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Mole è un rapper, produttore e musicista bellunese classe 1982 che ti colpisce soprattutto per un timbro vocale profondo e il modo di fare posato e tranquillo che si trasforma sul palco in pura energia. D’altronde, vivere “a due passi dal Vajont”, come dice lui nella traccia Fagotto da BL1 contenuta nel disco Atlantide (2002) realizzato con la formazione Atlantide 4et, non può che renderti un uomo dall’animo irrequieto nonostante l’apparente calma.
Conosco Mole dai primi del 2000 e fin da subito lui e i suoi compari, gli Atlantide 4et, mi colpirono per il modo di fare alla mano, oggi diremmo easy, abbinato ad un talento innato nel fare le rime che ti lasciava a bocca aperta.
Riassumere quello che è stato, e quello che è Mole oggi, è operazione ardua perché sono davvero molti i progetti che ha portato avanti, partendo dai suoni legati all’Hip-Hop, passando per l’elettronica, il raggae e perfino il jazz.

La tua carriera come cantante affonda le sue radici nell’Hip-Hop e tu nasci di fatto come rapper. Ad un certo punto poi hai cambiato rotta sperimentando altri generi e non è raro vederti con in mano uno strumento. Hai studiato musica e/o composizione quando eri bambino?

Io ho avuto la fortuna di avere un papà molto appassionato di musica, due cugini che suonavano a livello semi-professionistico e così io a 6, 7 anni già suonavo la batteria. Da lì poi sono passato agli altri strumenti. Ho sempre avuto una tendenza a contaminare un suono, o uno strumento, con altre cose, mischiando i generi e gli stimoli che mi arrivavano. Tramite dei corsi e un anno e mezzo di scuola di canto ho perfezionato le mie conoscenze tecniche e stilistiche. Diciamo che il mio approccio alla musica è stato quasi più “jazzistico” che Hip-Hop sotto certi aspetti.

Infatti guardando il tuo percorso si nota che in te convivono più anime: il musicista, il cantante, il rapper, il producer…

Sì, a volte perfino io mi perdo tra le mille cose che faccio. La mia filosofia però è semplice: faccio quello che mi prende bene in quel momento, ed è per questo che ho in parte abbandonato la scena Hip-Hop. Il mio allontanamento è coinciso con l’esplosione del rap mainstream, non mi ci rivedevo più e ho provato a fare altre cose. Mi aveva nauseato l’ambiente, non il suono o l’Hip-Hop in sè, sia chiaro. Rimango sempre molto legato al boom bap, ma quando il discorso principale è diventato “O fai così e cosà, oppure non sei Hip-Hop”, a quel punto ho detto basta, faccio altro.

Capisco la sensazione, la scena Hip-Hop, quella più radicale e purista, è molto esigente. Tornando agli inizi, c’è un momento particolare legato ai tuoi esordi come rapper?

Beh, come tanti, ho cominciato ascoltando le cose più commerciali, gli Articolo 31 ecc, ma ho cominciato a capire cosa fosse esattamente l’Hip-Hop grazie a 3 album che per me sono fondamentali: Neffa e i messaggeri della Dopa di Neffa, Odio Pieno dei Colle der Fomento e A volte ritorno di Lou-X.

Tre album che sono delle pietre miliari del genere, senza dubbio, penso che per il 99% dei rapper della nostra generazione questi lavori siano importantissimi.

Sì, mi rendo conto che può sembrare perfino banale citare questi album e questi artisti, ma ancora oggi questi dischi suonano davvero bene, pur avendo le loro inevitabili pecche. Per me sono album importanti per tutta la musica italiana, non solo per l’Hip-Hop.

Volo, Vita-D e Dj Straw, i tuoi vecchi compari con cui formavi gli Atlantide 4et, quando li hai conosciuti?

Intorno al 1999. Vita è più grande di me e noi lo consideravamo come un maestro, un pioniere, era il nostro Afrika Bambaata bellunese. Andavo da lui e sfogliavo i book coi graffiti, gli Aelle, le riviste di settore, e lui ci spiegava le cose. Mi ritenevo molto fortunato a poter andare da lui e provare i giradischi, o semplicemente a guardarlo mentre suonava. Oggi cerco in parte di fare lo stesso coi bocia che incontro, cerco sempre di lasciare loro qualcosa quando vengono a chiedermi consigli.

Il confronto coi più grandi è fondamentale, non c’è ombra di dubbio. Se non erro poco tempo fa sulla tua bacheca Facebook hai scritto un post un po’ critico nei confronti dei nuovi writers che subito taggano in giro prima di acquisire un minimo di tecnica, dicevi che oggi mancano le figure di riferimento che ti possono indirizzare, far capire che quello che stai facendo non ha stile o è sbagliato. Un ragazzino ti ha risposto dicendo che non è giusto che i più grandi mettano i bastoni tra le ruote. Ai giovani oggi manca il rispetto per i pionieri, per ciò che c’era prima?

Beh, agli inizi a me il writing piaceva, ero davvero preso bene, e come tutti ero scarso, mica sono nato imparato. Il punto è che ad un certo punto, anche grazie ai consigli dei più grandi, ho capito che ero più bravo a fare le rime che a fare le tags o i graffiti, pertanto con una certa autocritica ho lasciato fare a chi ne sapeva di più. Il fatto è questo: l’Hip-Hop è una cosa seria e non va presa alla leggera, una tag è una tag, non è uno scarabocchio, quindi va bene sperimentare ma con la dovuta gavetta.

Condivido ogni parola. A Udine personaggi come Boost, Soda, realtà come La Cremeria erano rispettatissimi e noi più giovani (e scarsi) non ci sognavamo neppure di, faccio un esempio, taggare vicino ai loro pezzi. Se facevamo una tag c’era almeno un km di distanza dalle loro opere. Forse c’era troppa reverenza nei confronti dei pionieri, non lo so, eravamo fin troppo reverenziali, però oggi questa cosa è completamente scomparsa e mi chiedo se sia più colpa del pioniere che non ha più voglia di star dietro al ragazzino o è proprio quest’ultimo che se ne frega completamente.

Immagino che le persone che hai nominato, ma anche altri pionieri, oggi non abbiano più tempo o voglia di star dietro ai ragazzini, di rincorrerli per correggere certi atteggiamenti. Quindi in parte è anche colpa nostra se i più giovani non hanno più dei punti di riferimento. Oggi noi che abbiamo 30, 35 anni e lavoriamo, o abbiamo famiglia, abbiamo altre priorità.

Uno dei tuoi primi gruppi è stato Elementi Click. Ce ne vuoi parlare?

Eravamo io, Volo, Freqo, Fure, Irqo, Jacky Blue, parliamo del 2000, 2001, o giù di lì. Io ogni due o tre giorni facevo Belluno-Conegliano, un’ora di strada, per beccare gli altri. Eravamo sempre sul pezzo, molto infottati. In quel periodo Shocca suonava all’Odissea e noi andavamo sempre a sentirlo, ogni domenica. Ogni tanto ci scappava un po’ di free-style. C’era tanta voglia di fare e di imparare.

Parlando di scena veneta, Treviso è stata una città fucina di talenti e situazioni di livello. Voi bellunesi in che rapporti eravate con la scena trevigiana?

Eravamo in ottimi rapporti e ti dirò di più, ora mi mangio le mani ma Shocca a me passò un beat per un pezzo che poteva finire su 60 hertz. In quel periodo però a me interessavano altre cose molto più sperimentali e quindi snobbai il suo beat reputandolo troppo classic. Chiaramente con il senno di poi e considerando l’importanza che ha avuto quel suo progetto ho gettato al vento un’ottima occasione per entrare in contatto con tutte le persone che hanno partecipato a quel album. Avevo 22 o 23 anni ed ero un po’ naif, diciamo così (ride, ndr).

A questo punto siamo nel 2004 e in quel periodo c’erano le jam in giro, anche se a livello discografico il rap italiano faceva fatica. Che ricordi hai di quegli anni?

Sotto certi aspetti ho un ottimo ricordo, soprattutto per l’attitudine e le motivazioni che avevamo. Senza voler fare il nostalgico a tutti i costi, ma lo facevamo per il bene comune, non per interesse personale, la si viveva molto come fosse una comunità unita contro tutti e tutto. C’erano i peggiori impianti e le situazioni più hardcore, ma c’era tanta genuinità. Anche se si era in 4 gatti eravamo tutti settati su uno stesso obbiettivo, quello di spaccare e di portare in alto lo stile. Inoltre ho conosciuto molte belle persone andando in giro, per esempio i DLH.

Sì, eravate molto connessi con loro. Come li hai conosciuti?

Se non erro ci siamo beccati una priva volta al Manhattan, o all’Odissea, e lì ho sentito Tubet fare free-style. Poi li ho invitati qui da noi per una jam, e ho conosciuto Fulvio che all’inizio pensavo fosse il padre di Tubet (ride, ndr). Con loro legai fin da subito perché come me avevano un’attitudine sperimentale, quindi ci si capiva al volo. Ricordo molte feste insieme, e anche viaggi in treno verso varie jam in giro per l’Italia, con Tubet che in quel periodo era davvero attivo e propositivo. La cosa bella era che ribeccavi più o meno sempre la stessa gente con cui nascevano bei rapporti, c’era Shocca, i trevigiani, c’eri tu e gli altri di Udine, insomma mi piaceva molto la ballotta che si creava ogni volta che c’era un evento.

Che ricordi hai del Palladium e di DJ Ciso, uno dei più importanti pionieri dell’Hip-Hop del triveneto e non solo?

Ciso l’ho conosciuto ed era una grandissima persona. Io e Vita ogni tanto andavamo da lui, aveva un negozio di dischi e ci facevamo grandi chiacchierate. Ci raccontò per esempio di quando ospitò a casa sua la Sugar Hill Gang e loro gli distrussero la casa, erano completamente fuori. E poi mille altri aneddoti, quando lo sentivi parlare non potevi far altro che ascoltare ammaliato.

Parliamo ora di Atlantide, a mio avviso uno dei più bei progetti Hip-Hop usciti in Italia nel 2002. Forse non lo sai ma qui in Friuli-Venezia-Giulia siamo tutti molto affezionati a quel disco e per me non ha nulla da invidiare a livello di produzioni e rime rispetto ad altri dischi coevi delle altre zone geografiche.

Ti ringrazio, mi fa piacere sentirti dire questo e ti dirò, mi son stupito quando ad inizio marzo abbiamo fatto una serata qui a Belluno con Volo, c’era anche Moder a suonare, e abbiamo rifatto alcuni pezzi di quel disco e sotto il palco c’erano ragazzi di 20, 22 anni che sapevano i testi a memoria. Incredibile! E’ un disco di 15 anni fa eppure la gente se lo ricorda ancora. Pensa che è un disco nato quasi dal nulla, così, senza tanti calcoli o particolari obiettivi. A risentirlo oggi ci vedo naturalmente diverse pecche, ma il disco andò abbastanza bene perché per fortuna nostra Vibra si occupò della distribuzione e grazie a Zeta e a Bassi suonammo anche a Milano e da altre parti. Poi come dicevi tu non erano anni d’oro a livello di esposizione mediatica, ma d’altra parte nemmeno noi eravamo forse pronti per farlo diventare un lavoro. Prendevamo tutto con un piglio molto punk. Oggi io e gli altri del mio gruppo pensiamo al cachet e alle altre cose, a quei tempi no.

Accantonata l’esperienza con gli Atlantide 4et hai poi fatto uscire Nero Viaggiatore (2007, Reddarmy). Come nacque quel disco?

Per un anno mi chiusi in casa a produrre con il mio Akai 2000 xl, poi portai tutto da Fulvio (Redkaa, fondatore dell’etichetta Reddarmy, ndr) e grazie anche alle sue molteplici conoscenze in ogni ambito della musica, compresa quella di strumentisti tipo Federico Missio che suona il sax, realizzai il tutto. Ci sono 29 musicisti in quel disco che hanno dato il loro contributo. Fulvio ha fatto un ottimo lavoro di direzione artistica per esempio limitando i miei voli pindarici e rendendo le mie strimpellate più o meno casuali suoni concreti e utilizzabili in una canzone. Il disco è piaciuto molto, personaggi come Claver Gold e altri lo apprezzano parecchio e sono contento di questo, significa che qualcosa ho lasciato.

Un disco sicuramente innovativo, anzi, forse troppo avanti per i tempi. Nel 2007 già portavi concretamente avanti il concetto di rapper che suona con la band.

All’inizio suonavamo in otto, una cosa folle. Oggi siamo in sei. E’ stata una bella esperienza per un progetto di stampo elettronico un po’ difficile da gestire.

Poi hai fatto uscire Higuita Doom. Di cosa si tratta?

E’ un progetto, ideato con Mauro Sommavilla, di elettronica down-tempo mescolata agli strumenti tipo la batteria, molto doom, molto oscuro, quasi tutto suonato con solo qualche mio intervento rappato, che ha per oggetto il calcio anni ’80. Ad ogni live mettevamo in palio una maglietta da calcio vintage, una cosa un po’ fuori dagli schemi.

E poi c’è il progetto coi Macis Mobile…

Sì, abbiamo fatto 3 dischi, ha ormai un suo nome e un suo giro, ci fa suonare parecchio. E’ un progetto di stampo raggae, ad oggi orientata verso l’Hip-Hop, con anche sonorità elettroniche. Siamo partiti da un’idea di musica danzereccia approdando poi ad oggi ad un qualcosa di più duro, hardcore.

Hai frequentato numerose scene musicali: quella Hip-Hop, quella jazz, quella elettronica, ecc. Ci sono delle affinità tra queste scene o sono molto diverse tra loro?

Beh, nell’Hip-Hop c’è questo essere in fondo talebani e puristi che rovina molti progetti che sarebbero interessanti se fossero privi di paletti e di paranoie sul come devono essere fatte le cose. Nel Jazz c’è improvvisazione pura ma, al contrario di quello che si pensa, è una scena a volte un po’ snob. Nella scena elettronica conta moltissimo l’hype, il personaggio che riesci a creare e che prevale sull’aspetto musicale, e devi essere sempre sul pezzo, sempre alla moda diciamo. Poi in queste scene chiaramente ci sono ottimi musicisti e persone in gamba…

Ho visto che usi i social più per divertimento che per spingere in maniera serrata le tue cose. Che rapporto hai con la promozione della musica? Come vi muovete sul mercato?

Questo aspetto della promozione della musica è un cruccio per me, non sono mai stato bravo a farlo. Una volta a nessuno fregava niente del come dovevi proporti al pubblico, facevi le tue rime e finiva lì. Oggi invece serve anche il sapersi vendere, se vuoi suonare in giro devi curare anche il come proponi le tue cose. Negli anni siamo migliorati, ma fondamentalmente rimaniamo molto naif come personaggi. Nei live invece cerchiamo di metterci originalità, come quando portavamo sul palco delle lamette in riferimento al nostro album L’hobby di parlare di Niente.

D’altronde oggi se non sei presente sui social in maniera costante e attiva sembra quasi che tu non esista. Credo che stiamo assistendo al declino della musica intesa come veicolo di cultura e pensiero a favore di una musica veicolo di immagini e frivolezze.

Sono d’accordo, se ci pensi uno ci mette un anno o più a fare un disco il quale ad una settimana dalla sua uscita è già vecchio perché il pubblico ha già altri dieci album nuovi da ascoltare. Tutto ciò è terrificante, si suda parecchio per risultati in molti casi modesti. Oggi è l’immagine che prevale sul contenuto.

Vorrei chiudere questa intervista chiedendoti come ti rapporti alla nuova scena di rappers che stanno stravolgendo per l’ennesima volta le regole del gioco. A me pare che siano completamente scollegati dalla cultura Hip-hop e per loro questo non è affatto un problema, anzi.

Per me ogni cosa ha senso di esistere. E’ inutile fare la predica, l’importante è stabilire che si tratta di un’altra cosa anche se non c’entra niente con l’Hip-Hop. Molte cose mi piacciono, penso alle produzioni di Stabber per esempio. Poi ci sono situazioni grottesche tipo Dark Polo Gang o altri che fanno pop e li paragono agli 883. Ma dobbiamo ricordarci che l’Hip-Hop è nato rubando i campioni agli altri generi musicali, è stato quindi un movimento di rottura, pertanto oggi i nuovi non fanno altro che rompere nuovamente le regole, come dicevi pure tu. Poi è chiaro che io mi identifico più nel nuovo disco dei A Tribe Called Quest che è un boom bap aggiornato piuttosto che altre fregnacce, ma è un mio modo di vedere e non è detto che un ragazzino debba per forza darmi ragione.

Se volete seguire Mole e tenervi aggiornati sulle sue novità, ecco i riferimenti:

www.facebook.com/MoleMoonWalktet

www.facebook.com/higuitadoom

www.facebook.com/macismobile

instagram: moletti

www.macismobile.com

www.reddarmy.com

VIDEO:
Mole Moonwalket – Daydreamers

Maci’s Mobile – Io non ti aspetterò più

Mole – Funky Rudeman

Mole – Detox (Andra Pirlo)

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Shef
Shef, classe 1983, una laurea in Lettere, rapper ed mc dal 2001. Appassionato di Hip Hop e street-culture, rap, areosol art, storia, letteratura, architettura, cinema. Hobby preferito: visitare musei e mostre d’arte. Vizio: la cioccolata al latte. Nei ritagli di tempo, scrittore di racconti e articoli vari. Non sopporta fare la fila e le persone ritardatarie, ma quando può professa con convinzione l’arte del perdigiorno passeggiando senza meta nel centro cittadino di Udine.

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