Certamente un escamotage geniale e devastante quello di Mildred per portare giustizia allo stupro e all’assassinio della figlia, una scelta che scatena una serie di simpatici equivoci e violenti risvolti.
Nella tranquilla e razzista città di Ebbing si incrociano le vite dello sceriffo Willoughby, del poliziotto Dixon, di un nano e di Mildred Hayes, la cui figlia, 7 mesi prima, viene trovata carbonizzata non lontano da casa. Mildred decide così di affittare da Red, il cui personaggio farà un salto inaspettato, tre cartelloni pubblicitari di immane grandezza per affiggerci sopra, contro ogni prognostico, tre messaggi, indirizzati a quella sant’anima dello sceriffo. Nero su Rosso, una potenza visiva incontrastabile.

Raped while dying
And still no arrests?
How come, chief Willoughby?

Non è spoiler, siamo appena nei primi dieci minuti di film.
E nei primi venti veniamo già risucchiati da una nuvola di violenza, verbale e fisica, gratuita, che appare quasi superflua, permeata in una società fortemente conservatrice, che se paragonata al liberismo a cui assistiamo oggigiorno, pare catapultarci in un’epoca cui abbiamo assistito se non attraverso film biografici. Eppure i telefonini ci sono, l’informazione anche, quel po’ di sensibilità e curiosità che porta persone comuni a chiedersi perché fatti del genere ancora appaiano sulle pagine della cronaca mondiale: presenti. Una storia così vicina, ma così lontana da noi per via della violenza priva di filtri, che non viene vendicata se non da una madre capace, attraverso tre cartelloni, di portare più attenzione al caso dello stupro nel giro di poche settimane che non nei 7 mesi precedenti. Di nuovo, la potenza della parola, di cui Willoughby è solo un espediente per fare notizia, vince su un fatto di cronaca che, apparentemente, risulta irrilevante.

Willoughby e Mildred

Il film però non vuole focalizzarsi propriamente sulla polemica, ma va a scavare dentro i punti deboli di ogni personaggio, mostrandocene i dissapori, le debolezze, le paure e le fragilità. E in Mildred, troverete la donna più orgogliosa e forte (e cazzuta) che abbiate mai incrociato su uno schermo. Frances McDormand al top, la sua camminata diviene iconica e la eleva a Dea del cinema.

Ultimo punto, il black humor in cui v’è immersa tutta la narrazione, sottile, raffinato – sarcasm alert – e catapultato nelle situazioni più assurde. Finisci a ridere della tragedia, che tragico poi, in sé, questo film non è. È una black comedy, arguta, violenta, che si impone e ti segue passo passo fino a casa. Perché dopo un film del genere, non puoi semplicemente andare a bere una birra con gli amici senza sproloquiare a riguardo, come per toglierti un soffice peso dallo stomaco.
Come feci io la sera che lo vidi.
Mi allontano dunque dallo sproloquiare, ma vi dico questo: tenete d’occhio lei, tenete d’occhio la fotografia – anche se quest’anno il cinema indipendente, e non, c’hanno regalato degli esempi superlativi di cinematografia, non distogliete lo sguardo (e manco v’accorgerete di essere arrivati alla fine), ma soprattutto ridete, tantissimo, che vi sentirete male a ridere di tali disgrazie.

Dixon, the fuckhead

Uno scambio di battute per voi, rimasto impresso nella mia memoria assieme ad altre molto più serie e divertenti:
Ehi, tu, fuckhead!
Che cosa c’è?
Dixon! Non puoi rispondere “che cosa c’è?” a una che ti chiama fuckhead!

Post scriptum: se siete appassionati della Award Season, sappiate che ha già stravinto ai Golden Globes e attende i Bafta e gli Oscar solo per vincere ancora. Quest’anno spetta tutto alla McDormand.

Scusate il bilinguismo, ma capita quando finisci con l’esprimerti in due lingue on a regular basis.

 

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Sabina
All'anagrafe volevano cambiarmi il nome in Andrea, ma grazie alla caparbietà di mio padre ora rispondo al nome di Sabina, nata in una mattina soleggiante nel settembre del 1992. Sempre disposta al confronto davanti ad un buon calice di tocaj, la mia vera passione sono le arti. Da giovane mi perdevo per gallerie d'arte in ogni occasione, che fosse Villa Manin o gli Uffizi, poi maturando un po' ho scoperto questa innata propensione allo studio dell'arte cinematografica che m'ha portato un bagaglio culturale ingente e che raramente trova riscontro. Il problema che ne consegue è che sarei capacissima di intrattenere una conversazione per ore su Wes Anderson, il cinema indipendente, la fotografia, risultando persino boriosa ed esaltata, ma difronte ad una conversazione ordinaria apparirei come la più asociale e noiosa delle persone. Nell'esplorazione cinematografica va da sé che mi son ritrovata a navigare nell'immenso mare che è la fotografia, appassionandomene irrimediabilmente, facendone mezzo di evasione ed analisi, nonché un espediente per viaggiare tutt'intorno al FVG e non solo. Quando guardi la vita scorrere attraverso un mirino, finisci per guardare alle cose in modo differente, a focalizzare su dettagli, emozioni ed aspetti della quotidianità che prima passavano inosservati, e a guardare alle persone con curiosità ed ammirazione. Con sempre questa sete di vedere le cose da vicino e di raccontare quello che mi emoziona e mi incuriosisce.

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