Domenica 26 novembre.

Oggi ci separiamo. Chiara ed io ci svegliamo molto presto per non perdere nemmeno un minuto della giornata: doccia calda rigenerante e via verso Casa Battlò. Una scatoletta, per così dire, molto stretta, dalla forma rettangolare allungata, con onde lungo tutta la facciata oltre che nella parte interna: che bellezza, che poesia!

Siamo fortunate perché, probabilmente per la bassa stagione, non troviamo fila all’ingresso. Ci facciamo il tour con audio guida ed io mi perdo piano per piano ad ascoltare quello che mi viene raccontato oltre che mostrato dallo smartphone in 3d che ci viene assegnato all’ingresso, con cui era possibile vedere parti mancanti della casa rivolgendo la fotocamera verso il punto interessato (allego foto 2 dalla uno alla nove). Mano a mano che saliamo il colori sfumano, dal blu, all’azzurro, al bianco, tutt’altro che casuali e sembra davvero di stare in una sorta di acquario; fondamentale, infatti, il tema richiamante il mondo marino e la natura sempre presenti nelle opere di Gaudì.

Il tour dura poco meno di due ore, poi proseguiamo verso Casa Milà, detta anche La Pedrera, essendo entrambe situate sul Passeig de Gràcia, la prima al civico 43, la seconda al 92.
La Pedrera è stata così rinominata per i materiali cui Gaudì ha fatto ricorso per la sua realizzazione, ovvero mattoni e pietra, modellati affinché dessero l’idea “di un’emersione rocciosa plasmata dalla forza erosiva del mare e degli agenti atmosferici, nel corso di eventi geologici arcani”. – cit.
Si sviluppa su sei piani che si affacciano su due cortili interni, ben disposti secondo funzionali criteri, affinché anche gli spazi interiori dell’edificio fossero in grado di comunicare agevolmente tra loro, oltre al fatto che fossero accuratamente illuminati ed arieggiati, in maniera ineccepibilmente perfetta.

Visitiamo il piano dedicato alle abitazioni della famiglia e il piano dedicato alla servitù. Non meno importante è il tetto che, come ogni singolo elemento concepito da Gaudì, avrebbe dovuto essere funzionale, sì, ma altrettanto piacevole alla vista. Egli, infatti, sosteneva che non per forza un oggetto deve essere brutto per essere anche utile, perciò efficienza e funzionalità non ne escludevano l’estetica.
Credo sia palesemente evidente!

Ascolto con avidità quello che la voce dell’audio casetta racconta e lo trovo quasi un modo per sentirmi più vicino al soggetto di cui si parla. A tratti provo ad entrare nella sua testa, cerco di capire come abbia fatto a partorire tali idee, ma mi accorgo che non è così semplice ed, in fondo, va bene così. Certe cose risultano belle soprattutto per l’alone di mistero che le circonda come in questo caso.

Anche il tour a casa Milà termina e a noi è venuta fame. Ci incamminiamo finalmente verso la tanto agognata Sagrada Familia fermandoci lungo la strada a fare uno spuntino (gli arancini sono stati grandi compagni di viaggio).

Insomma, il sospetto che Gaudì fosse l’incarnazione del demonio sotto sembianze di architetto mi era venuta, ma ne ho avuto la conferma definitiva solo dopo essermi trovata sotto di Lei. E sottolineo sotto perché, dal suo ingresso, volgendo lo sguardo verso l’alto, pareva pressoché infinita.

Rimango completamente basita.

Anche questa è una di quelle opere che ho sempre visto in foto e, a dirla tutta, non mi ha mai entusiasmato più di tanto. Famosa, rinomata, da vedere almeno una volta nella vita, certo, ma per me era un castello di sabbia bagnata buttato lì a caso, con troppi fronzoli; questa la mia idea prima di vedere la Sagrada Familia dal vivo. In un secondo momento leggo che, l’effetto “sabbia bagnata” deriva dall’architettura neo gotica e non è solo una mia allucinazione e, per di più sbagliata, come avrei potuto pensare. Inoltre, sempre in un secondo momento, realizzo che tutti quei fronzoli che sembravano così imprecisi a distanza, si sono rivelati al qualità che rende in effettivo la basilica un edificio a dir poco meraviglioso. (E’ il caso di dire che l’abito non fa il monaco!)

Una volta dinanzi a quegli spuntoni che facevano capolino dalla vegetazione tutt’intorno la posso finalmente ammirare: enorme, incompiuta, bellissima; piena zeppa di particolari che puoi scorgere soltanto da vicino e nemmeno in tutta la loro interezza visto il loro quantitativo: fitti fitti ed, anche qui, tutt’altro che casuali. E’ proprio Lei. E’ la Sagrada Familia ed è davanti ai miei piccoli occhi castani.

E’ la giornata contro la violenza sulle donne ed un trio di ragazzi suona esattamente fuori dall’ingresso, lungo la strada appositamente sbarrata, adibita a zona pedonale ed io, ascoltando quella voce melodica di sottofondo, con quel panorama davanti mi commuovo. Quell’apparente castello di sabbia si rivela pura poesia.

Entriamo e veniamo inondate da infiniti raggi di luce filtrata che attraversa le immense vetrate colorate a parete. Fiori, ovunque. E piante, animali, di mare e di terra, conchiglie e chiocciole… una delle opere più belle che io abbia mai visto.

Non so da che parte guardare, è tutto così bello e colorato, che non riesco a fare una foto decente che renda giustizia a quello che sto ammirando. Ne faccio a decine eppure, appena mi volto, mi sembra di notare qualcosa che in un primo momento mi era sfuggito.

Da quando il progetto è passato nelle mani di Gaudì è stato fatto e disfatto penso un quantitativo di volte di cui credo si sia fin perso il conto, senza contare che man mano che la progettava, vi aggiungeva e modificava particolari continuamente. Ci si auspica di terminarla nel 2026, a 100 anni esatti dalla morte dell’architetto, ma con il rammarico di tutti, vista la regolarità con cui vengono effettuati i lavori, è diventato un pensiero comune quello di un cospicuo ritardo nel termine.

Ma tornando a quello da cui i miei occhi sono attratti, non riesco a staccare gli occhi dal soffitto: “El gran Bosc”, in catalano, “El gran bosque” in spagnolo.

Forse inutile spiegarne il motivo, ma io ve lo dirò lo stesso perché mentre leggo faccio fatica a tenere la bocca chiusa da quanto rimango estasiata ed infinitamente curiosa di saperne di più. Gaudì ha concepito le colonne come dei grossi tronchi di alberi da cui si diramano i vari rami, dai capitelli alle volte, le quali, a loro volta, sono una sorta di fogliame da cui filtra la luce del sole.

Infinite sfumature, che da un lato rimangono sui toni freddi del blu e del verde, mentre dall’altro si rifanno ai toni caldi del giallo, dell’arancione e del rosso.

Interrompo la poesia di questa visione idilliaca pensando a come è venuto a mancare l’artefice di tanta perfezione. Scopro amaramente che Gaudì è stato investito da un tram una sera di giugno quando, al termine di una comune giornata lavorativa, attraversò distrattamente una strada trafficata. Oltre al danno, la beffa: nessuno lo  riconobbe nell’immediato, tant’è che ci fu omissione di soccorso nei suoi confronti pensando fosse un povero, vecchio barbone, causa i vestiti trasandati e la barba lunga che portava. Il suo riconoscimento venne effettuato solo manciate di ore più tardi e questo grazie ad alcuni suoi cari amici, accortisi della sua assenza.

Triste per la fama della persona, ma in senso più ampio anche per il genere umano cui, a mio parere, non fa onore l’omissione di soccorso nemmeno si fosse trattato effettivamente un barbone.

Tra tutte queste emozioni contrastanti arriva l’ora di fare ritorno all’hotel e alle quattro del pomeriggio ci avviamo verso l’aeroporto.
Da questo weekend mi porto a casa un sacco di bei ricordi e cose nuove che ho conosciuto e imparato. Non so se tornerò mai a Barcellona, ma di sicuro se tornassi indietro ripartirei mille e mille volte ancora, anche se solo per un weekend, anche senza conoscere uno o più compagni di viaggio.
Grazie di questa bella esperienza, arrivederci Barça.
<3

Photo by Porny

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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