Mentre i Carpazi polacchi si impongono davanti, coprendomi agli occhi il domani, Miles Davis dallo stereo, con la sua psichedelica armonia, attacca un melodioso quesito: “So what?”.

Tanto che inizio a domandarmelo pure io, nella mia testa, che impegnata nei conti in tasca di fine anno, prende a trasformarsi in una sorta di scatola della nostalgia.

“So what?”

Seguo il ritmo e me lo chiedo. Ho trentuno anni, felicemente sigle ( si dice così vero?), un lavoro fisso che odio con ogni singola cellula del mio corpo e una irrefrenabile, immensa passione per i viaggi.

Forse sarebbe più corretto dire che amo profondamente scoprire il mondo, e chi lo abita; a viaggiare sono buoni tutti, anche i cervelli più limitati.
Non si deve fare altro che appoggiare il culo ad un mezzo di locomozione e il gioco è fatto.

Poi si può pure tirare fuori lo smartphone, farsi un bel selfie sotto la tabella con il nome della destinazione, che si sappia dove siamo, e postarla su Facebook nella speranza di superare il muro dei 134 like raggiunti con l’ultimo viaggetto a Ibiza. Taac!, direbbe il Giangi, prima di chiedere un centone al papi per andare con la thailandese appena abbordata.

Scoprire è tutta un’altra cosa però. Conoscere i luoghi che si visitano, le persone che lo abitano e il loro modo di concepire il mondo, lo stesso in superficie ma così differente se osservato con gli occhi degli altri, non è cosa da tutti, a quanto pare.
E’ una questione di testa, e soprattutto di cuore. Due cose che ho imparato a non dare mai per scontato, quando si parla di esseri umani in movimento.

“So what?”

Forse sarebbe ora di fermarsi, dice mio padre, mettere la testa a posto. Trovarsi una brava donna e mettere al mondo una mandria di piccoli marmocchietti strillanti. Prendere una bella casa con il giardino, dove sistemare il barbeque, una piscinetta gonfiabile che ogni estate mi farebbe smadonnare come Mosconi in una giornata ventosa, e un fantastico, incontenibile ed incontinente Labrador color crema, che non perderà occasione per cagarmi sullo zerbino di casa in modo da ricordarmi il più possibile quanto la vita possa essere dolce, se la si attraversa in punta di piedi scivolando su uno stronzo bello fresco.

Alle volte mi dico che si, magari c’ha ragione lui, infondo. Inizio ad avere un’età, la mia capigliatura perde tonalità di nero di mese in mese e, per quanta palestra possa fare, la mia pancetta, alla quale inizio sinceramente ad affezionarmi, non ne vuole proprio sapere di cambiare zona.
Che poi se aspetto e invecchio ancora, chi mi prende più?
Che le nottate con gli amici, le avventure fugaci che lasciano solo il sorriso del giorno dopo e i weekends lunghi passati a navigare a caso lungo strade che portano in nessun posto devono finire, prima o poi.

E’ fisiologico: si nasce, si cresce, ci si diverte, si invecchia e poi si muore. Mica si può cambiare il corso delle cose. E chi mi penso di essere?

“So what?”

Ma poi ti capita un viaggio del genere e tutto quello che ti stava quasi per fottere viene vomitato via assieme alla vodka della sera prima, e magari ti sfiora il pensiero, giusto un colpo d’ala, che l’esistenza possa essere qualcosa di più, che il semplice respirare.

Tre amici, un’auto scassata per raggiungere la meta, e la Polonia.

Cosa serve di più alla vita per esplodere?

Magari della vodka di qualità, un gruppo ben nutrito di giovani, bellissime ragazze del posto, una vecchia città moderna, Cracovia, che conserva un eleganza antica vestendosi tutta di abiti nuovi, e il freddo nordico che fa scendere talmente in basso la colonnina di mercurio da spingere le persone a stare davvero vicine.

E’ per questo che riescono a conviverci, con quelle temperature; a cuore caldo mica lo senti il freddo. E se poi qualche spazietto congelato ti resta ancora, na zdrowie!, qualche cicchetto, di quelli buoni, ed è come stare ai tropici.

Con Cracovia non si ha vie di mezzo: si ama, punto. Anche a tredici gradi sotto lo zero.

La lunga strada principale addobbata di discoteche sotterranee, bar, negozi alla moda e ristoranti più o meno tipici; le labirintiche viette laterali, intricate come tele di Penelope, dove ad ogni passo si scopre una volto nuovo, un lato nascosto.
Locali inizi del novecento, con tanto di arredo d’epoca, poltrone, muri e infissi antichi e persino dei letti, nei quali gustare una buona birra, sempre in compagnia. Che qui il peggior peccato al mondo sembra essere tristi.

“So what?”

E capita pure che a girare, per questo sogno sfumato dalla neve, si trovi nuovi amici. Di quelli speciali, che pare di conoscere da sempre, con cui ti sorprendi a chiacchierare di qualsiasi cosa o addirittura a stare in silenzio, senza imbarazzo, come con gli amici di sempre, quelli con cui sei cresciuto.

Quando ti incontrano ti abbracciano: da togliere il fiato!

Uno sconosciuto che, per salutare, ti da un lungo e forte abbraccio, cosa c’è di meglio? Puoi conquistare il mondo, dopo un regalo del genere. Puoi correre a perdifiato da casa a Cracovia, solo per averne ancora, di abbracci veri. Che tutte le strette di mano cordiali e i baci dati per convenzione non possono nemmeno competere, con una cosa così.

A Cracovia fa un freddo cane, non usciresti nemmeno di casa, ma qui le persone si afferrano forte per combatterlo, e si stringono così intensamente che allora si, sono vicine. Dicono “Sono qui, è tutto a posto!” pure se non ti conoscono, e non riesco ad immaginare nulla di più fantastico.

Da li ad innamorarti poi, il passo è davvero breve. Mettici qualche vodka di mezzo, un po’ di confusione in testa, che quella certo non manca mai, una ragazza stupenda ed un sorriso che riuscirebbe a rendere felice anche la luna, e le gambe hanno un bel daffare per tenerti in piedi.

Il freddo scalda l’anima, da queste parti, come nessun sole riuscirebbe mai a fare, e se questo non è ancora abbastanza, aggiungici un po’ d’alcool, sempre di quello buono, ed ogni pensiero svanirà.

“So what?”

E’ così che la vita ti cambia, anche se in superficie sembra la stessa. Due dita di vodka, una ragazza che sorride come nemmeno un’alba sa fare e un abbraccio che non potrai mai scordare.

E allora glielo voglio proprio dire, al vecchio Miles, mentre sento la sua tromba strillare tutta la passione del mondo, che li a Cracovia, per essere felici, non c’è mica da farsi troppe domande.

La vita la si beve tutta d’un fiato, da quelle parti, pura improvvisazione, e non smetteresti mai di ordinarne dell’altra.

Na zdrowie, Kraków!

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Immagini prese da Google

 

 

 

 

 

 

 

 

 

by Emanuele
Proveniente dal lontano 1984, cresciuto a pane e Bim Bum Bam, si è reso conto presto che qualcosa non andava. Mentre cercava di capire cos’era, si è innamorato della letteratura, della musica e per ultimo, normale conseguenza dei primi due, dei viaggi. Non l’ha ancora trovata, quella cosa, ma nell’attesa spende il suo tempo libero a scoprire il mondo, quando può, o si accontenta di errare in modo statico, inventando storie brevi e a volte un po’ più lunghe.

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