei era la donna perfetta in quel paese imperfetto.

«Nella borsa c’è un varco per una dimensione parallela o ti serve solo un accendino?» Stava già per rimbalzare lo scemo di turno che voleva provarci con lei: alzò la testa vide l’uomo che fino a poco fa stava fissando sorriderle spontaneo, senza nessuna forzatura per risultare simpatico. Rimase spiazzata, ma si ricompose subito. «Nella dimensione parallela dev’esserci finito l’accendino» disse appoggiandola sulla sedia alla sua destra e lasciando intendere che quella a sinistra era pronta per fare accomodare l’uomo. «Si da il caso che ne abbia uno rimasto sulla terra» rispose lui porgendogliene uno. Lucia lo prese stando attenta a sfiorargli la mano; se non era un tonto completo avrebbe capito. «Grazie… Ti chiami?» «David e tu?» «Lucia» rispose, delusa che l’uomo non l’avesse riconosciuta nonostante le sue foto occupassero spazi pubblicitari e riviste di mezzo globo. L’uomo si allontanò verso il proprio tavolo, prese le sue cose e tornò verso di lei, sedendosi nella sedia lasciata libera e facendole pensare che, grazie a dio, aveva colto la sua disponibilità. «Non ti ho mai visto qui» disse la ragazza. «Sono solo di passaggio. Di solito non ho una dimora fissa a causa del mio lavoro, ma nemmeno tu mi sembri una di qui». «Oh no. Io sono nata qui, ma abito a Milano». «Per studio o lavoro?» «Entrambi direi. Ho finito da poco l’università e m’è rimasto solo il lavoro. Non mi hai detto il tuo». «Vediamo se indovini: è una delle professioni più in moda da qualche anno». «Il fashion blogger?» Lucia si mise a ridere. «No, quella al massimo potresti farla tu, ma con la parola fashion ci sei andata vicina» rispose immortalandola con una inesistente macchina fotografica.

Alla ragazza si accese una lampadina. Faceva spesso e volentieri l’oca, ma era una che le cose le capiva subito. Collegò il nome e il gesto dell’uomo a quello della moda in un attimo. «David…Tusciani?» «In persona». A Lucia mancò l’aria; il fotografo più quotato del momento era seduto al tavolo con lei in uno sperduto paese di provincia. Si dette, di nascosto, un pizzicotto sulla gamba, per essere sicura d’essere sveglia. Lo era. Parlarono per più di un’ora senza accorgersi del tempo che passava e degli sguardi dei paesani, curiosi di sapere chi fosse quell’uomo che era riuscito ad avvicinare Lucia senza che lei lo rispedisse al mittente. «Si sta facendo tardi» disse David. «Beviamo ancora qualcosa?» «D’accordo, ma speravo potessi tenermi compagnia ancora un po’. Qui non c’è nessuno alla mia altezza» rispose Lucia indicando con lo sguardo i ragazzi presenti e già mezzi ubriachi. «Cosa intendi con “non c’è nessuno alla mia altezza”?» Lucia sorrise fingendo di arrossire. Si era fatta capire. «Lasciamo perdere l’ultimo giro qui e beviamo qualcosa da me?» propose l’uomo. «Va bene». Non era per niente tonto. David entrò nel locale per pagare e Lucia prese il cellulare per scrivere alla sua amica, ma ci ripensò; l’avrebbe chiamata domani per raccontarle tutto nei dettagli. Andare a letto con David Tusciani le avrebbe spalancato ancora di più le porte nel mondo della moda e a lei sarebbe bastato spalancare una volta in più le gambe. Il fotografo non alloggiava distante dal bar e decisero di andare a piedi. Durante il tragitto un brivido di freddo scosse Lucia e David, da gentiluomo qual era, le cinse le spalle per scaldarla.

Entrarono nell’appartamento in silenzio; David accese solo qualche luce necessaria per permettere a Lucia di osservare la casa con ancora degli scatoloni ammassati contro i muri. Qualche foto era già appesa alla parete; Lucia riconobbe degli scatti apparsi sulle riviste internazionali e altri usati per campagne pubblicitarie di marchi famosi. «Perdona il casino. Devo ancora riuscire a finire di sistemarmi. Sperando di non cambiare casa prima». «Non ti preoccupare. So cosa vuol dire traslocare. A Milano ho cambiato casa ogni anno». David non perse tempo la abbracciò da dietro mentre lei osservava le foto appese facendola voltare verso di se. Lucia si lasciò guidare, d’altronde era quello che voleva e rispose con un bacio, simulando un’iniziale timidezza per poi lasciare spazio alla passione. Non le serviva porsi domande sul perché quell’uomo fosse lì, in quel paese, con un appartamento in affitto. Quello che contava era che lui l’avrebbe ricordata per sempre da quella sera in poi. Fecero sesso nel corridoio reso ancora più stretto di quello che era per via dei cartoni ammassati e che Lucia usò per appoggiarsi mentre cingeva con le gambe i fianchi di David. Dopo il primo amplesso si spostarono a letto per un secondo round e continuarono fino a che non furono completamente sazi l’uno dell’altra e i loro corpi non si sentirono appagati. David la abbracciò portandola a se, lasciandola che si addormentasse mentre le accarezzava i capelli che al tatto parevano fili di seta. Lucia si addormentò. Agghindando i sogni con passerelle e feste esclusive delle quali era l’attrazione principale. Le persone attorno a lei cercavano le sue mani, i suoi polsi, qualcuno si prestava a terra toccandole le caviglie e l’insistenza di quella gente sconosciuta divenne un incubo che la fece svegliare di soprassalto. Ci mise un momento per accorgersi che non poteva alzarsi e che polsi e caviglie erano legati, e che era stata imbavagliata ancora completamente nuda non più nel letto di David ma su una superficie che sotto la schiena sentiva fredda, come se fosse a contatto con l’acciaio. Aveva appena abituato gli occhi al buio quando una luce si accese sopra di lei accecandola: le sembrò di vedere il volto di David.

«Finalmente ti sei svegliata». Lucia mugugnò e si agitò strattonando i legacci; sperava che David fosse venuto a salvarla da quello che la sua mente pretendeva di elaborare come un incubo. Lui ora avrebbe levato il bavaglio, le avrebbe dato un bacio e si sarebbe risvegliata ancora a letto con la schiena scoperta per giustificare la sensazione di freddo. Si guardò attorno; era una stanza dalle pareti grigie con foto macabre appese. Ritraevano corpi smembrati: ad alcuni mancavano degli arti, altri avevano il ventre squarciato che mostrava gli organi interni. Solo una cosa accumunava quel museo dell’orrore: le persone ritratte erano tutte donne. Su ogni foto c’era un’etichetta con scritto qualcosa a mano che non riusciva a leggere. Senti il rumore frenetico dell’otturatore di una macchina fotografica che scattava in continuazione girarle attorno mentre lei voltava la faccia nel verso opposto per non farsi inquadrare almeno quella. Se quelle foto fossero finite su internet almeno non l’avrebbero vista in faccia e sarebbe rimasto il beneficio del dubbio.

Non sapeva più cosa pensare e le era chiaro, ormai, che quello non era un incubo notturno, ma la realtà e che quell’uomo poteva non essere David Tusciani. “Chi è quell’uomo? Come mi ha trovata? Morirò?” La testa le si riempì di domande fino a quando gli scatti terminarono e sopra di lei riapparve il volto di colui che si era presentato come il famoso fotografo. «Ora andiamo ad affinare il make-up» disse mostrandole un cucchiaio da minestra. «Sarai la protagonista del mio nuovo shooting cara Lucia. Sono ancora indeciso come chiamarlo. Il paese del dolore, dedicandolo a questo posto di provincia? Oppure Santa Lucia, dedicandolo a te?» le disse senza lasciare trasparire nessuna emozione. Non era più lo stesso uomo che l’aveva ammaliata e che aveva fatto l’amore con lei. Il cucchiaio si avvicinò lento e luccicante verso il suo occhio scavandole la palpebra che tentava di erigersi a ultima difesa possibile. Lucia urlò dal dolore mentre David scavava nelle sua orbita e il suo viso si rigava di sangue da un lato e lacrime dall’altro. L’asportazione durò meno di un paio di minuti durante i quali tutto il suo mondo le passò davanti: i suoi genitori, la sua amica, i commenti delle ragazzine sul suo blog, le sfilate; si rese conto che non avrebbe visto e vissuto più nulla di tutto questo. Svenne per lo shock e quando si riprese percepì qualcosa di diverso. Dalla stanza non proveniva più alcun rumore se non il ronzio della luce al neon sul soffitto. L’uomo che si era presentato come David Tusciani era accasciato al suo fianco stringendole una mano libera. Provò a muovere con delicatezza il braccio e vide che il suo carnefice non reagiva, lo chiamò sussurrando il suo nome senza ottenere alcuna risposta.

A questo punto mosse il braccio libero con decisione, scivolando dalla presa non troppo stretta dell’uomo e lo fece cadere sul pavimento con una spinta. Con la mano libera sciolse le cinghie che la tenevano legata al lettino in acciaio. L’incubo era finito grazie a un colpo di fortuna; overdose di eroina avrebbero scritto i giornali nei giorni a seguire quando avrebbero raccontato la vicenda. Lucia, incurante di essere nuda e senza più un occhio uscì da quella stanza trattenendo il vomito e ritrovandosi in un corridoio con porte tutte uguali, probabilmente le cantine del palazzo dove abitava David. Cercò la luce del corridoio a tentoni muovendosi lentamente appoggiandosi al muro, coprendosi in malo modo il seno con i capelli lunghi e castani e il pube con una mano mantenendo un inconscio senso di pudicizia. Avanzò fino a trovare le scale che la condussero nell’androne del palazzo; fuori faceva ancora buio e il suo unico pensiero era tornare a casa dai suoi genitori. Le piastrelle fredde lasciarono il posto alla pietra ruvida del marciapiede e, mentre il paese intero dormiva, si rese conto che una volta tornata a casa, lei sarebbe tornata a essere solo “la figlia di Toni quello del ristorante” e che d’ora in poi l’avrebbero guardata solo per il suo handicap. Pianse con l’occhio rimastole, amareggiata perché il suo mondo si era sgretolato in una notte che sarebbe dovuto essere una svolta positiva per la sua carriera e le ci volle un po’ prima di mettere da parte l’egoismo e ringraziare Dio di essere ancora viva. Arrivò fino al ristorante di suo padre, a quell’ora chiuso, ma tra qualche ora sarebbe arrivata sua madre per fare le pulizie del mattino e l’avrebbe trovata e coccolata come faceva quand’era bambina. Si sedette sul gradino della porta di ingresso, infreddolita e immobile e lì restò, senza avere la forza di pensare, fino al mattino. Della fashion blogger che fu un tempo restarono solo un profilo instagram abbandonato e dei vecchi articoli di giornale conservati in un quaderno ad anelli; di Lucia Cartini si tornò a parlare solo in paese mentre a Milano la dimenticarono tutti presto, amici compresi.

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