Santilli attese che suo figlio tornasse in camera. Era ancora troppo presto per portarlo a deporre in caserma dove era certo che il Vice Brigadiere Antonini e il Capitano Corvetti fossero intenti a valutare come approcciare il caso tra congetture, telefonate e commenti di cordoglio nei suoi confronti.

Quella notte tutto era successo in fretta: la telefonata, la scoperta della morte di Stella, il suicidio di Boschi che sembrava non aspettare altro per spararsi in bocca.
Linda si era vestita e lo salutò con una bacio sulla guancia come faceva sempre quando usciva. Mantenere un minimo di normalità era ancora possibile e doveroso in modo da aggrapparsi a quella routine che faceva sembrare tutto come se fosse ancora il giorno prima.

«Vado alla Messa delle 7.30 a pregare per Stella» disse e uscì di casa. Questo era un chiaro segnale che nulla era più come prima.
Il Maresciallo rimase solo in salotto, con i tre diari appoggiati al tavolino e l’indecisione con il quale cominciare.

Il primo, più piccolo e riempito per tre quarti, presentava una calligrafia femminile, dal tratto spesso incerto e con molte correzioni; il secondo invece non poteva definirsi un vero e proprio diario, ma un insieme di appunti scritti da un uomo, a volte con lunghi pensieri discorsivi, altri solo sotto forma schematica; l’ultimo era una raccolta di lettere aperte, usate come valvola di sfogo da una donna diversa dalla precedente.

Quello che però emergeva già da una prima occhiata è che tutti e tre parlavano dello stesso episodio; due erano stati scritti nel 1985, più o meno, nello stesso periodo a cavallo tra ottobre e novembre, mentre il primo era datato 1995.
Prese lo smartphone e cerco su Google cosa fosse accaduto in Friuli in quell’anni.

Il motore di ricerca produsse una serie di informazione per lo più irrilevanti finché l’occhio non cadde su un articolo che sembrava ripetersi sulla stampa nazionale e collegarsi ai diari.
“Rapita la figlia dell’imprenditore Mazzaré”. “Giallo per la scomparsa di una bambina in Friuli Venezia Giulia”. “L’incubo dei rapimenti approda a nord est”.

Carmine Mazzaré era figlio di pescatori siciliani che si trasferirono in Friuli alla fine degli anni sessanta in cerca di maggior fortuna. In breve trasformò il business di famiglia in una delle aziende ittiche più floride del nord est diventando il principale fornitore dei ristoranti dell’entroterra friulano grazie anche agli accordi con la vicina Slovenia e con la sua terra di origine al fine di avere merce che l’Adriatico non gli concedeva.

Agli inizi degli anni ottanta aprì in Viale Palmanova a Udine il più grande centro di distribuzione del triveneto, specializzandosi anche in prodotti surgelati.
La sua ascesa da imprenditore veniva spesso elogiata come esempio di chi era stato contagiato dallo spirito laborioso dei Friulani e di come si fosse prodigato a far rinascere una regione sconvolta dall’Orcolat creando posti di lavoro e partecipando attivamente alla ricostruzione.

Nel 1985 sua figlia Stella sparì dopo il saggio di danza di fine anno, per giorni non vi fu nessun contatto con i rapitori, nessuna richiesta di riscatto e gli investigatori annaspavano tra diverse piste tra cui persino l’Anonima Sarda che già aveva riempito le pagine di cronaca nel gennaio dello stesso anno.

Alla fine Stella tornò a casa dopo un paio di settimane, spaventata ma incolume, la famiglia si chiuse in silenzio stampa e sparì dalla vita pubblica senza lasciare traccia.
I giornali mormorarono che fossero emigrati all’estero vendendo tutti i beni di famiglia per ricostruirsi una vita lontano da ciò che era successo, ma come tutti i fatti di cronaca ben presto anche il rapimento di Stella Mazzaré cadde nel dimenticatoio e a nessuno importò che l’Ittica Mare Azzurro avesse cambiato proprietario.

Santilli decise di partire dall’ultimo diario in senso cronologico; aveva già collegato la data alla maggiore età di Stella Mazzaré, che a questo punto doveva aver cambiato il nome in Stella Vitale e che a un certo punto della sua vita sentì la necessità di mettere nero su bianco i ricordi di una brutta esperienza. Aprì il diario e cominciò a leggere.

15 novembre 1995
Finalmente ci trasferiamo.
Ho raggiunto la maggiore età e posso andarmene da questa città che ho amato e odiato allo stesso tempo.
Sono successe tante cose e la vita mi è sembrata sempre in discesa dopo gli otto anni.
Ora che ci penso quel trambusto è stato ben 10 anni fa; ne ho parlato talmente tanto con avvocati, giudici e psicologi che il tempo è volato così in fretta che non me ne sono resa conto.
L’unica cosa che ancora resta viva è la ferita che tutto ciò mi ha procurato e che ho deciso di esorcizzare scrivendo questo diario.
Me l’ha consigliato un compagno di scuola; lui soffre di incubi e l’unico modo per far sì che essi non lo tormentino durante il giorno è scriverli su un taccuino.
Mi ha fatto leggere qualcosa, ho capito che il suo disagio trovava sollievo quando si trasformava in inchiostro sulla carta e quindi eccomi qui, a tenere un diario dove raccontare quello che ho passato il giorno che mi rapirono, ma soprattutto come ho vissuto i giorni della prigionia.
I miei pensieri sono a tratti nitidi e a tratti confusi; ero piccola, a malapena mi rendevo conto di certe sfumature e non so se la decantazione della vicenda negli anni successivi sia reale o frutto di ricordi che pian piano sono sbiaditi e sostituiti con una verità più comoda seppellendo inconsciamente la realtà.
Tutto sommato la mia vita è stata abbastanza normale: sono andata a scuola, ho avuto degli amici, dei ragazzi, sono riuscita persino ad andare in discoteca e nei locali il sabato sera.
Però sentivo che qualcuno vigilava costantemente su di me, ma era un prezzo che dovevo pagare se volevo vivere una vita quasi normale.
Ora è passato abbastanza tempo per dare inizio a qualcosa di nuovo. Se non è successo nulla in questi anni non dovrebbe succedere nulla nei prossimi, almeno questo è ciò che ci hanno detto.
Io e la mia famiglia siamo finalmente liberi. Almeno lo spero.
Ho scritto poche righe e già devo dire che il mio compagno di classe ha ragione; sento il beneficio di questo flusso di pensieri che va a ruota libera.
Nel cassetto della scrivania ho ancora i diari di mia madre e di mio zio dove raccontano il loro punto di vista. Non ho mai avuto il coraggio di leggerli per paura di scoprire qualcosa che, ai tempi, la mia mente di bambina ha volutamente ignorato, ma soprattutto per non leggere il dolore che hanno provato in quei giorni.
Preferisco ricordarmi i loro sorrisi nel momento in cui tutto finì.
Sto temporeggiando lo so, ma in questo preciso momento non so da che parte incominciare. È dura fare ordine nella marea di ricordi che mi porto appresso, ma credo che l’ordine cronologico possa essere il migliore.
Diciamo la verità: credo di non essere ancora pronta a parlarne, ma mi lascio un appunto per la prossima volta: PARTI DALL’INIZIO STELLA!

Il maresciallo rilesse più volte quelle pagine iniziali. La sua intuizione si era rivelata corretta e Stella Vitale era in realtà Stella Mazzaré. Purtroppo l’entusiasmo della giovane non aveva fatto i conti con la pazienza di chi ai tempi architettò il sequestro e che ha atteso anni per mandare un segnale definitivo a suo padre.

Prese il suo taccuino personale e iniziò ad annotare piccole considerazioni che avrebbe portato in caserma più tardi ad Antonini. Almeno così avrebbe indirizzato le indagini sulla pista giusta sin da subito, anche se la verità stava di sicuro venendo a galla attraverso le vie istituzionali. Qui c’erano tutti i presupposti per una famiglia messa sotto protezione con nomi e vite completamente diverse. Per un momento tese l’orecchio verso la camera di suo figlio. Nessun rumore; forse Marco si era addormentato o se ne stava immobile a guardare il soffitto in attesa di lenire il dolore.

Linda sarebbe tornata tra poco, ma gli restava ancora il tempo per leggere un altro pezzo del diario di Stella.

16 novembre 1995
Il ticchettio dell’orologio scandiva il tempo; la stanza girava nella penombra illuminata solo da una candela arrivata oramai alla fine.
Gli occhi mi bruciavano, ma continuavo comunque a strofinarmeli incredula; se in quella stanza ci fosse stato uno specchio li avrei visti arrossati come non mai.
Avevo passato tutta la notte a piangere, anche durante quell’attimo di sonno che mi ero concessa e il cuscino non sapeva più di muffa, ma di sale.
Solo una domanda però mi riempiva i pensieri: “Mamma dove sei?”
Assunsi una posizione fetale per cercare un apparente senso di protezione pregando quel dio che i miei genitori e il prete mi avevano insegnato ad amare e che poi sparì dalla nostra vita.
Mentre giacevo in quel materasso dalle molle cigolanti mi chiesi dove fosse Dio in quel momento e se si fosse dimenticato di me.
Poche ore prima ero al Teatro Zanon per il saggio di danza e mi ero allontanata per giocare con un gatto mentre delle persone che non conoscevo parlavano con i miei genitori di cose che non m’interessavano.
Raggiunsi il felino all’angolo con una siepe e dopo averla oltrepassata sentì una mano posarsi sulla mia bocca; da lì in poi più nulla.
Ricordo la paura che mi stringeva il cuore in una morsa letale, amplificata dal mio essere ancora bambina e non rendermi conto della situazione in cui mi trovavo. Mi sembrava un brutto sogno e volevo solo rivedere mia mamma. Sarebbe bastato un abbraccio caldo per scacciare il freddo che mi avvolgeva che non riuscivo a contrastare nemmeno con la coperta sgualcita di lana ruvida e che faceva solo aumentare il desiderio di tornare a casa o di risvegliarmi dall’incubo.
Ricominciai a piangere senza sosta, cercando di smorzare l’eco dei singhiozzi in quella stanza vuota. Non c’erano null’altro che una branda e una sedia, polvere e ragnatele. Per un momento pensai che sarei stata mangiata da qualche “uomo nero”.
Per fortuna mi riaddormentai e almeno nei sogni mi ricongiunsi con la mia famiglia rivivendo le gita allo Zoo di Lignano o le cene all’Hotel Willy di Gemona dove mi portavano a vedere l’orso.
Il mio senso di pace durò per poco. Un uomo entrò nella stanza, facendo ben attenzione a non uscire dal buio.
«Sveglia principessina. È ora di mangiare qualcosa» mi disse destandomi dai miei sogni.
Non riuscivo a distinguerne i tratti; gli occhi erano annebbiati dal sonno, dalla polvere di quel impastata con le lacrime e lui restava a distanza.
«Chi sei? Cosa vuoi? Dov’è mia mamma?» dissi tutto d’un fiato.
«Ogni cosa a suo tempo piccola. Ora pensa a fare la brava e non ti succederà niente di brutto». La voce che uscì dalla bocca di quell’uomo era equiparabile al sibilo di serpente e ancora oggi il solo ricordo riesce a provocarmi i brividi; quella volta però provai per la prima volta la paura, quella vera, quella che ti gela il sangue e i muscoli. Ero completamente paralizzata.
L’uomo mi porse un vassoio e l’unica cosa che riuscii a scorgere fu la manica di un abito scuro. «Ora mangia. Verrò a riprendere il piatto più tardi».

Lasciai che appoggiasse il vassoio sul letto mentre provai nascondermi con la coperta nella speranza diventasse un mantello dell’invisibilità.
Me la levai di dosso solo quando sentii la porta chiudersi e i passi dell’uomo allontanarsi fino a scomparire.

Sul piatto c’erano due tramezzini ben imbottiti, cosa che da bambina non mi piaceva granché, ma avevo una fame tremenda e li addentai con voracità. Capivo che non avrei ricevuto altro cibo se non quello quindi quei tramezzini di solito schifati erano di sicuro l’alternativa migliore a restare a stomaco vuoto chissà fino a quando.

Fu uno dei miei pasti peggiori; il pane dentro la bocca diventava una molle pastella che, per quanto masticassi, non riuscivo a deglutire, come se fosse un’enorme gomma da masticare, inoltre stavo mangiando seduta a terra sentendomi come un cane che affronta la sua ciotola.
Non c’era nulla da bere per mandare giù quei bocconi che si rivelavano pesanti, infiniti e che non volevano scendere più di metà esofago nonostante cercassi di masticare minuziosamente il tutto. Terminai il pasto e mi ributtai sul letto sperando che la stanchezza vincesse sul nervosismo e che la fatina dei sogni tornasse per portami via da lì.

La fatina dei sogni. Con mia madre la chiamavamo tutte le notti prima di addormentarmi. “Per questa brava bambina
Tu vieni fatina
Produci bei sogni di luoghi incantati

Quando ci lasci ci siamo svegliati”
[A ripensarla ora è una filastrocca stupida, ma all’epoca mi piaceva]
Ripensai a mia madre pronunciando “Mamma” sottovoce sperando che comparisse all’improvviso. Bastò quella sola parola della durata di un lampo per far ritornare la paura e di nuovo le lacrime che ripresero a scendere senza nessuna voglia di esaurirsi.
Ero stanca, esausta e non sapevo cosa fare né come comportarmi.

Sono stanca pure ora. Rimettere in ordine tutti i pensieri mi provoca ancora angoscia e i ricordi riaffiorano vivi come se fossi ancora in quella stanza. Per questa sera chiudo qui, ho bisogno di aria e di una sigaretta.

Santilli si fermò sentendo la chiave nella serratura. La porta si aprì e Linda, appena tornata dalla Messa, non aveva ritrovato di certo Dio, ma aveva la faccia di chi aveva ricevuto della compassione di circostanza.
«Non è stata una bella idea andare in chiesa» esordì appoggiando la borsa su una sedia in salotto. «A te è andata meglio restando a casa?» I suoi occhi guardarono verso la stanza di Marco.

«È ancora di là. Lo porterò in caserma nel pomeriggio così avrà un po’ di tempo ancora per abituarsi all’idea di essere interrogato e…» Santilli fu interrotto.
«Interrogato? Non puoi risparmiargli questo supplizio Giovanni?» Linda era nervosa e Santilli preferì non dire nulla, ma si alzò dalla poltrona e la prese tra le braccia.

«Dobbiamo guardare avanti Linda e tutto quello che Marco sa potrebbe essere utile all’indagine» «Odio il tuo non riuscire ad uscire dalla divisa nei momenti privati. Oggi più che mai».

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– Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da considerarsi reali.
Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale. –

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Scrivere è, per me, il tentativo di mettere ordine nel mondo che sento come labirinto, come manicomio. (F. Durrenmatt) Un ibrido tra Sheldon e Leonard, più brizzolato, più tatuato e con il 10% di vita sociale in più.

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