Linda andò verso camera di suo figlio per chiedergli se avesse bisogno di qualcosa; lo trovò addormentato e circondato da oggetti buttati a caso per la stanza.
Richiuse la porta e tornò nella zona giorno, sedendosi in salotto con la televisione a basso volume. A quell’ora del mattino la programmazione sarebbe stata di routine, senza didascalici servizi di telegiornale intrisi di supposizioni giornalistiche, ideate da novelli detective durante i loro tragitti tra Udine e Spilimbergo sulla strada regionale 464.

Suo marito era tornato alla lettura con quell’espressione dura che indicava la concentrazione: una mano reggeva il diario dalla copertina nera, mentre l’altra passava dal girare pagina al mento, poi di nuovo sulla pagina e si spostava sulle tempie, come un gesto meccanico alternato.
Lo guardò, quasi con la speranza che lui, per una volta, alzasse lo sguardo incrociando il suo, accantonando il senso del dovere; sapeva che non sarebbe mai successo e che in fondo quella dedizione al lavoro, che lo portava spesso a essere distaccato dai suoi affetti quando ne avevano bisogno, era una delle cose che lo rendevano l’uomo che aveva sposato.

Si accontentò della compagnia di un film in bianco e nero, pensando che le giornate a venire sarebbero state complicate per la loro famiglia.

Giovanni era immerso nei ricordi di Stella, provando a immaginare quali potessero essere le sensazioni di una bambina prigioniera di persone che non conosceva.
Era certo che quel diario non avrebbe fornito grossi indizi sui mandanti, ma avrebbe potuto conoscere meglio Stella e intuire il movente di quell’omicidio. Forse.

17 novembre 1995
Stella stellina la notte si avvicina la fiamma traballa.
La mucca è nella stalla.
La mucca e il vitello, la pecora e l’agnello, la chioccia coi pulcini, la mamma coi bambini. Ognuno ha la sua mamma e tutti fan la nanna.

Mia madre mi cantava sempre questa filastrocca quand’ero piccola. Mi aiutava ad addormentarmi perciò provai a utilizzarla per lo stesso scopo durante le prigionia.
Cantarla da sola, però, non aveva senso.
In quei giorni la mamma non c’era e fare la nanna, per non continuare a fissare quella stanza giallognola piena di muffa e chiedermi perché mi trovassi lì, sembrava impossibile.

Continuavo a rimanere in quel perenne stato di sospensione, quella linea sottile, nel quale sogno e realtà si mescolano tra loro formando un’unico mondo poco distinguibile.
Lo stomaco si contraeva come se fosse chiuso nella vigorosa stretta di una mano, un senso d’angoscia risaliva lungo il cuore avvolgendolo nelle sue spire e comprimendolo come se volesse farlo esplodere per poi ricomporlo in un ciclo infinito.

Io mi sentivo una novella Prometeo condannata dagli dei al ripetersi delle cose. Cos’avessi fatto di sbagliato non m’era dato sapere.
Il silenzio della stanza mi faceva percepire in maniera distinta il battito del mio cuore e poco mancava che potessi ascoltare il rumore del sangue che scorreva lungo le vene delle braccia.

La psicologa mi disse che anche per un adulto può essere molto difficile controllare la paura in situazioni di privazioni dal quale non sembra esserci via di scampo.
Cosa potevo fare io che ero solo una bambina? Piangere come sto facendo ora mentre riemergono le sensazioni che provai in quei giorni.

Santilli si accorse che in alcune zone la carta era leggermente ondulata e l’inchiostro sbavato, come se fosse caduta qualche goccia e avesse bagnato il diario.
Le lacrime di Stella l’avevano costretta a saltare quasi mezza pagina.

“Se continuo così per quando sarò grande non avrò più lacrime” pensavo, ma è palese che me ne siano rimaste molte. In quei giorni mi chiesi spesso se fossi diventata grande o se avrei mai rivisto i miei genitori.
Dalla finestra iniziava a scomparire la luce, segno che la notte era ormai prossima. Strinsi a me la coperta e mi girai su un fianco tenendo una posizione fetale come per cercare protezione; gli occhi mi bruciavano e non sapevo se lasciarli chiusi o aperti.

Abbassai le palpebre e vidi, per l’ennesima volta, il viso di mia madre che mi rassicurava facendomi immaginare le parole che avrei voluto sentire.
«Non ti preoccupare piccola Stella. Andrà tutto bene».
Poi comparve anche mio padre, con il suo classico completo scuro e quel sorriso che gli illuminava il volto che rivolgeva solo a me.

«Tesoro mio, ci pensa papà a sistemare tutto. Vieni qui e lasciati abbracciare».
Mi abbandonai a quell’immagine di pura fantasia iniziando a percepire il calore che la coperta emanava.
L’idea dei miei genitori che mi abbracciavano con amore, assieme alla sensazione di protezione della coperta erano un buon modo per ritrovare un briciolo di tranquillità.
Sentivo il battito cardiaco decelerare, il respiro farsi più regolare, mentre la stanza finalmente riusciva a sparire.
Anche per quel giorno la stanchezza aveva vinto e tutto scivolò via verso un altro universo nel quale avrei potuto prendermi tutto ciò che volevo come un’isola felice.
Venni svegliata da un rumore proveniente dalla finestra: la sagoma di un gatto cercava di spingere i vecchi infissi sperando di entrare e trovare riparo.
Non riuscendoci restò lì sul davanzale, non so fino a quando poiché mi addormentai; mi è sempre piaciuto pensare che fosse rimasto a controllare che mi fossi addormentata.

Il maresciallo Santilli sospirò.
«Cosa c’è Giovanni?» chiese sua moglie distogliendo lo sguardo dal film.
«Questa ragazza deve aver passato qualcosa che fatico ancora a immaginare nonostante sia con il suo diario in mano. Ho come l’impressione che tutto ciò che conoscevamo di lei fosse solo una serie di cose superficiali dove l’apparenza di normalità andava a nascondere un dolore ben più grande. Dubito sia riuscita a voltare pagina completamente».
L’uomo si alzò dalla poltrona e andò ad armeggiare in un cassetto del mobile della tv. Tirò fuori un pacchetto di sigarette mezzo vuoto e ne accese una.
«Addio quattro anni di casa libera dall’odore di fumo» disse Linda.
Giovanni non la ascoltò, aprì la finestra vicino a lui e si rimise a leggere.

18 novembre 1995
Quella notte riuscii a dormire serena. Venni svegliata da una luce grigiastra che filtrava dalla finestrella sporca; del gatto nessuna traccia mentre trovai un vassoio con del cibo abbandonato a poca distanza dalla branda. Qualcuno doveva essere entrato nella stanza dopo che mi fui addormentata lasciandomi un piatto di pasta.
Avevo fame e mangiai quelle penne al pomodoro, ormai secche, come se fossero appena state preparate.
Per la prima volta feci caso ai rumori che provenivano dall’esterno. Sentivo i camion della nettezza

urbana svuotare le campane del vetro, qualche auto e null’altro che mi aiutasse a capire dove mi trovassi.
Guardai l’orologio sul muro segnare le 7.
Mentre mangiavo con avidità mi sentivo ancora un po’ all’interno dei miei sogni e ci misi un paio di minuti per ricordarmi dove, in realtà, mi trovassi: circondata da una fredda stanza fatiscente anziché dalle pareti rosa della mia cameretta sorvegliata da un esercito di peluche regalati da amici; e qui, invece dei poster dei miei cartoni preferiti, c’erano macchie di sporco, muffa e di insetti schiacciati. Finii di mangiare e sentii di avere ancora sonno, ma la luce mi infastidiva; infilai, tutto il corpo sotto la coperta concentrandomi sull’immagine di Freddy, il mio coniglio giallo di peluche, tentando di riaddormentarmi almeno fino a quando qualcuno non sarebbe venuto a disturbarmi.

Un paio d’ore dopo fui svegliata dal cigolio della porta.
Entrò di nuovo un uomo con un vassoio, ma non lo stesso del giorno prima; quello con cui avevo già parlato incuteva paura nonostante l’aspetto elegante, questo mi inquietava in maniera diversa facendomi nascere una serie di brividi lungo la schiena. A primo acchito diedi la colpa ai tatuaggi che aveva sul viso e che lo trasformavano in una maschera, ma riuscivo a rendermi conto che a quelli mi sarei abituata. Ciò che mi faceva stringere lo stomaco e tremare andava ben oltre a dell’inchiostro sulla pelle.
«Qualcosa non va signorina?» mi chiese l’uomo mostrando una serie di denti gialli e storti.
Non dissi nulla, scossi la testa senza guardarlo negli occhi.
«Il capo mi ha detto di portarti la colazione e di accompagnarti in bagno se ce ne fosse bisogno. Ti consiglio di approfittarne perché non ho idea di quando ci sarà la prossima gita alla toilette».
Il carceriere mi porse un vassoio con una tazza di latte e un muffin al cioccolato.
Avevo mangiato la pasta qualche ora prima, ma non sapevo se avrei avuto diritto a un pranzo quindi presi il vassoio continuando a tenere la testa bassa.
«Come si dice bambina? Non ti hanno insegnato l’educazione?» L’uomo si voleva divertire schernendomi un po’ e fece finta di riprendersi il vassoio.
Se mi fossi rifiutata di rispondere sarebbe iniziato un gioco di forza che volevo evitare. Prima fossi riuscita a farlo andar via e prima avrei fatto sparire la paura.
Lo ringraziai.
«Ecco brava. Ora mangia e poi ti accompagno in bagno». Mi porse di nuovo il vassoio e si sedette su una poltrona nell’angolo della stanza alzando una nuvola di polvere.
Il muffin era buono e il latte fresco; consumai la colazione con gusto nonostante la condizione amara in cui mi trovavo.
Terminai il tutto velocemente e mi alzai in piedi per far capire all’uomo che poteva accompagnarmi in bagno.
«Bene. Andiamo signorina». Si alzò di scatto e aprì la porta facendomi cenno di precederlo.
Non avendo più quella figura davanti rialzai la testa in modo da poter osservare dove mi trovassi.
Il corridoio era illuminato solo da qualche lampadina mantenendolo in penombra; nessuna finestra. Di tanto in tanto qualche porta ancora non murata. Con molta probabilità era un vecchio condominio oramai disabitato.
«Dobbiamo camminare fino in fondo al corridoio. Il bagno è in comune».
L’uomo camminava lento dietro di me e solo oggi riesco a immaginarmelo con un inquietante sorriso mentre si passa di tanto in tanto la lingua sulle labbra.
Da alcune porte sentivo uscire dei lamenti e capii che non ero l’unica ospite di quell’insolito hotel. Una porta alla mia sinistra si aprì e ne uscì l’uomo della sera prima visibilmente irritato: qualcosa doveva averlo fatto infuriare.
Tornai a guardare il pavimento sentendo i brividi della paura.
«Oh buongiorno preziosa bambina. Dormito bene? Fatto colazione?» disse cercando di incrociare il

mio sguardo.
Annuii.
«Bene. Verrò da te più tardi». Poi si rivolse all’uomo «E tu, mi raccomando, lei non si tocca. Hai già dei giocattoli nelle altre stanze».
Sentii l’uomo tatuato mugugnare con rassegnazione.
Lo sguardo del capo si fece severo per assicurarsi che il messaggio fosse recepito.
«Sì capo».
L’inquietudine che provai allora era fondata e già da bambina capii che razza di mostro doveva essere quell’uomo.
«Accompagno io la bambina in bagno. Tu vai, c’è altro che devi fare» disse quello che comunque mi faceva gelare il sangue. Tirai un impercettibile sospiro di sollievo.
L’uomo elegante mi accompagnò in bagno e poi mi scortò di nuovo nella mia stanza.
Non ci rivolgemmo la parola fino a prima che se ne andasse.
«Credo sia il caso che mi occupi personalmente di te. Non vorrei che la stupidità di certi miei uomini rovini quella che sarà la chiave del mio successo» disse guardandomi prima di chiudere la porta e lasciarmi di nuovo sola con i miei pensieri e le mie paure.
Non compresi subito cosa intendesse quell’uomo quando mi rivelò che si sarebbe occupato personalmente di me. Cosa avevo di così speciale?
Il corridoio di quel posto mi aveva messo i brividi e l’immagine dell’uomo dal viso tatuato mi faceva accapponare la pelle.
Tornai sul letto abbracciando le ginocchia lasciando che la mente vagasse verso giardini più fioriti rispetto alla stanza giallognola in cui mi trovavo. In quei giorni la fantasia era la diventata la mia unica difesa.
Chiusi gli occhi mentre focalizzava il più bel ricordo recente: il weekend al luna-park di Santa Caterina con i miei genitori e la sua amica del cuore.
Mi ritrovai a ripercorrere ogni singolo instante di quella giornata di luci colorate, sorrisi sinceri, musica e magia.
Se avessi conosciuto la magia mi sarebbe bastato pronunciare le parole giuste e tutto questo sarebbe cambiato, ma io non ero una maga.
La parola abracadabra non sarebbe bastata a portarmi via da lì.
Ci pensò, invece, l’uomo elegante a farlo; forse era già pomeriggio e entrò con irruenza nella stanza strappandomi ai miei ricordi.
«Principessa andiamo. Cambiamo castello» disse senza aggiungere altro.
Scesi dal letto con timore; sarei potuta finire in un posto peggiore oppure migliore, ma non lo avrei saputo fino a quando non saremmo arrivati a destinazione.
Non appena fui vicino all’uomo mi fermai; la sua mano era appoggiata alla mia spalla e mi aveva immobilizzata.
«Devo metterti prima questo» disse mostrandomi un cappuccio «Non ti è permesso vedere dove stiamo andando».
Non dissi nulla e, guardando l’uomo con rassegnazione, chiusi gli occhi lasciandomi incappucciare. La perdita della vista è sempre stata una delle mie paure più profonde e tremai parecchio quando sentii una mano stringermi il braccio trascinandomi con delicatezza per accompagnare i miei passi. Venendo a mancare la vista tesi l’udito; percepii che stavamo percorrendo il corridoio di quella mattina e le uniche cose che potevo sentire erano i passi dell’uomo che mi camminava accanto. Quando ci fermammo per un attimo sentì dei pianti e delle urla soffocate.
Ebbi un altro brivido lungo tutto il corpo.
Qualsiasi cosa fosse stata la nuova prigione sarebbe stata comunque meglio di quella attuale.
Ad un tratto percepii l’aria esterna e fui presa in braccio e appoggiata su quello che riconobbi come

un sedile posteriore.
«Andiamo» sentii dire dall’uomo elegante.
Il mezzo si mise in moto e iniziò il viaggio.
Nell’abitacolo nessuno parlava e potevo sentire solo il suono della radio.
Grazie al buio del cappuccio mi addormentai; in macchina da piccola mi succedeva comunque spesso.
Mi svegliarono non appena giunti a destinazione e finalmente mi levarono il cappuccio; il posto era senza dubbio migliore del precedente: eravamo nel cortile di una villa sulle colline.
Pedemontana? Collio? Non riuscivo a orientarmi; il cortile era grandissimo e vedevo solo degli uomini con dei cani e un muro altissimo. La villa mi sembrava avere le dimensioni di un castello; l’uomo elegante non mi aveva mentito su quello.

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