Un paio di anni fa Udine era in fermento, o forse lo ero solo io. Era girata la voce che stessero girando un film, di cosa parlasse nessuno lo sapeva, ma forse c’erano degli attori famosi, come?, quello di Un medico in famiglia?, sì sì, e poi anche quell’altro, come si chiama, quello della serie tv delle suore, quello con il nome che fa venire fame.

Il film era The Space Between, i due attori Flavio Parenti (Marco) e Lino Guanciale (Claudio), la regista Ruth Borgobello, australiana di origini (chiaramente) friulane.

Il 18 aprile scorso, al Visionario, c’è stata la presentazione ufficiale della pellicola, insieme a Flavio Parenti, il protagonista maschile, e Antonietta Bello, che non rappresentava in quel contesto solamente il suo personaggio, ma anche un altro pezzo di friulanità all’interno del film (nata a Gemona, ha frequentato il Sello a Udine, oltre ai campi estivi del Bearzi). Un “altro” pezzo di friulanità perchè come avrete capito questo film è denso di Friuli-Venezia-Giulia: la nostra regione non viene rappresentata solo dalla regista e da una delle attrici, ma è una vera e propria protagonista all’interno della storia, grazie ai suoi paesaggi, ai suoi colori, ai suoi suoni.

Il film è ambientato a Udine e di Udine si vede tanto. Si vede l’ex cinema Puccini, sopra al quale abita il protagonista, Marco, un ex cuoco trentacinquenne che ha abbandonato il suo sogno e ora lavora in fabbrica; si vedono via Mercatovecchio e la Loggia del Lionello, davanti alla quale abita Claudio, il migliore amico di Marco, in quale morirà tragicamente a pochi minuti dall’inizio della pellicola, ma che sarà una presenza costante in tutto lo svolgimento della storia; si vede Piazza Libertà e si vede via Zanon, in particolare l’Osteria “Al Fagiano”, dove Marco e Olivia (Maeve Dermody) bevono il loro primo calice di vino e iniziano la loro conoscenza, che li porterà a maturare entrambi, a riconoscere i propri desideri e a realizzarsi anche se, forse, lontani l’uno dall’altra. E poi c’è via Palladio, sede della libreria di Claudio, Kobo, che dentro è proprio com’è davvero, perchè Kobo esiste veramente e chissà se adesso c’è ancora quel bel quadro di Luciano Lunazzi che si vede durante le riprese. Udine ne esce come una città un po’ decadente, molto più silenziosa di quanto non sia in realtà (soprattutto la sera), forse un po’ fredda, o forse è solo un’impressione data dalla quantità di sigarette e di bicchieri di vino che consumano i protagonisti durante la vicenda.

Non solo di Udine, però, parla il film. Come si diceva all’inizio è l’intera regione a essere coinvolta nelle avventure, se così possono chiamarsi, dei protagonisti: c’è Duino, il sentiero di Rilke, l’abbazia di Rosazzo (bellissima nella “storia” ad immagini che ne fa la regista, raccontando un luogo solo riprendendone il giardino sul retro, con la sua meravigliosa vista sulla pianura e la rigogliosa fioritura delle rose), Tarcento, e anche luoghi meno visitati, come il cimitero di Orzano, la sede della Moroso (dove Olvia accederà a una stage coronando il suo sogno di fare design) e la sede di un’altra grande fabbrica friulana, che potrebbe essere l’ABS, ma ammetto il mio forte dubbio a proposito.

Ho potuto guardare il film nella piena tranquillità di una piovosa domenica, allo spettacolo del pomeriggio, circondata da attente e udinesissime signore, me lo sono quindi gustata per bene in ogni parola, o sarebbe meglio dire “mancata parola”, in ogni meravigliosa inquadratura, in ogni espressione corrucciata dei personaggi e in ogni bottiglia di vino che si bevevano tra una scena e l’altra. La storia è un po’ banale, forse scontata, di certo toccante, probabilmente raccontata con tanta, troppa lentezza: è uno di quei film che entri a vedere, però, sapendo che saranno così, se non ti sta bene al The Space fanno Guardiani della Galassia, accomodati pure. Quindi tralascio giudizi sul genere, forse però ammettendo che pur essendo di una regista mezza australiana il film è veramente tanto italiano, nelle tempistiche, negli sguardi, nel voler fare tanta tanta psicologia. Bello, sì, apprezzo la scelta che la sceneggiatura fosse composta da tre righe di dialogo per quindici minuti di seguito e che per metà fosse in inglese…scelte, sono scelte. Gli attori sono bravi, tanto lavorati dal punto di vista visivo, con una netta volontà di dare subito una descrizione psicologica del personaggio anche dal suo modo di vestire, di pettinarsi, di truccarsi e anche di sorridere.

Quindi il giudizio finale potrebbe essere: bene, ma magari un pochino di energia “esplicita” in più, ecco. Però andatelo a vedere, finchè ne avete la possibilità, o comunque cercate di vederlo, con qualunque mezzo (lecito s’intende) riusciate a farlo. Fatelo con calma, prendendovi una serata tranquilla, con una bottiglia di buon vino rosso del Collio vicino, solo per voi, magari la pioggia fuori, e il Friuli-Venezia-Giulia, che è la vera protagonista di questo film.

Cinema: The Space Between di Ruth Borgobello

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Francesca
Trentenne (e passa) laureata in architettura, ma la sua vera passione sono i libri. Attualmente impiegata in un lavoro tanto tecnico quanto totalizzante, sogna ancora, un giorno, di riprendere in mano la tastiera del computer e scrivere il Grande Romanzo Della Sua Vita, quello che le darà fama, soldi e successo e imperituri. Ama: leggere, scrivere, cucinare, i nachos, la birra, i gatti, la montagna, l'autunno, andare a correre. Odia: la gente, gli impegni, il sudore, il suo lavoro, gli uffici pubblici, telefonare, fare le pulizie.

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