Ovvero fare un lavoro “da uomo”, in mezzo a soli uomini e ricordarsi di essere donna

Sono alla soglia dei ventinove anni, ho un lavoro, vivo sola, sono single, gli unici esseri viventi che vedo mente scrivo sono tre cactus che sembrano tre falli. Tutto va bene. Ah si, dimenticavo, sono due mesi che vivo benissimo senza TV e senza internet (nemmeno sul telefono dal momento che pare che in tutto il comune non vi sia rete). Ripeto, tutto va bene.

A volte mi chiedo come ci sono finita qui. Sola, nella nebbiosa e umida bassa friulana, in un
paesino che non conosce nessuno se non chi ci vive (penso un centinaio di persone, scarse).

Poi la risposta è semplice, anche se duplice, in realtà.
1. Sono vicina all’Ecovillaggio Progetto Gaia Terra, di cui sono membro attivo da un po’ di
tempo ma che ancora non può diventare la mia casa.
2. Sono qui per non dovermi attraversare il Friuli da est a ovest ogni giorno, per andare e
tornare dal lavoro.

Per ovvie ragioni non posso fare nomi e cognomi dell’azienda per cui lavoro ma posso dirvi che lavoro in cantiere. Per la precisione sono un Assistente di Cantiere, anche detto Site Engineer, in inglese, che fa sempre più figo.
Già al colloquio per fare la stagista per i primi tre mesi, ho dovuto confrontarmi con soli candidati uomini, i membri della “commissione” con cui ho sostenuto il colloquio erano tutti uomini e hanno cercato in ogni modo di farmi desistere, vedendomi (questo è quello che hanno pensato) “piccolina, giovane, pulitina, ecc”.
Insomma, mai e poi mai avrei pensato che avrebbero scelto me ma, complice una mia precedente esperienza positiva con la stessa azienda in altro campo, sono stata richiamata.

“Si inizia!”, ho pensato.
Bene, i primi problemi iniziano già a farsi vedere con la consegna dei DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) e l’ingresso negli uffici, ovvero quei container, baracche, che si vedono in tutti i cantieri.

Le scarpe da lavoro da donna non si trovano, i numeri sono troppo grandi, la pianta troppo larga, per non parlare degli stivali poi. La giacca ad alta visibilità, taglia XS, è comunque pensata per un camionista 1.90 e incint-o di 10 boccali di birra. Insomma, il mio ingresso trionfale in cantiere è stato: giaccone ad alta visibilità arancione evidenziatore, lungo fino alle ginocchia (e non sono bassa!!!), largo tre-quattro volte me, stivali gialli di gomma con la punta di ferro, fino al ginocchio, numero 43, prestati dal mio capo, sciarpa fino sopra al naso, cuffia, occhiali rossi e caschetto bianco.
Uno spettacolo!

Grazie a questo spettacolare travestimento, la mia presenza è stata notata ma quasi ignorata dagli operai. “Pfiuu…L’ho scampata, ho pensato!”. Ahimè, nei giorni seguenti ho compreso che tutti gli operai e tutti i colleghi erano a conoscenza del mio arrivo e che già conoscevano il mio nome e il mio curriculum meglio di quanto li conoscessi io.
Mi sono sentita un po’ un’attrazione da circo per i primi giorni, fino a che non si sono abituati alla mia presenza, lo ammetto.

Ora, guardiamo la situazione da fuori.

Glo (chi scrive) esce una sera, a Udine, mettiamo. Esce con amici, che le presentano amici, amici di amici, poi parla a caso con altri, ecc, ecc…
“Ciao! Piacere!”
“Ciao! Cosa studi? Che università?” (sì, solitamente va così, porto bene i miei anni, dicono, fuck yeah!).
“No, guarda, in realtà ho finito con gli studi.”
“Ah ma dai, sembri più giovane, te lo diranno tutti…bla bla…e quindi? Lavori?”
“Sì sì, sono un architetto/ingegnere/project manager, sai quelle lauree miste che ci sono ora e un master, e tu?”
“Ah io sono perito, cuoco, musicista, megadirettore, disoccupato, liutaio (sì, ho conosciuto anche un liutaio n.d.r.)… maaaa, quindi cosa fai di preciso? Sei in uno studio?”
“No, sono un assistente di cantiere!”
Ora, pausa, la parola ASSISTENTE, associata ad una donna, fa scattare in testa una sola immagine: la segretaria sexy.
Al che la domanda scatta:
“Ah quindi fai comunque ufficio, carte e documenti?”
“No, in realtà, faccio anche una parte di ufficio, necessaria, ma in generale controllo gabbie
d’armatura, casseri, autobetoniere, calcestruzzi, getti, trefoli, tesature di cavi,….”
“Ah…”
“Si, sono l’unica donna e lavoro ad una delle più grandi opere infrastrutturali in Italia, al momento”
“Ah…”
Quando un uomo si rende conto di poter parlare di “cose da uomo” con una donna, la serata va a farsi benedire.
C’è l’uomo che ti troverà estremamente interessante, quello che ti farà millemila domande di natura tecnica sul tuo lavoro e le lavorazioni svolte, quello che si sentirà intimorito.
Sta di fatto che, non voglio stare qui a tirarmela, quando in cantiere arriva qualcuno di nuovo la frase è sempre la stessa: “Certo che deve essere un lavoro duro, questo, per una donna…”
E la mia risposta è anche sempre la stessa: “Come per tutti…”.

Ricordo che al primo giorno i capi cassero sono venuti a presentarsi e in mezzo a mille gentilezze e riverenze mi hanno chiesto: “Come ci si sente ad essere l’unica donna qui?”
Non sapevo bene che rispondere, ero appena arrivata ma l’unica cosa che mi era saltata all’occhio era che quelli imbarazzati per la mia presenza lì erano gli uomini, ovvero tutti all’infuori di me. Così la mia risposta è stata: “Mah, mi sento strana solo perché mi stupisce che non sia del tutto normale, nel 2018, vedere una donna in cantiere.”
Credo di essermi guadagnata la loro fiducia con quella risposta.

Altra faccia della medaglia: tutti vorranno lavorare con te, tutti saranno gentili e il tuo capo, ad un certo punto, si renderà conto che è meglio mandare te a dare ordini piuttosto che andarci lui stesso, o comunque portarti in giro con lui.
Purtroppo si, sarà il mio innegabile fascino, ma una donna è sempre una donna, e, se sei l’unica, non sarai certamente mai trattata alla pari di un uomo, avrai sempre dei vantaggi anche se non li cerchi e questo mi fa un po’ di tristezza. Ma va da se che non siamo ancora così evoluti.
Guadagnarsi il rispetto di un operaio non è semplice ma una volta ottenuto non avrai alcun
problema a lavorare e “dare ordini”, perché alla fine il mio compito è quello di supervisionare, rompere le scatole e dare ordini, per l’appunto, (e non sapete la soddisfazione!).

A volte vorrei tanto avere una donna al mio fianco. In pratica, l’unico essere femmina con cui interagisco nell’arco della settimana è la cameriera del ristorante convenzionato dove andiamo a pranzo, ed è pure antipatica.
Quando, poi, arrivi a casa e, per uscire, quell’unica volta al mese in cui ne hai le energie, prendi in considerazione di mettere il tacco dodici….ah beh, signori, lì ti rendi conto che hai davvero tanto bisogno di essere donna, sentirti donna, trattarti da donna.
Poi ci pensi e ti rendi conto che infilarti un paio di scarpe, che siano quelle antinfortunistiche o un tacco dodici non ti rende più o meno donna.
A renderti donna è il tuo comportamento, quello che dai e quello che prendi dalle persone, dal tuo lavoro, dal tuo essere nel mondo.

Sei donna quando sei bardata come un evidenziatore, sei donna quando vai al bagno degli operai, sei donna quando dai ordini con gentilezza e quando imponi la tua autorità, sei donna quando vai a fare i rally con il pandino di cantiere e ti trascini dietro i colleghi terrorizzati, sei donna quando accetti che ti facciano passare sempre per prima dalle porte, sei donna quando ringrazi per il lavoro svolto bene e sei donna quando riesci a risolvere i conflitti tra operai, imprese, autisti.

Sei donna quando ti ritrovi in cantiere, senza bagno per ore e hai il ciclo e ti devi stendere a terra senza alcuna vergogna per non svenire sotto al sole, sei donna quando rimproveri gli uomini che esagerano nei commenti maschilisti (rivolti a te o ad altre o in generale), sei donna quando ti si slaccia il reggiseno salendo sul carrovaro, sei donna quando gli operai, gli autisti, i colleghi, ti fanno vedere le foto di foto di figli, nipoti, mogli, fidanzate rimasti lontani, sul cellulare, sei donna quando un operaio della tua età viene a chiederti di aiutarlo a scegliere l’anello di fidanzamento per la sua ragazza perché a Natale se ne torna in Sicilia e vuole chiederle di sposarlo.

Insomma, puoi essere donna sempre e comunque ma devi, prima, esserlo dentro.
Per esserlo devi essere forte anche quando sembra che non ci sia speranza di essere ascoltata, compresa, rispettata e, soprattutto, non devi mai avere paura di far notare, con garbo, quando il tuo essere femmina, porta alla misoginia.
L’uomo, se vuole, è una brutta bestia, ma se sei una donna di cantiere, fidati, lo puoi essere anche tu. Se poi comandi, ti puoi prendere un bel vantaggio.
Girl Power!!!

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Glo
Ha sedici anni dal 2006. Friulana con un quarto veneto. Il Friuli è il suo Wild Wild East, la frontiera, il confine. Laureata in Architettura per il Nuovo e l'Antico/Ingegneria Civile senza ancora aver capito di preciso cosa siano, ama la montagna molto di più di quanto riesca veramente a frequentarla, e porta avanti la sua ricerca sulla costruzione in alta quota scrivendo per riviste tecniche e collaborando alla realizzazione di mostre e convegni sul tema. Non molto tempo fa scopre di essere intollerante a tutto il cibo friulano al di fuori della polenta e prende la coraggiosa decisione di diventare astemia in terra friulana, per presa di posizione contro le sue stesse intolleranze.

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