Il telefono vibrava sul bordo del comodino con insistenza, ma il Maresciallo Santilli, svegliatosi di soprassalto, non aveva alcuna voglia di rispondere.

Il dovere però glielo imponeva; come comandante di una stazione dei Carabinieri di provincia era obbligato a farlo, specie se sul display compariva il nome del Vice Brigadiere Antonini.

Sperava solo di non essere disturbato per un gruppo di ubriachi molesti. In quella zona erano la cosa più eccitante che potesse accadere fuori dall’ordinario durante il weekend e accadeva spesso che allo scoccare della mezzanotte iniziassero le chiamate di residenti disturbati dagli schiamazzi.
Santilli era stato trasferito da Roma, dove i problemi di ordine pubblico erano ben altri, e ci sarebbe ritornato volentieri perché là c’era l’azione della grande città; quella che aveva visto nei film de Er Monnezza, mentre lì, al confine della pedemontana friulana, non poteva far crescere la sua fama, ma solo la sua pancia a colpi di Vertigo e tartine in osteria.

Prese il telefono in mano arrivato al secondo giro di chiamate, uscì dalla camera da letto per lasciare dormire sua moglie e rispose:

«Antonini. Mi dica e preghi che non sia una cazzata. Sono le 3.10 del mattino» disse a voce bassa mentre guardava fuori dalla finestra del salotto.

Sul marciapiede di fronte una coppia di adolescenti aveva deciso di fare tardi, scambiandosi effusioni quasi al limite del pudore, nella convinzione che tutti dormissero.

«M-mi scusi Maresciallo» rispose il giovane scattando quasi sull’attenti pur non essendo di fronte al suo superiore.

A differenza di Santilli, Antonini amava restare avvolto dalla tranquillità della provincia. Non aveva ambizioni, la sicurezza di uno stipendio a fine mese gli era sufficiente; mutuo pagato, vita tranquilla fatta di passeggiate in centro con la moglie e il bimbo. Questo gli dava la sensazione di aver avuto tutto dalla vita e di averlo messo in una comfort zone dalla quale non era necessario uscire.

«Quindi Antonini? Mi dice che cos’è successo?» Il tono spazientito del maresciallo lo riportò al motivo della chiamata.

«Sì Maresciallo… Dunque… Eravamo di pattuglia verso la Filanda quando abbiamo visto come dei lampi all’interno di una delle case a schiera. Ci siamo fermati e siamo entrati per controllare… Abbiamo trovato una donna morta…» si fermò un attimo per prendere fiato mentre, dall’altro capo della conversazione, Santilli già sentiva crescere l’adrenalina.

«Vada avanti!» ordinò il maresciallo stando attento a non alzare troppo il volume della voce, ma era evidente anche per Antonini che era in uno stato di eccitazione febbrile.

«S-sì… Ecco… Quello che deve sapere è che la donna morta è… È Stella Vitale».

La conversazione gelò all’istante come se fosse divenuta tangibile e qualcuno l’avesse spruzzata con azoto liquido.

Santilli rimase immobile mentre i due giovani all’esterno avevano superato il confine della decenza sotto i lampioni dalla luce arancione. S’interruppero quando il maresciallo aprì la finestra per prendere una boccata d’aria, ma nonostante i suoi occhi fossero puntati nella dritti verso di loro, in realtà non videro nulla se non l’immagine di Stella.

Antonini attese una qualunque reazione da parte del suo superiore. Lo sentì respirare e deglutire come se stesse ingoiando un nodo troppo grande per la sua gola.

«Arrivo…» disse Santilli senza più nessuna emozione nella voce. Richiuse la finestra e solo allora si rese conto dei due ragazzi che aspettavano di restare di nuovo soli per ricominciare da dov’erano stati interrotti.

Stella Vitale era la fidanzata di suo figlio, si sarebbero dovuti sposare entro pochi mesi. Una bella ragazza dai capelli biondi con origini del sud. Si era trasferita a Spilimbergo da Udine solo qualche anno prima trovando lavoro presso una pasticceria vicino alle poste e gestita da suoi compaesani. Aveva conosciuto lì Marco, servendogli ogni giorno un caffè ristretto e un bicchiere d’acqua. Dal buongiorno passarono al ciao, in seguito a qualche parola in più che crebbero fino a essere troppe nel momento in cui lei lavorava e che si evolvettero in appuntamenti serali, prima bevendo birre artigianali nella birreria storica del paese e poi in cene che li portarono a esplorare osterie tipiche in giro per il Medio Friuli.

Giovanni Santilli ora non sapeva cosa fare, anzi, non sapeva quale fosse il momento migliore per avvisare suo figlio. Decise che c’avrebbe pensato poi, meglio lasciarlo dormire sereno ancora per qualche ora.

Tornò in camera e prese la divisa appesa a un’anta dell’armadio.

«È successo qualcosa di grave tesoro?» gli chiese la moglie girandosi nel letto controvoglia.

«Sto andando a controllare. Ti chiamo più tardi per farti sapere se tornerò per pranzo o meno» rispose il maresciallo cercando di non tradire alcunché nel tono della voce.

La moglie mugugnò e si rimise a dormire, lasciando che il marito andasse a compiere il suo dovere.

Santilli si vestì in fretta e uscì di casa per raggiungere Antonini, i due giovani vennero disturbati di nuovo e a questo punto, vedendo una divisa, abbandonarono qualsiasi ambizione di trasgressione amorosa andandosene con lo sguardo basso per non incrociare quello del carabiniere. Santilli continuò a ignorarli, in quel momento voleva solo arrivare al quartiere a nord del paese e verificare con i suoi occhi la scena del delitto.

In testa aveva mille domande e nessuna risposta, ma se si fosse trovato davanti a Dio gli avrebbe rifilato un deciso pugno in faccia.

Il Vice Brigadiere Luca Antonini stava comunicando con la centrale via radio in attesa dell’arrivo dei RIS quando il Maresciallo Santilli comparve nei pressi della scena del crimine.

Fece cenno al suo superiore di attendere un attimo mentre terminava la comunicazione; sapeva che sarebbe stato investito da un fiume in piena di domande e sentimenti.

«Eccomi Maresciallo. Entro un paio d’ore dovrebbero arrivare i RIS da Parma per i rilievi». Antonini aveva svolto i suoi compiti come il manuale del perfetto carabiniere insegnava e, allo stesso modo, restò in attesa di ordini.

«Mi accompagni dentro Antonini». Il maresciallo era in apparenza freddo e lucido, ma il suo sguardo lo tradiva.

«È sicuro Maresciallo?» provò a obbiettare il Vice Brigadiere.

«Non le sto chiedendo un favore Antonini. Le sto dando un ordine!» rispose Santilli restando in bilico sul confine tra razionalità e sentimento. Voleva bene a Stella, come una figlia; si erano capiti e rispettati sin da subito e fu felice quando lei e Marco gli annunciarono le nozze.

«Maresciallo?» Antonini lo distolse dai pensieri. «Resti concentrato Maresciallo. Non possiamo inquinare la scena del crimine, anche se dubito che la scientifica possa trovare qualcosa. In casa non ci sono segni di colluttazione. Il killer è entrato, con molta probabilità, in silenzio, sorprendendo la vittima alle spalle. Due colpi: uno alla schiena e uno alla base della nuca e poi via, senza avere il tempo di preoccuparsi del corpo dato il nostro arrivo. Abbiamo trovato la porta sul retro aperta; l’appuntato Boschi è uscito subito senza riuscire a scorgere nessuno. Chiunque sia entrato in questa casa era un professionista».

Santilli c’era arrivato da solo. Nessun oggetto fuori posto, niente di rotto e il corpo di Stella riverso a terra a faccia in giù, circondato da una pozza di sangue quasi coagulato. Uccisa alle spalle, a sangue freddo; per il Maresciallo Santilli e il Vice Brigadiere Antonini era di sicuro un’esecuzione.

«Mi ridica cos’è successo Antonini, con calma e dall’inizio».

«Dunque Maresciallo, io e Boschi stavamo facendo un giro di pattuglia. Stavamo passando davanti a queste villette quando Boschi ha inchiodato dicendo di aver visto due lampi provenire dall’interno della casa e dei movimenti sospetti. È sceso dalla macchina senza aspettarmi e si è precipitato dentro. L’ho visto sfondare la porta con un calcio e tornare agitato dal retro pochi minuti dopo mentre io ancora non mi capacitavo del corpo a terra».

Qualcosa non collimava nel quadro che si stava formando nella testa del maresciallo. Boschi non si era attenuto alla procedura.

«Devo parlare con Boschi. Torniamo fuori».

L’appuntato Boschi camminava nervoso, mentre si avvicinavano i lampeggianti dell’ambulanza e delle altre volanti dei carabinieri.

«Boschi!» urlò Santilli livido in viso «Ora io e lei facciamo i conti!»

Il giovane appuntato si pietrificò sul posto mentre il maresciallo procedeva verso di lui con il viso contratto dalla rabbia e i pugni serrati, lasciando a qualche passo di distanza un incredulo Antonini che mai aveva visto il suo superiore così adirato.

A Boschi restò solo una cosa da fare mentre Santilli gli vomitava addosso una raffica di insulti in dialetto romano; prese la pistola d’ordinanza e se la mise in bocca. Con le lacrime agli occhi guardò prima Antonini e poi il maresciallo biascicando un “Mi dispiace, quei soldi mi servivano” dal sapore metallico, quindi premette il grilletto della 92FS lasciando i suoi colleghi senza parole e degli schizzi di sangue sulla Punto dietro di lui.

Ora i cadaveri in quel quartiere di case popolari erano due e l’ultimo sparo aveva fatto uscire tutti i residenti che finora si erano limitati a sbirciare i movimenti dei carabinieri da dietro tende e persiane semi alzate.

Giovanni Santilli era in ginocchio di fianco al corpo senza vita dell’appuntato Boschi, in lacrime e con un desiderio di vendetta che non aveva potuto sfogare. Solo lui sapeva, in quel momento, quanto avrebbe voluto sbattere la testa spappolata del cadavere contro l’asfalto sperando che ritornasse in vita per ucciderlo di nuovo.

I suoi colleghi erano impegnati a tenere lontani i curiosi mentre il nucleo dei RIS, appena arrivato, procedeva ad effettuare i rilievi.

Antonini si avvicinò al maresciallo per portarlo via e lasciare spazio a chi di dovere.

«Maresciallo venga con me. Non può restare qui a fissare il corpo di Boschi. Non tornerà in vita nemmeno se lo prende a cazzotti».

Santilli si alzò mantenendo lo sguardo carico d’odio verso il cadavere.

«Antonini?»

«Dica Maresciallo».

«Possiamo appartarci un attimo? Devo chiederle una cosa in privato». Santilli si guardò attorno per trovare un posto lontano dall’udito di colleghi e curiosi.

«Sì Maresciallo, come desidera». Il vicebrigadiere fu sorpreso da quella richiesta; forse il suo superiore aveva bisogno di sfogarsi dopo l’accaduto. Erano colleghi già da qualche anno e non erano mai diventati amici pur avendo condiviso noiose nottate di pattuglia; Santilli aveva sempre mantenuto un’algida distanza.

Fisicamente la annullò in un lampo, a un centinaio metri dalla scena del crimine, sbattendo Antonini contro il muro di un’edicola votiva premendogli l’avambraccio contro la gola.

«Come cazzo hai fatto a non accorgerti che Boschi t’ha fottuto abilmente senza vaselina? Stare in questo buco di culo di paese ti ha atrofizzato il cervello?»

Il vicebrigadiere sudava e aveva gli occhi arrossati, provò a dire qualcosa per discolparsi ma la pressione sul pomo di adamo gli procurava difficoltà respiratorie; Santilli allentò la presa e Antonini fece un paio di respiri profondi scoppiando a tossire.

Ci mise una manciata abbondante di secondi prima di poter parlare di nuovo.

«I-io…» tossì ancora con la gola che bruciava «Mi dispiace Maresciallo…»

«Mi dispiace maresciallo» fece eco Santilli «Me ne fotto del tuo mi dispiace. Non riporterà di certo in vita Stella».

Il vicebrigadiere non disse nulla, si limitò a guardare il suo superiore che in quel momento dimostrava un lato umano fino a ora sconosciuto; il volto rosso di rabbia, gli occhi lucidi che trattenevano il pianto, quello era Giovanni Santilli, non il Maresciallo Santilli; l’uomo, non il militare.

«Ora sai cosa farai Antonini?»

«N-no…»

«Lavorerai al posto mio. Io sarò di sicuro estromesso dal caso perché coinvolto a livello emotivo, ma tu farai di tutto per farti assegnare all’indagine dal Capitano e mi riferirai ogni singolo sviluppo. Sono stato chiaro?»

Il vicebrigadiere annuì deciso; aveva un debito verso l’uomo che gli stava di fronte e intendeva saldarlo.

«Bene Antonini. Ora torniamo dagli altri. “Sigaretta” sarà già arrivato pronto per i fotografi e le emittenti locali».

Sorrisero entrambi a quel soprannome, lo facevano sempre. “Sigaretta” era il modo in cui chiamavano il Capitano della caserma Felice Corvetti, sempre con una bionda tra le dita ingiallite dalla nicotina e sempre pronto a mettersi in mostra con i media e i superiori pur di far carriera.

Santilli e Antonini l’avevano già individuato da lontano mentre veniva intervistato sulla situazione; alle sue spalle i RIS nelle loro tute bianche entravano e uscivano dalla casa.

«… Quindi rilasceremo ulteriori dichiarazioni non appena la scientifica avrà analizzato le prove, ma come vi ho già detto in precedenza il tutto si riduce ad un gesto di follia dell’appuntato Boschi. Ora scusatemi, ma devo conferire con i miei colleghi».

Il Capitano Corvetti abbandonò il ruolo di prima donna con i giornalisti non appena vide Santilli e Antonini rientrare sulla scena del crimine. Si diresse verso di loro e porse la mano al maresciallo.

«Condoglianze Maresciallo».

«Grazie Capitano».

«Credo sia il caso di rientrare in caserma per parlare. Qui ci sono troppi curiosi e la scena ha già abbastanza uomini impegnati senza la necessità di aggiungere voi due».

«Direi di sì» confermò Santilli.

I tre militari salirono sull’auto del maresciallo e si diressero in caserma immersi nel silenzio. Antonini era ancora sconvolto per il gesto di Boschi e continuava a maledirsi per non essersi accorto delle intenzioni del collega; Corvetti tamburellava con fare nervoso le dita sulla coscia invocando l’ennesima dose di nicotina; Santilli guidava concentrato sulla strada per non pensare a quello che era successo due ore prima.

Lasciarono l’auto nel posto riservato ai sottufficiali e Corvetti si accese una sigaretta non appena messo il piede fuori dall’auto.

«Parliamo in privato qui prima di entrare» disse sbuffando lentamente una nuvola di fumo.

Antonini e Santilli si guardarono, fu il maresciallo a prendere parola.

«Non posso aiutarla Capitano. Non so nulla in più rispetto a quello che è successo. Non ero nemmeno in confidenza con Boschi visto che saremmo stati di turno assieme solo la prossima settimana. Antonini tu cosa dici?»

«Mi sembrava uno a posto. Sempre attento alle consegne ricevute, non mi pare avesse una vita rock & roll».

«Capisco…» disse il Capitano spegnendo la sigaretta e accendendosene subito un’altra «Resta il fatto che c’ha inculato alla grande e steso su un tavolo dell’obitorio non ci dirà mai chi o cosa l’ha spinto a quel gesto. Ci sono delle cose da chiarire non facili; primo: perché Stella Vitale? L’avviso Santilli che dovremo interrogare suo figlio. E secondo: chi è il mandante, perché è lampante che si tratta di un’esecuzione voluta».

«Avviserò io Marco. In mattinata lo farò venire in caserma».

«Bene Maresciallo. Credo già sappia che non potrà indagare su questo caso».

«Sì Capitano».

«Quanto a lei Antonini mi faccia avere in tempo zero un rapporto su quello che è successo e non si colpevolizzi troppo. Boschi è stato furbo a non usare la pistola di ordinanza. Nel giardino sul retro hanno ritrovato una PSS 7,62. È una pistola russa, piccola e silenziosa».

«Ma la Vitale sembra non aver opposto resistenza. Cosa sospetta per una che si vede piombare in casa una persona che sfonda la porta con un calcio» commentò il Vicebrigadiere.

«Mmm. È plausibile che Boschi l’abbia sorpresa mentre andava verso la cucina e le abbia sparato alla schiena facendola cadere e poi abbia terminato al lavoro con il colpo alla nuca. Quel bastardo è stato, per il mandante, l’uomo giusto al momento giusto» intervenne Santilli.

«Sì, è possibile, ma sapremo i risultati dei rilievi tra qualche giorno» terminò il Capitano.

«Con il suo permesso Capitano, io tornerei a casa per avvisare mio figlio e portarlo più tardi in caserma per la deposizione».

«D’accordo Maresciallo. Non si dia fretta però. Immagino che le servirà un po’ per gestire le cose a casa» disse Corvetti mentre spegneva la sigaretta nel posacenere all’ingresso della palazzina con gli uffici.

Santilli non disse nulla, salì in macchina e si diresse verso casa; il giornale radio del mattino accennava già all’omicidio di Stella Vitale e il maresciallo spense la voce dello speaker premendo il tasto mute sulla plancia comandi.

Scendere dall’auto non era mai stato così difficile; temporeggiò con le mani sul volante e il capo sul poggiatesta, lasciando che il calore del respiro iniziasse a far appannare i vetri. L’orologio sul display della radio segnava le 6.00 del mattino e suo figlio Marco stava di sicuro dormendo profondamente; prima delle 7 la sveglia non sarebbe suonata.

Giovanni Santilli si fece coraggio e imboccò il vialetto per entrare in casa.

L’abitazione era avvolta nel silenzio, solo il gatto girava da una stanza all’altra sperando che qualcuno gli riempisse la ciotola. Il maresciallo si levò la giacca e l’appese in modo meticoloso, quasi cercasse ogni modo possibile per far trascorrere il tempo più in fretta.

Se ne stava seduto in poltrona, con il televisore acceso a basso volume quando sua moglie uscì dalla camera.

«Già sveglia?»

«Dopo che te ne sei andato non sono riuscita a riaddormentarmi bene. Ti ho sentito rientrare e ho pensato di alzarmi».

«Caffè?»

«Sì. Direi che ne ho bisogno».

Santilli si alzò e si diresse in cucina seguito dalla moglie. Il maresciallo prese la moka dal mobile sopra il lavello, il caffè dal frigo e iniziò una preparazione che sembrava quasi un rituale più che un automatismo, cercando di non incrociare lo sguardo di Linda; non si sentiva ancora pronto per parlare della morte di Stella anche se avrebbe dovuto farlo da lì a pochi minuti.

Certi comportamenti non passano come casuali dopo trent’anni di matrimonio e Linda si sentì in dovere di intervenire.

«Che succede Giovanni?»

L’uomo continuò a mostrare le spalle alla moglie avvitando e svitando la moka più volte prima di metterla sul fornello.

«Che è successo mentre eri via?» insisté appoggiandosi alla schiena di lui.

«Antonini mi aveva telefonato per un omicidio. La vittima era Stella…» rispose cinico e senza indorare la pillola amara.

Linda lasciò cadere le braccia e si allontanò dal marito appoggiandosi al piano della cucina con una mano facendo cadere le tazzine nel tentativo di trovare un appoggio.

«Co-come?»

Santilli si girò verso la moglie.

«Boschi, uno trasferito da poco da noi, è entrato in casa sua e le ha sparato. Per ora è tutto quello che sappiamo. E io non potrò occuparmi del caso».

Il caffè iniziò a gorgogliare, ma nessuno due ci fece caso; Linda iniziò a piangere e il maresciallo era immobile come una statua al centro della cucina.

Toccò a Marco, svegliato dal trambusto delle tazzine e dal gatto affamato, dover spegnere il fornello prima che il caffè sporcasse ovunque più di quanto aveva già fatto.

«Si può sapere che vi prende? Avete litigato? Mamma che succede?» Abbracciò sua madre e guardò suo padre non sapendo se accusarlo o meno.

«Falla sedere Marco. E siediti anche tu; è meglio». 

Santilli aveva ripreso il controllo di sé, mettendo da parte i sentimenti, conscio che sarebbe dovuto restare razionale per suo figlio e sua moglie.

Dare una notizia così bastarda ad un proprio parente era la cosa più brutta che gli fosse capitata in anni di carriera; forse l’inesperienza con casi simili, mai successi a Spilimbergo, giocava la sua parte, forse l’essere un padre ne giocava un’altra.

Linda restava stretta nell’abbraccio di Marco continuando a singhiozzare, mentre il ragazzo ancora non capiva cosa fosse successo tra i suoi genitori che erano sempre stati una famiglia esemplare.

Santilli appoggiò le mani al bordo del lavello e iniziò a parlare.

«Stanotte sono stato svegliato alle 3 del mattino da una telefonata di Antonini. C’è stato un omicidio e la vittima è…» si fermò. Sentiva che stava comunicando a suo figlio come se fosse un estraneo; nella sua mente non sapeva come continuare. Guardò il ragazzo negli occhi, aveva lo sguardo di chi aspettava con ansia la fine di un discorso e chiedeva che fosse il padre a parlare, non il carabiniere.

Il maresciallo si avvicinò al figlio, abbracciò lui e sua madre lasciando che una lacrima gli scendesse sul volto e a voce bassa, contratta dal pianto, terminò la frase.

«…La vittima è Stella… Mi dispiace Marco».

Il ragazzo urlò e si divincolò dall’abbraccio prendendo poi la prima cosa che gli capitò tra le mani lanciandola contro il muro; si precipitò in camera sbattendo la porta dietro di sé.

Rovesciò a terra tutto quello che c’era sulla scrivania facendo un gran rumore e cominciò a prendere a pugni il muro fino a far sanguinare le nocche.

Chiuse gli occhi quando diventarono così rossi e così gonfi che si erano stancati di piangere. Il cervello reagì come sapeva fare bene, o male, in quei casi: con una valanga di ricordi e in uno di quelli forse c’era un dettaglio significativo.

Non erano le promesse d’amore, gli abbracci, i baci, i trascorsi tra le lenzuola che voleva in quel momento; quelli sarebbero stati compagni dolci e velenosi per i giorni a venire. No, c’era qualcos’altro nel tempo passato assieme a Stella che doveva riaffiorare e, messa da parte la tirannia dell’amore, arrivò.

Aprì l’ultimo cassetto della scrivania, quello in cui tutti mettono le cose che “un domani potrebbero tornare utili” e trovò ciò che cercava: un pacchetto ancora sigillato.

«Non aprirlo fino a quando non sarà il momento» gli aveva detto Stella il giorno che glielo diede. «È una cosa importante che deve restare così per ora: sigillato».

Marco l’aveva messo subito nel cassetto con lei come testimone e lì era rimasto; a dire il vero se n’era dimenticato fino a quel momento.

Tastò l’involucro e sentì che conteneva tre libri; con le dita percepiva le tre costine distinte. Strappò la carta da pacco color noce e non trovò tre libri, ma tre quaderni dalla copertina nera con tre nomi diversi sopra: Stella, Giuseppe e Romina. Ognuno era scritto con una diversa calligrafia; quello di Stella sembrava scritto da una bambina.

Li sfogliò velocemente, poi tornò in cucina dove i suoi genitori erano rimasti in silenzio, aspettando che lui si riprendesse.

«Papà. Forse questi ti possono essere utili» disse appoggiando i diari sul tavolo mentre sua madre si allungava per abbracciarlo.

Giovanni Santilli diede una rapida occhiata al contenuto dei quaderni e gli occhi gli s’illuminarono.

«Non li consegnare ai tuoi colleghi. È una cosa che Stella mi ha dato e non voleva che finissero nelle mani sbagliate».

«No, li terrò io, ma se c’è qualche elemento utile dovrò comunque informare Antonini».

Il maresciallo Santilli non aveva intenzione di consegnare del materiale prezioso, specie dopo ciò che è successo con Boschi. In quei diari, forse, c’era il perché della morte di Stella Vitale, ma non solo: a prima vista c’era l’azione che lui aveva sempre sognato. Avrebbe indagato senza la divisa. Dentro di sé sentì crescere l’eccitazione come in un film. Chissà dove lo avrebbe portato quel copione.

To be continued…

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